La logica del (no) profit

di Lilli Goriup

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Pomeriggio feriale triestino. In Piazza della Borsa, a Trieste, mi ferma una ragazza sorridente, con la caratteristica pettorina azzurra di UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: “Ciao, posso rubarti due minuti?”; le rispondo che non avendo un lavoro né un conto in banca non posso esserle d’aiuto, poiché la donazione che mi vuole chiedere è a cadenza mensile. Si interessa, mi racconta che la società per cui lavora sta cercando personale, per cui se voglio lasciarle il mio numero di telefono proverà a farmi inserire nell’organico. Considerando brevemente la mia situazione – neolaureata in cerca di lavoro – e l’infelice congiuntura storico-economica, decido a malincuore di non sputare sulla proposta, pur prefigurando che sarei finita dritta tra le braccia del “mostro”. Quel che segue è il resoconto della mia breve ma sintomatica esperienza. Se è vero che “il reale non è impossibile, ma sempre più artificiale” [1], oggi più che mai appare necessario ribadire l’ovvio.

Gli attori in scena: gli stessi sfruttatori, i nuovi sfruttati

Il lavoro di “sensibilizzazione e raccolta fondi presentando il Programma ‘Angelo dei Rifugiati’ a persone interessate in luoghi pubblici […] e presso il domicilio di singole persone” [2] è subappaltato da UNHCR a delle società private di marketing presenti in tutta Italia, le quali mediano tra l’organizzazione e i dipendenti che per conto di essa reclutano. Questi ultimi firmano un “contrattino” che arriva direttamente dall’agenzia delle Nazioni Unite, mentre per il resto risponderanno in tutto e per tutto all’ufficio da cui sono stati ingaggiati. Si tratta di un contratto a tempo determinato, rinnovato mensilmente, che prevede sei ore di lavoro giornaliere più l’obbligo del corso di formazione, cioè un orario 11-20, per cinque giorni la settimana. Lo stipendio è a provvigione, con un fisso mensile di 320 euro, a patto di raggiungere la stipulazione di minimo otto contratti e pena il licenziamento in caso ciò non avvenisse. Infatti, i “dialogatori non acquisiscono fondi in contanti, bensì raccolgono i dati delle persone che scelgono di avviare una donazione costante” [3].

Che guadagno ha la singola azienda di marketing nello svolgere questo ruolo di mediazione? L’ufficio è strutturato gerarchicamente in diverse “squadre” disposte in maniera piramidale; ogni gradino guadagnerà una percentuale sulla vendita eseguita da quello sottostante, fino ad arrivare al vertice, che guadagna soltanto sul lavoro altrui. Legge intrinseca della struttura piramidale è che essa non può fare a meno di espandersi, allargando sempre più la sua base: più vendite equivalgono a un maggior profitto e alla possibilità di avanzare di livello ponendo nuovi dipendenti sotto di sé. La macchina del profitto non può arrestare il suo funzionamento e chi non vi si adegua è eliminato durante il processo stesso, come da contratto. Si costituisce così il paradossale doppio vincolo che fa coincidere la massima precarizzazione del lavoro dipendente con la retorica dell’auto-imprenditorialità portata alle sue estreme conseguenze, per cui il soggetto sfruttato è tenuto a godere della sua condizione in quanto opportunità, potenzialità, e assumersene la colpa in caso queste non si realizzino.

In che misura le donazioni così raccolte finiscono effettivamente in aiuti? Secondo quanto spiega l’organizzazione, il personale amministrativo è stipendiato tramite fondi governativi stanziati appositamente per la raccolta fondi, mentre le donazioni ottenute dai privati sono quasi interamente destinate in aiuti umanitari. Prima di arrivare a mettere in dubbio la veridicità di ciò – gli unici dati disponibili sono quelli ufficiali – un’altra domanda si presenta da sé: perché una simile mediazione? Forse i fondi che i singoli Paesi stanziano per la ricerca di ulteriori fondi potrebbero essere destinati direttamente allo scopo finale, anziché diventare una golosa torta che tanti piccoli manager locali si spartiscono sulle spalle delle ragazze e dei ragazzi sfruttati attraverso la misera provvigione, sinonimo di lavoro semigratuito.

