“La classe operaia va in paradiso”: la nevrosi da lavoro, ieri e oggi

di Francesca Plesnizer

La classe operaia va in paradiso, film di Elio Petri del 1971, è incentrato sul sempre attuale tema della nevrosi da lavoro. Ma quanto sono cambiate le cose oggi, rispetto agli anni ‘70? Rispondendo a questo quesito e analizzando il lungometraggio e alcune sue scene chiave, proverò a riflettere su questa questione dalle mille sfumature – anche se più ci si sforza di chiuderla e definirla, più, al contrario, essa si spalanca davanti ai nostri occhi.

Nel film troviamo un Gian Maria Volonté trasfigurato nei panni dell’operaio lombardo Lulù, famoso nella fabbrica in cui lavora, la B.A.N., per i suoi ritmi di lavoro disumani. L’uomo lavora a cottimo e ha sul groppone due famiglie: la sua ex moglie e suo figlio, ma anche la sua attuale compagna – interpretata da Mariangela Melato – e il di lei figlio. Per reggere quei ritmi esagerati Lulù ha un suo metodo: si concentra e pensa a un culo femminile, ripetendo mentalmente “Un pezzo, un culo, un pezzo, un culo”, una sorta di mantra dal sapore erotico e angosciante. Corre anche dei rischi: prende i pezzi che fabbrica mentre sono ancora in movimento, risparmiando così una manciata di secondi e venendo per questo lodato dai suoi superiori.

Lulù entra alla B.A.N. col buio, prima che sorga il sole, ed esce che fa di nuovo buio, ben dopo il tramonto. Fuori dallo stabilimento c’è sempre un gruppo di studenti di sinistra che manifestano contro i capitalisti, urlando nei megafoni i tipici slogan sessantottini e inneggiando alla lotta violenta, unica arma possibile contro il padrone che abusa degli schiavi operai derubandoli di ore e ore delle loro vite. Lulù però non li ascolta, anzi li deride pure, e finito il suo lavoro se ne torna a casa a rincoglionirsi davanti al Carosello. La sua compagna si lamenta con lui della loro inesistente vita sessuale: “Sono tre mesi che prendo la pillola per niente, sono stufa!”. Ma Lulù non ce la fa: è distrutto, dorme male, ha l’ulcera, il mal di schiena e il mal di testa. Questo è il caro prezzo che è costretto a pagare; senza contare che sta distruggendo anche il suo futuro: “Lulù, la vita l’è lunga… Non pensi alla vecchiaia? Alla schiena rotta per l’artrosi, alla polmonite, all’ospedale… sarai mezzo cieco…” gli dice un collega. “Tu non morirai mica nel tuo letto, morirai in fabbrica!”.

I primi segni di squilibrio cominciano a manifestarsi e Lulù, in cerca di conforto, va a trovare in manicomio il suo anziano amico ed ex collega Militina. Uscito dalla fabbrica – ed entrato in un’altra struttura autoritaria che misconosce e annienta l’io – il Militina è in grado di analizzare la situazione di Lulù (che un tempo era la sua) con lucidità e saggezza. È lui a esprimere i concetti più significativi di tutto il film, che hanno il potere di schiaffeggiarci forte in faccia risvegliandoci dall’illusorio e rassicurante torpore in cui siamo irrimediabilmente immersi. Lulù gli domanda come si era accorto che stava impazzendo, e il vecchio, dopo aver descritto i primi sintomi del suo tracollo, gli dice: “Lulù, ma tu lo sai che cosa produciamo in fabbrica? A cosa servono quei pezzi? Questa non è pazzia, perché un uomo ha il diritto di sapere che cosa fa e a che cosa serve”.

Un pezzo, un culo, un pezzo, un culo: Lulù è l’eroe del cottimo, produce senza sosta – ma che cosa? Che senso ha, ciò che fa? Il suo mondo è un inferno: “Pieno di manicomi, cimiteri, fabbriche, caserme…” dice il Militina, e in una realtà di tal sorta “il cervello a poco a poco se ne scappa, sciopera”. L’operaio deve arrivare a perdere un dito sul posto di lavoro, per prendere coscienza della sua misera condizione. L’incidente lo cambia e lo avvicina a quegli studenti le cui grida amplificate dal megafono sono alienanti tanto quanto il lavoro in fabbrica, sono insopportabili e trapanano le orecchie, foriere di verità che in realtà non appartengono a chi le urla. Gli studenti, per quanto dicano di lottare per la classe operaia, per la maggior parte non le appartengono. Gli operai dicono loro di tornare a studiare, perché hanno quelle possibilità che loro non hanno avuto – alcuni di loro hanno persino “la grana”.

