La danza macabra dei diritti (Marx e Gramsci non avevano capito niente)

di Nicola Bocola

Festacomunista

Si è perso il conto delle volte in cui i lavoratori Ikea sono entrati in sciopero di recente. I più informati, sostengono si sia arrivati a quota quattro nell’estate appena conclusa. Prima che la storia cadesse in un surreale stato di oblio – sia da parte dei media che da parte degli stessi uffici stampa di azienda e sindacati – l’ultima notizia trapelata era che la trattativa tra le parti, giunta ad un punto morto, fosse stata formalmente sospesa. Da un lato i lavoratori, dall’altro la multinazionale che chiede turni più flessibili, una parte della retribuzione variabile e un meccanismo progressivo di maggiorazione delle festività (attraverso cui i dipendenti verrebbero pagati le domeniche dal 40% al 70% in base al numero di quelle lavorate). Le corvée per contratto e lo ius primae noctis a favore del manager locale si dice siano state cancellate giusto all’ultimo momento dalla proposta definitiva. Pur essendo manifesto l’intento di Ikea di capitalizzare il più possibile sulle spalle dei lavoratori, fortunatamente la cosa non si può fare fuori dai limiti della legge. Fino a dove si può, però, non è certo un’occasione da lasciarsi sfuggire. E in questo caso, va da sé, ci si può spingere molto molto in là.

Se in Italia e Spagna, ad esempio, dilagano le politiche aziendali basate su flessibilità e compressione salariale, altrove la musica è diversa. In Germania – come spiegava un sindacalista del CUB Flaica – “[i lavoratori] guadagnano di più, i punti vendita la domenica sono chiusi e fanno orari ridotti”. Curiosamente, sia per Ikea che in generale, i bilanci sono in attivo e il fatturato cresce.

Non sempre però, a dire il vero, fuori dall’Italia le cose vanno meglio. Recentemente, un’inchiesta del New York Times ha riportato l’attenzione sulle condizioni disumane dei lavoratori impiegati in Amazon. Beninteso, niente di nuovo e soprattutto niente su cui non si siano già pubblicati regolarmente articoli, editoriali, interviste e libri. Per intendersi, già nel 2011 The Morning Call pubblicava un’inchiesta analoga (a cui dedicherà anche una serie di articoli), seguita, due anni dopo, da un altro celebre reportage sul lavoro nello stabilimento di Bad-Hersfeld in Germania e in quello di Jean-Baptiste Malet in Francia. Vista in prospettiva quindi, l’ultima inchiesta del New York Times ha, di per sé, lo stesso valore informativo delle notizie sul caldo afoso in estate. A dirla tutta, lo stesso quotidiano già nel 2000 scriveva della condotta anti-sindacale e delle dure condizioni di lavoro nella compagnia di Bezos. In nessun caso, nondimeno, sono stati presi provvedimenti o si è quantomeno discusso seriamente sul tema. Anche perché, magari anche spiace un po’ per gli operai, ma vuoi mettere la soddisfazione di vedersi magicamente consegnare l’iPhone nuovo di pacca a 24 ore dall’acquisto?

Tornando in Italia, analoghe per la triste regolarità sono le storie dei braccianti sfruttati dal caporalato che stagionalmente vengono riportate dai giornali. Pezzi sempre uguali, riciclati di anno in anno e pubblicati, di norma, accanto alle dichiarazioni di qualche uomo del ministero delle politiche agricole che al reporter spiega, con voce melliflua ma ferma, come questa sarà davvero la volta che si eliminerà l’ultima forma di schiavitù. E noi ci vogliamo credere. Grandi speranze (?) sono infatti poste sull’ennesima normativa appena varata dal governo.

Certo, questi sono casi molto diversi tra loro, ma che rimandano tutti al medesimo tema. Quello del lavoro, dei diritti sociali e, in ultima istanza, della dignità delle persone. Un tema comune che, lamentano alcuni, aveva un tempo – almeno apparentemente – una casa comune in una determinata tradizione politica. Sono in molti oggi a chiedersi – in uno sforzo di onestà intellettuale – come sia possibile che i ben noti scenari di sfruttamento che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi continuino a prodursi e riprodursi nell’acquiescenza più totale, specialmente di quella stessa tradizione “socialista” che sembra – almeno così dicono alcuni facinorosi – aver definitivamente abdicato a se stessa. Ma, per arrivare al punto, è davvero così? Stiamo davvero parlando della stessa tradizione?

