“La legge del mercato”: la perdita come guadagno

di Francesca Plesnizer

Cosa accade quando circostanze avverse – economiche, lavorative, sociali, intellettuali – ci privano parzialmente o totalmente dei nostri diritti, della nostra libertà, dignità e soggettività? Cosa può emergere dalla perdita?

A questi interrogativi prova a rispondere il regista francese Stéphane Brizé nel suo film del 2015 La legge del mercato. Il protagonista è Thierry, uomo di mezza età ingiustamente licenziato dalla ditta presso la quale era impiegato. Si è reinventato seguendo dei corsi formativi per lavorare nell’edilizia, ma il tutto si è rivelato inutile in quanto, non avendo mai avuto esperienza diretta in un cantiere, nessuno lo vuole assumere. Questa situazione va avanti da più di un anno e presto il sussidio di disoccupazione si abbasserà drasticamente. A carico di Thierry vi sono la moglie e il figlio disabile il quale, finito il liceo, desidera studiare al Politecnico. A Thierry servono soldi, perciò segue tutte le indicazioni che l’agenzia interinale gli dà per aiutarlo a trovare un lavoro. Un’esercitazione di colloquio che gli viene proposta si trasforma, di colpo, in un processo alla sua identità e a tutti i modi di parlare, gesticolare, guardare che essa comporta: la sua postura è troppo rilassata, la camicia troppo aperta, lo sguardo sfuggente, lui sembra essere altrove, non si dilunga abbastanza quando parla e la sua voce è bassa, con un ritmo moscio, lento. Durante questa mortificante gogna pubblica la sua modalità d’essere viene smembrata, la sua particolarità uccisa.

Nonostante ciò, trova finalmente un impiego come guardia in un grande supermercato; il suo compito è controllare che i clienti – ma anche i dipendenti – non rubino o imbroglino. Ma ciò lo porta a vivere una serie di situazioni degradanti: i ladri sono, per la maggior parte, persone indigenti, gente che ruba per sopravvivere, che vive tristemente e nella più totale solitudine. Come un vecchietto che ruba della carne: come da prassi, Thierry lo accompagna in una stanzetta bianca, spoglia e molto illuminata, per interrogarlo e prendere le sue generalità, far sì che paghi la merce rubata o, qualora questo non avvenga, chiamare la polizia. Ma l’anziano non ha alcun soldo né con sé né a casa, e non ha nemmeno nessun parente o amico che possa pagare per lui. Con disagio e profonda pena, Thierry è costretto a fare quello che deve – se vuole tenersi il posto – e chiama la polizia, mentre il vecchio signore lo scongiura di non farlo, spiegando che non ha mai rubato e che se potesse pagherebbe.

Questa miseria – economica, ma soprattutto morale – sfocia in tragedia quando Thierry segnala che una cassiera si è intascata i buoni spesa dei clienti invece di cestinarli. La donna, prostrata e imbarazzata, scongiura il suo capo di non licenziarla, ma questi non vuol sentir ragioni: non si possono creare dei precedenti. La sua condotta aveva, però, un motivo ben preciso: suo figlio, tossicodipendente, le stava prosciugando tutti i suoi averi. Ora, perso anche il suo impiego, lei non ha di che andare avanti, così si toglie la vita, proprio lì, sul posto di lavoro. Thierry incassa anche questa, va al suo funerale e poi procede con la sua routine. Coglie in fallo un’altra cassiera che ha usato la sua carta fedeltà – quando i clienti ne erano sprovvisti – per accumulare punti. In quello stanzino in cui i ladruncoli vengono spogliati della loro dignità, metaforicamente denudati e umiliati, giudicati e trattati come se fossero dei criminali-bambini – perché il loro è furto sì, ma non ancora reato di competenza della polizia, finché sono disposti a pagare ciò che hanno sottratto – Thierry raggiunge il suo limite. La cassiera è spaventata, si scusa, spiega che in fondo si tratta solo di punti e che non ha derubato nessuno, ma lui non riesce a sopportare oltre. Con uno slancio prende la porta, si spoglia della sua divisa e se ne va: non è disposto a tutto pur di avere un lavoro. Sceglie se stesso, non ciò che è utile, vada come vada.

Il film – che strizza l’occhio al Neorealismo e al Naturalismo francese – segue il tempo della vita, il ritmo di Thierry; ci sono lunghe pause e silenzi che raccontano le brutture a cui la privazione può portare, la parsimonia a cui si è costretti quando mancano i mezzi di sostentamento, le leggi del mercato economico che andrebbero seguite. Spoliazione è anche limitazione, ed essa tira fuori da Thierry la sua nuda soggettività: solo quando viene messo alla berlina capisce veramente, senza finzioni, chi è e cosa non è disposto a fare. I limiti depredano, opprimono, tolgono, angosciano, ma fanno emergere in Thierry un impeto di ribellione alle logiche utilitarie ed economiche. Chi subisce delle perdite accede a spazi che sono invece inaccessibili a chi possiede tutto; la privazione è una circostanza che può mettere l’uomo di fronte al suo vero essere. Thierry aveva smarrito la sua personalità in favore di un guadagno monetario, ma alla fine sceglie di riconquistarla a scapito di esso: lasciare quel lavoro così umiliante si rivela proficuo, e Thierry è in grado di economizzare e far fruttare quella sua ultima perdita, necessaria a fargli ritrovare libertà e identità.

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro anche con le riviste “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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