“La fine dei vent’anni” di Francesco Motta (Woodworm, 2016)

di Alina Tomasella

motta disco

Francesco Motta esce dalle quinte del Miela saltellando come un ragazzino al luna park, si avvicina al microfono con fare un po’ nevrotico ed inizia a cantare, mentre la batteria di Cesare Petulicchio (Bud Spencer Blues Explosion), le tastiere di Leonardo Milani e la chitarra di Giorgio Maria Condemi (Spiritual Front, BRÖNSØN) stanno già battendo i primi tempi de La fine dei vent’anni.

Ormai sulla punta della penna dei migliori rubricanti musicali che hanno scritto trafiletti o interi articoli-interviste, Motta è riuscito nell’ardua impresa di non far passare inosservato il proprio esordio da solista, primo lavoro dopo l’esperienza coi Criminal Jockers, gruppo con il quale si era già esibito qualche anno fa nel luogo culto dell’underground triestino, l’Etnoblog. Se il nuovo album, uscito il 18 marzo scorso, non può essere considerato un’epifania (di quelle, per intenderci, da predicatore che urla “LUI HA VISTO LA LUCE” e improvvise capriole lungo la navata di una chiesa), anche perché non ha la presunzione di svelare un indirizzo propriamente alternativo o ricercare un linguaggio nuovo, ha una dote significativa: dimostrarsi un puntuale segno di scompiglio nel panorama odierno della musica italiana e di rottura del piattume (o pattume) che siamo talvolta costretti ad ascoltare.

Sentirlo la prima volta forse non risulterà granché, ma basta dargli un po’ di tempo, riascoltarlo in qualche altra occasione ed esso rivelerà diversi passaggi autentici, molte raffinatezze – la critica concorda che di queste sia complice il sodalizio col produttore Riccardo Sinigallia – tanti elementi di nota che concorrono a presentare un buonissimo lavoro d’insieme. Fondamentale poi sarebbe risentirlo dal vivo, un ambiente nel quale Motta, anche grazie ad una band di virtuosi, riesce a trasmettere quell’incisività che nel disco si può solo intravedere.

Nell’atmosfera elettronica, vibrante e totalizzante dei ritornelli intelligenti ripetuti in loop, la band al Teatro Miela, come presa da scariche elettriche e sornioni andamenti corporei, inevitabilmente finisce per coinvolgere il pubblico. Seppur non troppo numerosa, tutto attorno la gente è catturata dalla stessa rete ritmica, dallo stesso incantesimo di movimento costruito su echi cosmopoliti e a volte addirittura etnici. Le canzoni si susseguono senza interruzioni (se non per riaccordare la chitarra) e sfogliano un’antologia di pensieri e di sonorità che appartengono alla vita moderna. Esse esprimono con attuale malinconia la ruvida giovinezza e la sua inaspettata fine, quando nel frastuono della quotidianità bisogna improvvisamente ricalibrare il proprio equilibrio, e, ripensando ai sogni di ieri, accettare i compromessi di oggi (“La fine dei vent’anni / è un po’ come essere in ritardo / non devi sbagliare strada / non devi farti del male / e trovare parcheggio” – “Amico mio sono anni che ti dico andiamo via / ma abbiamo sempre qualcuno da salvare / e da baciare” – “Le giornate erano piene / di storie assurde e di silenzio / oggi non ho tempo di pensare a cosa è cambiato”).

Un filo rosso – il tema della gioventù bruciata – che lega la maggior parte dei brani del disco, da Se continuiamo a correre, scritto assieme a Alessandro Alosi del Pan del Diavolo, a Roma stasera, litania gridata dai meandri oscuri delle asperità urbane ed umane i cui strascichi si ritrovano poi nelle riflessioni di Del tempo che passa la felicità; si può scoprire un autore più dolce nelle evocazioni degli affetti familiari di Mio padre era comunista o in Sei bella davvero, la storia di un transessuale, trattata dal duo Motta-Sinigallia con amore certo, ma anche con un po’ troppo “buonismo”, tanto che i due musicisti le conferiscono un taglio decisamente pop (il ritornello è degno delle migliori boy band di Top of the Pops!). Infine, sebbene a volte imperfetta, la voce di Motta si dimostra sempre espressiva, anche quando canta il peso di aspettative e paure del futuro in Prima o poi ci passerà, forse la canzone più riuscita dell’album.

Con questo lavoro, quindi, Motta si muove tra opposizioni di poli tematici, si interroga sul rapporto tra gioventù e maturità, tra esperienze passate e perplessità sul presente. Un’oscillazione dialettica riflessa anche nell’approccio musicale: l’artista attinge sia alla tradizione del buon cantautorato italiano (Franco Battiato, i Baustelle,…) sia alle sonorità elettro-pop della scena contemporanea europea, scandendo così un mix complesso di vecchio e di nuovo che finalmente esce dai tracciati usuali, con eleganza, molto studio e poca improvvisazione.

Un apprezzabile esordio perciò, che manca forse soltanto di una certa dose di naturalezza: infatti Motta sembra proprio aver calcolato ogni cosa con precisione, dalle originali accordature a diversi Hz delle canzoni, al proprio aspetto “trasandato-chic”, fatto di capelli scomposti e braghe sgualcite. Nonostante questo distacco un po’ intellettuale, di certo ricercato e giustamente percepito, la sua musica non è priva di una vera energia e di una totale intensità che percorrono anche l’esibizione dal principio alla fine.

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