La fisiognomica e il caso, nei “Mangia a poco” di Thomas Bernhard

mangia-fagioli

di Alice Gardoncini

I “mangia a poco” li potete incontrare se diventate clienti abituali di un bar, di un locale o di una mensa: si siedono sempre allo stesso tavolo, hanno lo sguardo pacato di chi si sente a casa e i gesti misurati e precisi degli habitué. E, soprattutto, scelgono ogni giorno il piatto più economico. Sembrano parlare una sorta di lingua privata, fatta di piccoli rituali e complicità nate dall’abitudine, e la loro caratteristica più evidente, ormai, è quella di essere completamente integrati con l’ambiente circostante, di aver come assorbito, con la ripetizione della routine, l’aria di quel determinato bar, locale o mensa che sia.

Sono proprio quattro personaggi di questo tipo ad essere al centro del “romanzo della fisiognomica” di Thomas Bernhard. Uscito per Suhrkamp nel 1980, si tratta di un unico lungo paragrafo senza capoversi: Bernhard pretese dal suo editore che fosse stampato in caratteri molto grandi, per lasciare una buona interlinea che facesse respirare il testo e raggiungere così le centocinquanta pagine, in modo che il libro fosse più maneggevole.

Koller, il protagonista del racconto, appartiene alla folta schiera dei personaggi idiosincratici e ossessivi di Bernhard, uomini solitari ma logorroici, tormentati dalla volontà di portare a compimento un’opera capace di dar senso a tutta la loro vita. Nel caso specifico si tratta di un saggio di fisiognomica. La disciplina ebbe grande fortuna nei paesi di lingua tedesca, tanto da divenire, a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, oggetto di dibattito fra intellettuali come Lavater, Lichtenberg, Kant, Hegel e Goethe.

Derubricata oggi tra le pseudoscienze, la fisiognomica supponeva di poter dedurre l’essenza interiore di un uomo a partire dall’osservazione dei tratti del suo volto, o, più in generale, dall’osservazione di determinati tratti esterni e comportamenti involontari. Per Koller si tratta di qualcosa di più, qualcosa di molto simile ad un “salto in un abisso infinito”, ovvero una teorizzazione volta a raggiungere una conoscenza universale riguardo alla natura ed alla scienza della natura. Tutto ciò è reso possibile, secondo il principio della parte per il tutto, proprio a partire dall’osservazione degli irrilevanti “mangia a poco”: nella quotidiana ripetitività dei quattro clienti abituali della Cucina Pubblica Viennese si nasconderebbe in realtà, secondo Koller, il cuore del meccanismo fisiognomico. Perché e in che modo, non è dato saperlo. La supposta correlazione tra una sedicente teoria universale e l’osservazione analitica di alcuni uomini irrilevanti e miseri diventa ben presto il punto centrale del romanzo. Dei “mangia a poco” Koller traccia una breve descrizione e un abbozzo di biografia, ma nessun elemento salta all’occhio, se non per la sua piatta ordinarietà; tuttavia attorno a questa correlazione, presentata come necessaria e indubitabile, si esercita la scrittura di Bernhard, con le sue innumerevoli ripetizioni, variazioni e celebri esagerazioni.

Le aspettative del lettore aumentano con il procedere del romanzo: in cosa consiste la teoria fisiognomica di Koller, e perché i “mangia a poco” ne sono la fondamentale chiave? Come è naturale non si trovano risposte dirette a queste domande: il protagonista infatti – seguendo uno schema ben consolidato in Bernhard – non riesce a mettere per iscritto il saggio e tenta dunque di raccontarne il contenuto all’amico d’infanzia, narratore in prima persona del romanzo. Ma anche questo tentativo, di fatto, fallisce: tutto il romanzo si svolge e riavvolge intorno alle condizioni e alle circostanze preliminari al racconto del saggio.

Come fa notare lo stesso Koller al narratore del romanzo, l’oggetto del suo lavoro diventa dunque un anti-oggetto. Invece di parlare della fisiognomica a partire dai “mangia a poco”, la narrazione si fa reticente, costruisce una cornice facendo ben attenzione a lasciare vuoto il centro del quadro. Così il narratore racconta ai lettori di come Koller non sia riuscito a raccontare il contenuto della propria fisiognomica, e in questo modo lascia dubitare del fatto che tale fisiognomica possa in generale essere raccontata.