Dall’altra parte ci sono i sindacati, ai quali Lulù non sente di affidarsi: vogliono tutti gli operai uniti nella lotta, propongono scioperi di sole due ore al giorno, ma pur essendo maggiormente consci dei problemi dei lavoratori, sono compromessi con i padroni e propongono una battaglia parziale, troppo diplomatica, fredda e razionale. Sono il cervello, mentre gli studenti sono la pancia; nel mezzo sta Lulù, il cui cervello “se ne sta scappando” e la cui pancia è ulcerata. Egli è ormai una bestia, privo di vita affettiva ed emotiva, e dunque non può far altro che lottare come fanno le belve. Ma questo lo porta – dopo manifestazioni accese e violente – a perdere il suo lavoro. Si vede chiudere in faccia i cancelli della B.A.N., piange e cerca senza successo di scavalcarli. Rincasa, trovandosi solo: la sua compagna l’ha abbandonato, dopo che lui aveva fatto di casa loro un rifugio per gli studenti ricercati a causa delle agitazioni avvenute in fabbrica. “Comunista non sarò mai!” aveva urlato la Melato, e: “Io sono per la libertà! A me il visone piace, lavoro da quando avevo 12 anni, sono brava e me lo merito!”. Ecco un’altra battuta chiave, che fa emergere un’alienazione con una sfumatura diversa: la donna lavora come parrucchiera da quando era bambina, è stata privata di un’istruzione appropriata e della sua infanzia. Dice di essere per la libertà, ma di che libertà sta parlando? Di quella di comprarsi il visone e tutte le cose che ha in casa e che Lulù, disperato, passa in rassegna, ragionando su quanti soldi potrebbe guadagnare se le vendesse: un robot da cucina, candele elettriche, ninnoli che non servono a nulla, premi di consolazione di cui la donna si circonda per compensare il tempo perso a sgobbare invece che a vivere.

Alla fine Lulù torna al punto di partenza e riottiene il suo lavoro. Senza di esso, in fondo, chi era? E chi è quando diventa di nuovo un operaio? Continua a essere una macchina, una vite, un bullone: un pezzo, un culo, un pezzo, un culo. Mentre sogna di occupare non più la fabbrica ma il paradiso, e vede emergere da una fitta nebbia il Militina, e poi lui stesso, e tutti i suoi poveri colleghi, che lavorando parlano, ma senza riuscire a sentirsi a causa del frastuono incessante prodotto dalle macchine.

Dopo quasi cinquant’anni, le cose sono cambiate? Assolutamente no, assolutamente sì. Ancor oggi, gli operai come Lulù sono tanti, sia in Italia che nel mondo, e nella maggior parte dei casi la loro situazione non è poi così migliore – basti pensare ai tanti casi di inaudito sfruttamento lavorativo di cui sono colpevoli soprattutto i grandi brand. Diversi sono i contesti e le parole chiave: ‘cottimo’ è stato sostituito da ‘voucher’ e dagli stage a 500 euro al mese per 40 ore lavorative settimanali. Lulù negli anni ‘70 era un 31enne che forse aveva a stento la terza media e lavorava in fabbrica da metà della sua vita; se fosse nato alla fine degli anni ‘80, come me, avrebbe forse una laurea triennale o addirittura magistrale. Cercherebbe un impiego e si vedrebbe offrire tante occasioni di “formazione”, ergo lavoro gratis – magari pure a chilometri da casa, di modo che, più che essere gratuito, sarebbe a carico suo che si dovrebbe pagare i mezzi di trasporto. A un certo punto potrebbe avere la fortuna di trovare un impiego stabile, neanche tanto penoso o squalificante, nel quale sfruttare i suoi studi e le sue competenze. Potrebbe essere un lavoro da impiegato o un posto in banca, addirittura. A Lulù potrebbe andare “di lusso” – a volte capita, anche se tutti ripetono instancabili lo slogan “C’è la crisi” (a cui di solito segue un altro slogan, altrettanto odioso e insensato: “Se trovi un lavoro qualsiasi te lo devi tenere stretto a ogni costo”).

Ma questo Lulù del 2017, sarebbe davvero molto diverso da quello del ‘71? Non lavorerebbe a cottimo, avrebbe forse una paga abbastanza equa. Ma i ritmi che i datori di lavoro pretenderebbero da lui, le ore passate alla scrivania (che oggi è ciò che era la macchina negli anni ‘70), sarebbero davvero molto differenti? Come sarebbe la sua giornata tipo? Sveglia, lavoro, casa, tv, dormire. E ancora e ancora, fino al weekend, in cui o sarebbe troppo stanco per fare qualsiasi cosa, oppure si trascinerebbe probabilmente a comprare cose – che altro ci fai, del resto, con i soldi? Dopo averli spesi per cose di prima necessità come il vitto e l’alloggio, intendo.

Certo, potrebbe desiderare una vacanza. Ma essendo stanco e stressato – avrebbe le ferie solo una, se fosse fortunato due, volte l’anno – non andrebbe mica a fare il pellegrinaggio a Santiago de Compostela. Al Lulù di oggi non fregherebbe forse nulla, di conoscere nuove culture, né di arricchirsi l’animo. Perché, in fondo, pure il suo cervello se ne starebbe scappando. Vorrebbe riposare, parcheggiandosi tutt’al più in qualche villaggio turistico. Tanto avrebbe i soldi per farlo, sarebbe libero! Ma di fare cosa, in realtà?

Padroni e schiavi: una logica ciclica e ripetitiva – come il percorso di Lulù nel film – un’interdipendenza che resta in vita proprio grazie a quella iterazione. È possibile far inceppare il meccanismo? “Lulù, ma che è vita questa?” gli chiede un collega quando torna in fabbrica dopo aver perso il dito. La vita è tempo, da impiegare per amare ed essere riamati, coltivare i rapporti umani, arricchirci, esplorare, trovare le nostre piccole felicità – che non sono, non possono essere, né un visone, né una cena in un ristorante costoso o una vacanza di lusso alle Maldive. Non possiamo lasciare che il lavoro diventi la nostra vita, che lo stress che ci causa fagociti tutto il nostro tempo e ci derubi della nostra umanità. Non siamo bestie, e siamo qui per poco – ma se evitiamo che il nostro cervello se ne scappi, forse possiamo divertirci a cercare di capire, insieme, perché siamo qui, prima di andare in paradiso.

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