La dottrina tradizionale del sacrificio

di Eleonora Zeper

La centralità del concetto di sacrificio nel mondo tradizionale è fuori discussione. L’atto sacro è stato oggetto di riflessioni e interpretazioni tanto nella tradizione indù, soprattutto nei Brāhmana (IX-IX a.C.) e poi con la Bhagavadgītā (III a.C. – I d.C.), quanto in quella medio e tardo platonica (Filone di Alessandria I a.C.-I d.C; Porfirio, Giamblico, Giuliano Imperatore III-IV d.C.). Come ben osserva Émile Benveniste, presso tutti i popoli di lingua indoeureopea non esiste una parola specifica atta a designare il solo sacrificio: questo è infatti concepito come l’atto per eccellenza, “ovunque ‘sacrificare’ è presentato come ‘fare’” (Le Vocabulaire des institutions indo-européennes, 2 voll., Paris 1969, tr. it. a cura di M. Liborio, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Torino 1981, p. 469 ed. it.). In latino, ad esempio, abbiamo un generico sacro agire (sacrum facĕre), dal quale poi il termine sacrificium; nel greco di Omero il verbo impiegato è ergo, corradicale di ergon “opera”; in sanscrito, infine, karma è tanto “atto” che “rito”. Il sacrificio si connota, dunque, non solo come il rito per eccellenza, ma, come ovvio in una concezione del mondo nella quale la dimensione religiosa è l’unica in cui l’uomo è capace di vivere, come l’atto per eccellenza.

In questo breve contributo si desidera accennare tanto al valore sociale quanto a quello metafisico del sacrificio presso gli antichi popoli di lingua indoeuropea, valore che, grazie anche al ruolo di tramite esercitato dal cristianesimo, crediamo stia alla base del potere e del fascino che il concetto di sacrificio continua a mantenere oggi.

Nella Grecia arcaica e classica ogni forma di associazione umana viene istituita attraverso il sacrificio, ogni passaggio da una fase all’altra della vita viene sancito da esso, ogni scelta di una certa importanza che ci si accinge a compiere sul piano politico-militare è preceduta, iniziata e propiziata dal sacrificio (vedi W. Burkert, Homo Necans. Interpretationen altgriechischer Opferriten und Mythen, Berlin 1972, tr. it. a cura di F. Bartolini, Homo necans. Antropologia del sacrificio cruento nella Grecia Antica, Torino 1981, pp. 44-46 ed. it.). E questo perché ogni nuova opera – la costruzione di una casa o di una città, la formazione di un gruppo sociale, la produzione di un’opera d’arte… – affinché quanto venga cominciato abbia in sé vita, forza e realtà, deve essere sancita da una morte sacrificale, vera o sostitutiva (tale idea è alla base di M. Eliade, Commentaires sur la légende de Maître Manole, Paris 1978, tr. it. a cura di R. Scagno, I riti del costruire. Commenti alla leggenda di Mastro Manole, Milano 1990).

Osserviamo i fatti: l’uomo antico sacrifica un animale, le primizie del raccolto, un oggetto per ottenere qualcos’altro, la protezione degli dèi, la vittoria, la buona riuscita di qualsiasi impresa. La logica del do ut des, sebbene senz’altro riduttiva, può aiutarci a giungere ad un primo livello di comprensione: l’individuo sacrifica qualcosa di proprio per ottenere un bene maggiore, rinuncia ad un proprio bisogno in vista di qualcosa di più valevole e duraturo, mette da parte l’io in favore dell’insieme, oggettivando nell’offerta il suo limite, lo trascende.

I testi insistono sulla necessità di sacrificare solo ciò che è nostro, sull’importanza che la vittima sia consenziente e, in ultima istanza, sul carattere simbolico di ogni forma di sacrificio: è il meccanismo della ‘sostituzione penale’, operante tanto nella tradizione ebraica quanto in quella ellenica. I due classici esempi portati dagli studiosi sono infatti da una parte il sacrificio di Isacco, dall’altro quello di Ifigenia, per il quale ricordiamo la testimonianza di Servio nel suo commentario all’Eneide (II 116): “VIRGINE CAESA: non vere, sed ut videbatur, et sciendum in sacris simulata pro veris accipi”. Con l’espressione “VIRGINE CAESA” Virgilio si sta riferendo proprio ad Ifigenia, “vergine uccisa” prima della guerra di Troia; chi conosce il mito, però, sa bene che al posto di Ifigenia era stata sacrificata una cerva. Servio definisce tale meccanismo sostitutivo (“simulata pro veris”) come tipico del rito (“in sacris”). È pertanto l’offerente stesso, il suo io, la vera vittima di un atto sacro. Tramite la rinuncia simbolica alla propria individualità attuata nel sacrificio, infatti, l’essere umano s’inserisce organicamente in tutto ciò di cui egli è chiamato a far parte, nella famiglia, nella città, nella casta… nel tutto: la logica del singolo viene meno e viene inscritta in quella dell’organismo proprio in virtù dell’abnegazione che l’individuo dimostra. Ed è tramite questa stessa rinuncia che è possibile stabilire un contatto con il divino; le tradizioni indù e platonica concordano infatti nell’attribuire al sacrificio un valore anagogico. Mediante il sacrificio l’uomo si unisce dio. Per dirla con parole mutuate dai testi indù: con la rinuncia al individuale che si attua nel sacrificio si giunge al , come fiumi al mare.

Da una parte dunque il sacrificio fonda e struttura la società umana; dall’altra, però, è strumento di ascesi e di fuga da quella stessa società di cui è condizione di esistenza. Si può dunque ben intuire come questo sacrum facĕre, permettendo tanto il legittimo inserimento dell’individuo nella società quanto la definitiva libertà da questa, dia all’uomo la possibilità di soddisfare sia le proprie necessità pratiche sia quelle spirituali. E di sacrificio non parlano solo i testi sacri o gli esegeti… ne parlano i miti, le fiabe, le saghe. Si è volutamente evitato di far accenno al cristianesimo per evitare che si pensi che il concetto di sacrificio assuma importanza solo a partire da quello del Cristo. Ciò non toglie che il sacrificio di Cristo, lo stesso a cui è chiamato ogni cristiano, si accordi alla perfezione a quanto detto. Che meraviglia dunque se il concetto di sacrificio, l’idea del “morire per” qualcuno o qualcos’altro, che percepiamo come più nobile e migliore di questo tanto esaltato io, continua a mantenere, nonostante l’esibito individualismo che contraddistingue la nostra epoca, un po’ del suo millenario valore?

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