Terza Pagina. La “libertà” di Roberto Saviano

di Primož Sturman

“Il suo assegno deve firmarlo l’amministratore contabile e oggi non c’è, torni un’altra volta.”
“Non potreste farmi un bonifico?”
“L’ultima volta aveva detto di preferire gli assegni. Torni quando ci sarà l’amministratore.”
“Quando?”
“Non lo so. Chiami prima.”

Andandomene non riesco a immaginare come si possa amministrare alcunchè senza essere mai sul posto di lavoro.
Al piano inferiore trovo il caporedattore. Da lui sono sempre il benvenuto. Se solo si degnasse di mettere una parola buona per me presso l’ufficio contabile.

“Senti, ci serve un reportage sugli operai della fabbrica che sta esternalizzando la produzione.”

A me invece servono i soldi per pagare le bollette, altrimenti posso tranquillamente chiudere baracca.

“Sto ancora aspettando i compensi.”
“Arriveranno, stai tranquillo …”

Mi lascio convincere per l’ennesima volta. Tempo fa mi disse che, a differenza degli altri giornalisti, io da esterno ero immensamente più libero. Secondo lui potevo tranquillamente rifiutarmi di scrivere qualsiasi articolo che non mi andasse, un lusso che gli altri giornalisti non potevano certo permettersi. Sono libero dunque, come Roberto Saviano, che parlando e scrivendo a piacimento è finito a vivere sotto scorta.
Evidentemente il caporedattore non teneva conto dell’immensa “libertà” che anche l’editore aveva di depennarmi in qualsiasi momento dalla sua nota spese.

“Hai qualche contatto o mi tocca andare direttamente sul posto?” gli chiedo con un po’ di cinismo.
“Conosci quel sindacalista, vero?”

Annuisco. È il tizio che fuma sempre in ufficio nonostante il cartello di divieto ben esposto.

“Chiamalo. Ti dirà tutto. Abbiamo bisogno di storie strazianti, chiaro?”

Dopo questo tipo di storie, o addirittura prima, non so se sia meglio prendere lo Xanax o segarmi tutta le sera davanti al PC, con le MILF a ispirarmi. L’effetto è simile, ma le conseguenze possono essere molto differenti: il porno mi svuota, lo Xanax mi provoca sonnolenza. Non so cosa sia meglio.

La storia narra che nel palazzo, prima del giornale, ci fosse un cotonificio. Chi ci lavorava probabilmente avrà perso l’udito a causa del troppo rumore e si sarà rovinato i polmoni per la polvere. Io invece sto mettendo a serio repentaglio la mia salute mentale. In quanto alla dignità, l’ho già calpestata in tutti i modi possibili.
Faccio un giro al parco, cercando di respirare e rilassarmi almeno un po’, ma il capo non riesce proprio a non chiamarmi.

“Senti, la cosa migliore sarebbe andare sul posto già stasera. Mi hanno comunicato che gli operai proveranno a fermare i camion carichi di macchinari in partenza per la Romania…”

Ovvio, lavoro notturno pagato con tariffa diurna. Quando i giornalisti a tempo indeterminato possono staccare e tornare a casa, tocca a noi supereroi.

“Quando?”
“Non hai ancora chiamato il sindacalista?”
“Sì, ma non mi risponde.”
“Sicuramente avrà da fare.”

Io invece sono libero come l’aria, un giorno prima o poi veramente spiccherò il volo… dal terzo piano.

“Allora niente, ci sentiamo. Non tenere il telefono occupato, sicuramente ti richiamerà.”

