La fabbrica del manicomio chimico. Intervista a Piero Cipriano

psico

a cura di Federica Ferluga

Autore de La fabbrica della cura mentale e de Il manicomio chimico, lo psichiatra Piero Cipriano è stato ospite negli studi di Radio Fragola, dove ha anticipato alcuni dei temi che saranno trattati nella giornata di giovedì 3 marzo alle 17 presso l’Aula magna del Dipartimento di Traduttori e Interpreti (via Filzi 14, Trieste). In questa sede Cipriano parteciperà al pomeriggio di approfondimento sulla campagna “…e tu slegalo subito”, insieme a Pierpaolo Capovilla, cantautore impegnato in questa battaglia civile, e alla psichiatra basagliana Giovanna Del Giudice.

Buongiorno Piero, io sono un soggetto borderline diagnosticato dal DSM quarto, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – noto anche con la sigla DSM – che è oggi uno dei sistemi nosografici per i disturbi mentali o psicopatologici più utilizzati da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo.

Tu ti ritieni tale?

Assolutamente no. Voglio dirti in primo luogo che per me leggere Il manicomio chimico è stato un pugno nello stomaco; io sono stata vittima della cosiddetta psichiatria cosmetica: un percorso lungo 10 anni fra antidepressivi, sedativi e regolatori dell’umore… i cui effetti restano scolpiti sul mio corpo. Per cominciare, ti chiederei allora di spiegarci che cos’è il manicomio chimico, per chi non l’avesse letto – o direttamente provato sulla popria pelle.

Ne La fabbrica della salute mentale – dove mi sono occupato degli SPDC e del loro funzionamento, il quale somiglia sempre più a quello di una fabbrica in cui si entra per circa dieci giorni, si viene un po’ aggiustati dalle molecole e dai farmaci, poi si esce e si va in altri luoghi – parlavo pur sempre di luoghi fisici, di strutture che fungono oggi da sostituti dei manicomi. Poi un giorno ho pensato che, in maniera totalmente inavvertita, e attravrso strumenti infinitamente più evoluti, le forme fisiche di controllo e contenzione stanno venendo – e saranno sempre di più – soppiantate dalla coppia diagnosi-farmaco.

Trovi lecito dire che, in un certo senso, attraverso questa coppia (diagnosi-farmaco), la malattia mentale venga come “creata” a tavolino?

Una sofferenza psichica, un disagio, un modo di essere al mondo che genera dolore, esistono eccome, non si tratta minimamente per me di affermare che non esiste il disagio. Io credo che il taglio sia da prodursi altrove, cioè al livello del rapporto tra disagio e malattia. Ciò che non posso tollerare è che si confonda qualsiasi forma di disagio con una “malattia” misurabile “scientificamente”, di cui per di più si deve rintracciare la causa, indagare le lesioni d’organi e seguire le evoluzioni ben definite. E voglio aggiungere che non è affatto detto che il medico che esegue pedissequamente questa semplificazione lo faccia per un qualche tornaconto economico, spesso la cosa accase per semplice “pigrizia intellettuale”. Il fatto è che è più facile, e molto più comodo, ridurre tutto il rapporto terapico alla prescrizione di una molecola.

Ne Il manicomio chimico sostieni che è specifico del disagio mentale andare a pari passo con la ‘miseria’, sia economica che umana. Tra le persone che soffrono di gravi dipendenze, e ultimamente persino tra i richiedenti asilo, gira la voce che si stiano prescrivendo dei “TSO facili”. Sai di cosa si tratta, ne hai mai sentito parlare?

Il “TSO facile” mi sembra proprio un paradosso, perché al TSO si dovrebbe fare ricorso solo in casi davvero estremi. Un tempo c’erano dei criteri rigidi per stabilire se una persona avesse bisogno di tale trattamento, mentre ora mi pare che ci si sia un po’ dimenticati di questi criteri, purtroppo, e in alcune occasioni questa pratica pare venga addirittura applicata anche quando il disturbo fisico non c’è. Quando si dice “il TSO è ingiusto, aboliamolo” io posso anche essere d’accordo, ma credo che innanzitutto bisognerebbe limitarne l’abuso: se fosse veramente un trattamento raro, riservato a casi estremi e di vera emergenza, potrebbe almeno conservare una sua flebile ragion d’essere.

Una domanda un po’ provocatoria: lei sostiene, pur dichiarandosi basagliano, che in casi estremi di disagio (ad esempio se una persona vuol far male a se stessa o agli altri) è necessario somministrare il farmaco. Se lei avesse un paziente che, lucidamente, le manifestasse l’intenzione di togliersi la vita, lei lo costringerebbe a sottoporsi a una cura?