Il lettore capisce molto presto che ogni dettaglio considerato inizialmente come decisivo si rovescia irrimediabilmente in un ostacolo insormontabile per il compimento dell’opera. È questo il caso del morso del cane: durante una passeggiata al parco il protagonista aveva casualmente incontrato il ricco industriale del vetro Weller che portava a passeggio il cane ed era stato morso da quest’ultimo, circostanza che lo aveva portato all’amputazione della gamba rendendolo zoppo per il resto della vita. L’incidente è presentato da Koller come punto di svolta delle sue scelte successive. Si tratta di un evento «tanto fausto quanto infausto» che permette – e al contempo impedisce – al personaggio di raggiungere il proprio scopo. Da un lato infatti la deformità fisica procurata dal morso del cane è propedeutica allo studio della fisiognomica: innanzitutto assicura un vitalizio a Koller e viene da lui interpretata come un segno ineludibile della sua devozione completa alla ricerca scientifica. D’altra parte, tuttavia, è proprio l’impaccio provocato dalla gamba artificiale a far inciampare Koller sulle scale di casa, proprio la sera prima del giorno in cui avrebbe voluto raccontare al narratore il contenuto della propria fisiognomica. L’incidente casuale e improvviso – tutto in Bernhard avviene d’improvviso – impedisce al protagonista di completare il racconto, suggellando così l’impossibilità intrinseca del racconto stesso.

Se si tratta di un caso, esso, paradossalmente, appare necessario e ineludibile, come il caso che insegue come un destino ogni “eroe del fallimento”: dai personaggi tragici e comici che popolano le letture più colte, a quelli più prosaici della cultura pop. Un caso lascia sprofondare il K. nel sonno più completo proprio nel momento in cui un annoiato segretario gli rivela i misteriosi meccanismi del Castello, così come è ogni volta un caso a provocare i continui fallimenti del coyote Wile E. nella sua caccia a Bip Bip.
Proprio sull’ambiguità e alternanza tra caso/necessità e effetto comico/tragico, si gioca questo breve romanzo di Bernhard; in linea – per continuità tematica e stilistica – con le altre opere del periodo, ma sbilanciato verso la parodia e autoparodia nella misura in cui Koller può essere interpretato come una controfigura caricaturale dei precedenti uomini di pensiero bernhardiani.
La fisiognomica e il fatalismo di Koller ad essa soggiacente possono infatti essere letti come semplici obiettivi polemici: a sostegno di questa tesi l’insistenza sulla ridicola illusione del protagonista intorno alla leggibilità completa del mondo, oppure la sua ossessione per i dettagli insignificanti interpretati come fondamentali. La funzione parodica dei Mangia a poco, inoltre, si inserisce coerentemente nell’intento, espresso a più riprese nelle diverse opere di Bernhard, di portare avanti una critica al ruolo mimetico della letteratura. In quest’ottica la fisiognomica altro non è che l’ennesimo gesto che – assegnando ad ogni segno un determinato significato – insegue vanamente l’ideale rappresentativo, preda di quell’ingenua fiducia che permette di ammirare acriticamente arti come la fotografia, la descrizione, la pittura, l’autobiografia.

Il fallimento della teoria fisiognomica universale nei Mangia a poco attesta dunque l’impossibilità di giungere a una classificazione e sistematizzazione dei segni, ma d’altra parte e al contempo, sembra rivelare una potenziale funzione positiva dello sguardo fisiognomico. L’attenzione di tipo fisiognomico, pretendendo di dedurre l’interno dall’esterno, quando rinuncia alla classificazione del reale in base a segni arbitrari, suggerisce la necessità di prendere in considerazione gli elementi collaterali e formali dell’enunciazione invece di fermarsi al contenuto dell’enunciato. Il romanzo di Bernhard non propone quindi una teoria fisiognomica, ma soffermandosi su elementi esterni al tema che esplicitamente dichiara di voler trattare, ambisce ad un cambiamento di sguardo verso i dettagli “inappariscenti” che il reale porta con sé e che normalmente vengono scartati come inutili e anzi dannosi per l’attenzione. I “mangia a poco”, nella loro vita misera e marginale, sono esattamente l’immagine di tutto questo: qualcosa che Koller ha avuto per sedici anni sotto gli occhi senza vedere:
Quello sguardo rivolto ai mangia a poco, che in un primo momento gli era sembrato solo una pressoché ingiustificabile divagazione rispetto al suo compito vero e proprio, ecco che di colpo era diventato per lui nient’altro che l’opposto, vale a dire uno sguardo diretto al centro della sua fisiognomica, dalla quale si riprometteva niente di meno che la realizzazione del compito a cui aveva dedicato l’intera sua vita.

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