Cosa succederebbe invece se, mentre parliamo, chiamasse la mia ragazza? Potrei anche avercela, se solo avessi una vita un po’ più normale… Maledetto cazzone d’un direttore, almeno lasciami godere di quello che mi spetta. No, tutto dev’essere come decidi tu.
Numero non salvato, può essere solamente il sindacalista. Ci mettiamo d’accordo per le otto davanti alla fabbrica. Finalmente posso spegnere il telefono senza troppi sensi di colpa.
Torno a casa. Cerco di spegnere i pensieri, senza riuscirci. Comincio ad avvertire quella strana sensazione al petto. In questi casi le MILF restano la soluzione migliore. Inizio a segarmi mentre il PC è ancora in fase di avvio. Nella ricerca di contenuti ottimali a volte nei tasti si insinua qualche pelo pubico, di solito me ne rendo conto appena il giorno dopo, quando il PC mi serve per attività più produttive, come la scrittura. L’intensità della sega dipende ovviamente dagli impegni che mi aspettano. In media raggiungo due o tre orgasmi, finché il pene non inizia a farmi così male da non poterlo più toccare. Le sensazioni che provo sono invece sempre le stesse, dalla mente qualcosa se ne va per fare posto al nuovo.
Devo smetterla di fottermi da solo, a pensarci bene, mi fottono già abbastanza, perché devo farlo anch’io? Il quesito è troppo difficile e il lavoro chiama.
Raggiungo la fabbrica in autobus, il sindacalista mi ha promesso di portarmi a casa dopo la protesta. Lo vedo da lontano. Capelli brizzolati e baffi marroni. Da fumo di sigaretta.

“Come va?” gli chiedo appena sceso.
“Non so cosa dire. L’amministratore è all’interno, gli operai non vogliono farlo uscire.”

Interessante. Noi subordinati non siamo mai soddisfatti degli amministratori, che siano o meno sul posto di lavoro.

“I camion?”
“Finora non si sono visti.”

La cosa migliore da fare sarebbe raccogliere un paio di testimonianze e tornarmene a casa presto per poi scrivere l’articolo al computer, non prima di domani.

“Che persone sono gli operai della fabbrica?”
“Per la maggior parte persone con famiglie e mutui. Se restassero disoccupati, sarebbe veramente difficile reimpiegarli altrove.”

A volte mi sorprendo a pensare di non essere il più grande dei perdenti, dopotutto. Non che la sensazione mi dia grande sollievo, ognuno è abituato a sguazzare nella propria merda.

“Cosa pensate di ottenere con il blocco dei camion?”
“Costringere l’amministratore delegato e la proprietà a scendere a patti o almeno aprire una trattativa con il sindacato.”

Se ho ben capito, salverete il culo a quelli del vostro sindacato, gli altri possono tranquillamente finire in mezzo alla strada. Coglioni.

“Quanti sono gli operai precari, con contratto a tempo determinato?”

La domanda lo sorprende. Evidentemente non è nemmeno in possesso di dati precisi. Non merita lottare per chi ha contratti a scadenza: il capo li può lasciare per strada senza sensi di colpa.
La nostra conversazione viene interrotta dalle sirene della polizia. Gli operai che manifestano davanti ai cancelli, una decina o poco più, a un tratto sembrano spaesati. Fino a un momento prima erano seduti a terra, ora li vedo alzarsi, uomini e donne intenti a scambiarsi occhiate preoccupate cominciano a interrogarsi l’un l’altro sul da farsi. La tensione è leggibile sui loro volti.

“Calmi, restate calmi. Tornate a sedervi. Non ci possono fare niente. Abbiamo ragione e lotteremo. Rimanete ai vostri posti e non vi agitate” – dice il mio uomo.

Dai furgoni spuntano poliziotti con caschi, manganelli e scudi. Il sindacalista si avvicina al caposquadra e tenta di convincerlo, invano. Le forze dell’ordine iniziano ad allontanare una a una le persone che bloccano l’ingresso alla fabbrica. In poco tempo la scena si conclude.
Nel mio corpo il livello di dopamina raggiunto nel pomeriggio grazie alle MILF a un tratto precipita. Il sindacalista fuma tranquillamente, conversando con il comandante della polizia. Ho bisogno di qualcosa di forte. Mi chino a raccogliere un sasso.

(Tratto dalla raccolta di racconti Sinteze. Dvajset kratkih zgodb, autoedizione, Brje pri Koprivi, 2020. Traduzione dallo sloveno a cura dell’autore. Editing di Ruben Salerno)

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