Qualche vetusto veteromarxista (?) continua a sostenere infatti, ad esempio, che la sinistra – una volta abbandonata l’ispirazione marxista – si sia tramutata in un carrozzone allegorico di Radicali di varia risma e sfumatura, di neo-liberali (consapevoli e) inconsapevoli e paladini del politicamente corretto. Ma queste sono solo Ingiurie di invidiosi, va da sé. Checché se ne dica, è questa la moderna, liberale e libertaria “Sinistra-che-piace-e-accontenta-tutti”: dagli impiegati della posta a Davide Serra. D’altra parte oggi il lavoro salariato, il diritto alla casa e tanto più il socialismo, sono notoriamente temi superati. Oggi, giustamente e sacrosantamente, l’unica cosa che conta sono i diritti civili. Ben più nobile e moderno obiettivo, chiaramente. Un obiettivo che gode anche del non secondario vantaggio di mettere d’accordo davvero tutti a “sinistra”. Dai compagni di Rifondazione che scrivono con gli asterischi ai CEO delle corporation. Il che, vuoi mettere, è piuttosto comodo e toglie anche dall’impiccio chi dovrebbe parlare di padronato, contratti e altri temi decisamente meno apprezzati dalle multinazionali.

Certo che il fatto che gli operai – quelli che illo tempore erano l’ultima speranza rivoluzionaria contro il capitale – si siano ridotti a votare uno dei partiti indipendentisti più beceri della storia repubblicana potrebbe costituire una spia d’allarme. Senonché, convinti della bontà del corso intrapreso dalla cosiddetta New Left – anche perché, si sa, come dicono gli anglofoni, “love wins” – sappiamo che sono loro nel torto e che loro – non noi (!) – hanno tradito il vero spirito della sinistra.

Le fabbriche potranno anche chiudere, lo statuto dei lavoratori potrà essere abrogato in toto; vogliono reintrodurre la servitù della gleba? E sia! Purché le libertà civili individuali non siano toccate. Quello che davvero importa è che, ad esempio, facoltosi individui possano avere la sacrosanta libertà di acquistare con tranquillità un figlio d’importazione, affittando a modico prezzo l’utero di una giovane ucraina. Solo bigotti e retrogradi parlano ancora di reificazione o di egemonia.

I grigi loschi figuri di cui sopra, che continuano disperatamente ad appendersi alla barba di Marx, sostengono che la più logica priorità, la conditio sine qua non per tutto il resto, dovrebbe essere la lotta contro l’assolutismo del mercato, per il salario e per i diritti sociali. Dicono, ad esempio: “si accorgono gli omosessuali che i diritti civili a cui aspirano sono (anche) parte integrante degli apparati ideologici attraverso cui si produce e riproduce lo sfruttamento capitalista? Non sanno che basta l’amore per sposarsi?” I progressisti allora, nobilmente, oltre all’immediata – e sempre politicamente fruttuosa – accusa di omofobia, latrano prontamente che i sentimenti non sono un argomento e che la sinistra occidentale (ridotta in salottino borghese, per dare un senso alla sua esistenza) è ormai diventata la gioiosa incubatrice di istanze libertarie e radicali – comode perché innocue, quando non funzionali, al modo di produzione capitalista. Un tempo le lotte per i diritti civili erano raccordate in maniera diretta ed esplicita con la lotta politica, oggi invece rappresentano uno dei tanti diversivi per distogliervi le persone. Le vie del capitale sono infinite.

Ma se tanto dà tanto, si potrebbe quasi pensare che, rinunciando ad opporsi al capitalismo, la nuova sinistra stia facendo ricorso ai più minuti temi dei diritti civili, come ad esempio all’ultra discusso caso di questi giorni delle famiglie arcobaleno, come ad un banale specchietto per le allodole attraverso cui millantare la sopravvivenza almeno una flebile (quanto inesistente) differenza ideologica rispetto al resto dell’establishment borghese. Va da sé: queste sono solo calunnie di maligni, di invidiosi faziosi (e omofobi!) che non vale la pena nemmeno considerare.

Sono solo bifolchi che non hanno capito nulla: né loro, né Marx, né, tantomeno, Gramsci e compagnia. È una battaglia di civiltà per il progresso: i precari di Ikea, i magazzinieri di Amazon e i braccianti sotto caporalato, dovrebbero tutti smettere di lagnarsi e gioire per le conquiste di cotanta civiltà per poi, nel giubilo collettivo, festeggiare tutti facendosi selfie con l’iPhone all’apericena equosolidale. D’altra parte, se anche avessero davvero finito il pane, possono sempre mangiare brioches, no?

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