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Ideologia, ancilla ideologiae

I valori portanti dell’azienda sono riassunti nello “schema F-T-M”: formazione, un insieme di saperi, costituito principalmente da nozioni frammiste di economia e psicologia, volto al controllo di sé e degli altri; team, meccanismo panoptikon per cui ci si controlla a vicenda durante l’orario di lavoro, non potendo mai stare da soli; meritocrazia, cioè la giustificazione del profitto tratto dal superiore sul lavoro del sottoposto – fenomeno che un tempo era solitamente chiamato plusvalore. L’individuo diventa customer, cliente. Il prodotto proposto, la sensazione di aver compiuto una buona azione. La vera merce di scambio è però la persona – nel senso etimologico di maschera – del lavoratore, cui è insegnato che bisogna “vendere se stessi” attraverso la “costruzione della relazione” con il cliente. L’imperativo è sorridere, il principio fondamentale quello di avere e mantenere un “atteggiamento positivo”. È cioè richiesto non solo di assumere un bagaglio di pratiche di sapere, ma anche di credere ciecamente in esse, costruendo in conformità a queste ultime il rapporto con se stessi e con gli altri. Categorie rese astratte quali l’amicizia, la fiducia, financo lo scherzo (ad esempio, ice breaking: espressione che indica la battuta, pianificata ad hoc per far sorridere il potenziale cliente) sono rigorosamente disciplinate da un bagaglio di saperi tecnici e si giocano sull’asse venditore-cliente, al di fuori del quale non è contemplata soggettività. Eventuali insuccessi sono imputati alla mancanza di motivazione o positività: istanze, queste, che solo se assunte come dogmi portano al successo, come testimoniano “inconfutabilmente” le statistiche.

Significativo è il fatto che in ufficio – un ufficio ostentatamente giovane, dove si ascolta musica pop durante i discorsi motivazionali del capo-amico e gli individui sono generosi di applausi, non solo verso gli altri ma anche verso se stessi – sia fatto divieto di parlare di politica, per esorcizzare il conflitto ed evitare di urtare la sensibilità di alcuno. In nome del politicamente corretto, a essere mistificato è l’ovvio, ovverosia il fatto che tutto ciò è intrinsecamente politico: a livello micro – le condizioni di lavoro qui descritte – come a livello macro, poiché le Nazioni Unite sono un organismo politico.

La più grande narrazione ideologica del mondo contemporaneo è che non esistano più ideologie; la Siria, Gaza, l’Ucraina, in primo piano su tutti i media, sono soltanto una minima parte dei reali conflitti esistenti oggi nel mondo, mentre gli altri rimangono perlopiù lontani dalle luci della ribalta. Intanto la logica del (non) profitto costituisce il paradigma del capitalismo perfetto, che può continuare a espandersi indisturbato, presentando a un tempo un volto nuovo e ri-pulito davanti ai riflettori. Il senso comune obietterà che se non esistesse questa tipologia di aiuti umanitari le cose andrebbero peggio. La brutta notizia è che probabilmente ciò è vero. Citando il “filosofo più pericoloso d’Occidente”:

“Il tipo medio del capitalista contemporaneo è oggi chi, dopo aver generato profitto senza sosta, decide magnanimamente di condividerne una parte (…) agendo in modo umanitario. Coloro che vogliono davvero ‘fare qualcosa per aiutare la gente’, e sono coinvolti in operazioni (…) (peraltro meritorie), piuttosto che in campagne femministe o antirazziste, tutte non solo tollerate ma direttamente supportate dai media (…), verranno sempre accettati e appoggiati nella misura in cui non si avvicinano a un certo limite. Questo tipo di attivismo costituisce un perfetto esempio di interpassività: fare cose non per raggiungere un obiettivo ma per evitare che qualcosa davvero succeda, che qualcosa cambi sul serio”. [4]

Note

[1] Deleuze, Gilles, Félix Guattari, L’anti-Edipo: capitalismo e schizofrenia. Einaudi, 2002, p. 37.

[2] http://www.unhcr.it/sostieni-i-rifugiati/privati/i-dialogatori

[3] Ibidem.

[4] Žižek, Slavoj. Tredici volte Lenin: per sovvertire il fallimento del presente. Feltrinelli Editore, 2003, pp. 17-18.

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1 Commento on "La logica del (no) profit"

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ruben
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Purtroppo oramai è un sistema standardizzato, che si basa sul sistema USA di self-made man. Tutti i corsi di vendita, dalla rottura di coglioni per strada (raccolte fondi varie, sistemi a rete, lyoness ecc.) alla formazione di marketing manager, si punta alla creazione di ominidi sorridenti e instancabili, pronti a scannarsi per la percentuale. Perché lo faccia L’ONU è comprensibile: pubblicità. Chi meglio di giovani studentelli sorridenti per promuovere il “volemosebbene” occidentale?

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