Questa che mi fai è una domanda interessante. In Italia non ci si può togliere la vita in nessun caso, noi psichiatri dobbiamo prima stabilire se si tratta di una condizione di disagio psichico oppure no; in quel caso si tratterebbe innanzitutto di provare a curare questo disagio, altrimenti lo psichiatra rischierebbe egli stesso sul piano penale. Se, ad esempio, ritenessi che ci sia una grave depressione che dev’essere curata, in questo caso – e solamente in questo caso – dovrei dar luogo a un TSO. Inoltre, non per forza un trattamento sanitario obbligatorio prevede la somministrazione di un farmaco, la cura si può praticare in tanti modi, ad esempio instaurando un rapporto, ponendo la persona in un ambiente tranquillo, in un posto accogliente.

Perché, ad esempio, un malato di cancro può rifiutarsi, legittimamente, di sottoporsi ad una chemioterapia mentre una persona a cui viene prescritto un TSO non può fare altrettanto con la somministrazione dei farmaci?

Semplicemente perché si tende a dare per scontato il fatto che un individuo che ha una diagnosi psichica non è in grado di autodeterminarsi e quindi deve essere eterodeterminato.

Nei tuoi libri menzioni a volte Trieste come una sorta di oasi felice rispetto alla contenzione. Tuttavia ci sono delle eccezioni, ad esempio alcuni cronicari e le realtà di primo soccorso.

Distinguiamo le varie cose. Tu hai detto che nei luoghi della psichiatria triestina non si lega più: è già un enorme passo avanti. Nelle realtà della medicina si lega ancora, si lega perché in molti ambienti probabilmente la cultura anti-manicomiale non è stata ancora assorbita. La campagna “…e tu slegalo subito” non si concentra soltanto sulla contenzione in psichiatria, ma sulla contenzione in tutte le sue forme. Le fasce sono certamente economiche, ma bisognerebbe considerare il conflitto tra etica ed economia e, piuttosto, investire in operatori che stabiliscano un ponte empatico con i pazienti.

Che differenze ci sono tra il DSM 5 e il precedente (DSM IV)?

Che la rete è a maglie sempre più strette e prende pesci sempre più piccoli, per cui ridefinisce tutto ciò che un tempo era considerato assolutamente ordinario in senso patologico. Ad esempio adesso il lutto non può durare più di due settimane altrimenti viene diagnosticato automaticamente come depressione, mentre negli anni ’80 poteva durare anche più di un anno. La conseguenza è che molte più persone tristi per un lutto verranno classificate come depresse. Sembra un manuale idoneo a vendere sempre più psicofarmaci. Pensate che pare che la metà degli scienziati che hanno redatto il DSM IV (non ho i dati del DSM 5) avessero rapporti con le case farmaceutiche. Infatti non è un caso che la vendita degli antidepressivi negli Stati Uniti negli ultimi vent’anni è aumentata del 400%.

E noi, come su un’infinità di altre questioni, ci stiamo semplicemente adeguando al modello americano. Il Prozac lo conosciamo tutti…

Il Prozac e i suoi epigoni sono ormai prescritti paradossalmente più dai medici di base che dagli psichiatri. Ne Il manicomio chimico spiego in fondo come questi farmaci – che sembrano innocui – se non vengono maneggiati in maniera oculata possono produrre danni psicofisici tremendi. Io non è che non prescriva gli psicofarmaci, ma cerco di essere il più avveduto possibile, in particolare riguardo a quei farmaci insidiosi, farmaci-trappola che se non vengono tolti per tempo (una volta prescritti) possono causare alterazioni cerebrali ed emotive stabili, che rendono veramente difficile e pericoloso per un soggetto tornare al punto di partenza.

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Bruno Cavallaro
Ospite
Da operatore non medico di psichiatria: ogni giorno devo a malincuore verificare che i pazienti psichiatrici (compresi i tossicodipendenti) non hanno la stessa dignità dei pazienti di medicina/chirurgia. Ogni giorno, abusi, trascuratezze, arretratezze culturali strutturate e apparentemente inscalfibili, intrighi di potere fra dirigenti sanitari e politici, lotte intestine tra operatori … La frase-mantra “il paziente psichiatrico non interessa a nessuno” viene recitata quasi con orgoglio – ci si sente più fighi a ostentare la propria emarginazione. Purtroppo, da italiani, sono pochissimi gli operatori – psichiatri e no – che osano uscire dal comodo mainstream. Un esempio, tipico: “Se ci fornissero… Leggi di più »
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