La città opaca

di Piero Rosso

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Ci sono dei villaggi all’interno della grande città. Passare per le strade meno conosciute del 18° arrondissement significa, per la maggior parte dei parigini, essersi persi o ricercare la grande avventura: le vetrine sporche e polverose dei negozi sono piene di richiami al Grande Fuori, tra i coloratissimi tessuti di Wax olandese, il profumo del curry e i trattati economici in edizione Folio che promettono di liberare i francesi dai fantasmi della guerra d’Algeria. Il Fuori, a ben guardare, proietta le sue immagini all’interno del perimetro tracciato dal Boulevard Périphérique, il quale delimita da ogni lato l’inizio della banlieue, assecondando un gioco d’ombre che la ville lumière non si aspettava di produrre: per ogni strada illuminata dalle lampade da interno borghese, esiste un angolo buio alla vista e alla parola.

Esso si annida negli anfratti con tutta la forza del Fuori. I volantini grezzi e mal stampati dei Sans Papiers ricordano una battaglia vecchia e mai terminata, discorsi dai molteplici accenti rimasti inascoltati. C’è qualcosa di invisibile e indicibile che riempie gli spazi vuoti della capitale del ferro e del vetro, che attornia le delicate strutture metalliche, ragnatele architettoniche che permettono di vedere tutto, illuminare tutto, vendere tutto; qualcosa che sfugge al grande faro della torre di controllo, la Tour la cui luce rotante possiede tutto lo spazio, i cui fari crepitanti ogni ora scandiscono il tempo. Parigi è una capitale in vetrina, opaca a comando. A ogni angolo della strada, in un carrello del supermercato, sopra una latta piena di carbone, vengono arrostite le pannocchie, all’urlo di maïs chaud! maïs chaud! e vendute per un euro. Non è cibo per i francesi; in fin di giornata, quando qualche prostituta ha già cominciato, le scorte sono finite, ma chi ha mangiato è un soggetto invisibile.

Sembra strano, ma anche in questo villaggio oscuro esistono dei punti di luce. Di fronte ai venditori ambulanti, alle vetrine che vendono platani e radici di zenzero, tra le luci insistenti di un localino ben tenuto, branché, ragazzi in vestiti smart bevono cocktail, spendono dai 12 ai 20 euro per un piatto unico e lo consumano bene in vista. La vetrina del locale, splendente sulla strada sporca, mette in mostra uno stile di vita diverso, il boboradical chic di Parigi, bourgeois-bohème – che dal centro della città, dai Beaux Quartiers dove una volta risiedeva la testa della capitale allarga le braccia verso i quartieri del piscio nelle strade, delle Malboro contraffatte del Metro Barbès-Rochechouart, degli assembramenti di alcolisti sulle panchine da Château Rouge a Marcadet. La testa ha ordinato di stiracchiarsi e dagli anni sessanta quelle braccia non hanno mai finito di allungarsi, da ovest verso est, come una colonizzazione in casa propria che ha rinunciato al fucile e combatte a colpi di debito.

Barbès, Château Rouge, La Goutte d’or incarnano un divieto visivo, sono luoghi di cui nessuno parla perché alimentarne il mito, non dire, significa fare una selezione del vedere: a molti conviene ripetersi come una filastrocca che questi luoghi selvaggi un giorno saranno bonificati, che la civilizzazione non può restare a guardare quello che succede in questi buchi neri della modernità. Eppure, basta una passeggiata distratta per accorgersi degli effetti della gentrification, l’imborghesimento delle zone popolari, la proiezione delle eleganti ombre del sesto, settimo e ottavo arrondissement sullo sfondo grezzo dei quartieri che nel passato non facevano nemmeno parte della città. Ragionando per cerchi concentrici, procedendo verso l’esterno, a un certo punto tra i nomi delle vie appaiono i faubourg, i sobborghi che si creavano fuori dalle mura principali, e che adesso sono quasi parte del centro. Parigi ha dapprima eliminato dal paesaggio alcune zone e i suoi residenti – ha creato il Fuori della banlieue, sia come “luogo di amministrazione” sia come “luogo di esclusione” – e poi ha cominciato a riprendersi tutto, senza guardare in faccia alla racaille (gli scarti, la plebaglia) che vi si era insediata.

Nota personalissima. C’è un luogo che mi è capitato di visitare molto spesso e che mi ricorda il gioco di luci e ombre di questi quartieri popolari: sotto la struttura che sostiene le rotaie della metro numero 2 tra la stazione di Stalingrad e quella di La Chapelle, c’è un campo da basket dove la racaille si ritrova a giocare. Per i cestisti abituati al parquet di legno questo posto ha dell’incredibile: i canestri irregolari in altezza e diversi tra loro sono delimitati da una solida gabbia che non lascia spazio per la rimessa laterale, che di conseguenza non esiste. La notte è un riparo per i senzatetto. Ci si gioca una pallacanestro diversa, mai veramente di squadra. Si passa la palla una volta sola perché è difficile che te la ritornino. All’interno della rete tutti i madrelingua francesi mettono in chiaro di essere nati altrove, soprattutto colonie. C’è chi si presenta in camicia, chi gioca con la tuta da operaio e gli scarponi antinfortunistica, chi fa mostra dei muscoli e tira solo da metà campo. C’è uno spirito istrionico che non fa parte della Parigi da cartolina. L’ultima volta che ci sono stato ho incontrato un ragazzo ucraino appena emigrato a causa della guerra civile. Ci siamo parlati principalmente a gesti e mozziconi di inglese. Non mi sorprende di averlo conosciuto lì, all’interno di un perimetro buio e ben recintato, venti metri per otto in cui la lingua francese non serve.

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