La paradossale immagine del Giappone

di Stefano Tieri

folla a Tokyo - foto di Stefano Tieri

“No picture”: mi soffermo, senza pensarci, a osservare questa semplice frase in inglese su di una targa in legno, sotto a una lunga fila di ideogrammi giapponesi. Il cartello su cui è scritto introduce il tempio più imponente di Tokyo, il Senso-ji. Il santuario, eretto nel 645, è dedicato a Kannon, dea buddhista della misericordia, la cui statua d’oro – così narra la leggenda – sarebbe stata miracolosamente trovata da due pescatori nelle acque del vicino fiume Sumida, diciassette anni prima. Distrutto nel marzo del 1945 dai bombardamenti americani, il tempio venne ricostruito nel 1958 grazie alle offerte dei fedeli. Non è certo (dal momento che non è esposta al pubblico) che la statua ci sia, eppure moltissimi credenti – e turisti – affollano il noto luogo ogni giorno: i primi, giunti all’interno del tempio, lanciano un’offerta, fanno due inchini, battono due volte le mani, per poi tenerle giunte nel tempo della preghiera, chiusa infine da un ultimo inchino; i secondi, quasi non sapessero leggere (eppure molti di loro sono giapponesi e gli ideogrammi li conoscono), imbracciano la macchina fotografica e, senza alcun ritegno per l’indicazione, racchiudono in un’immagine ogni cosa li circondi.

Mi domando perché mi sia soffermato così a lungo su un cartello del genere, la cui richiesta viene puntualmente disattesa. Dopotutto anche nel nostro Occidente è possibile trovarsi al cospetto di simili richieste, in genere all’interno dei musei o più in generale nei luoghi che, una volta ritratti, perderebbero interesse per il potenziale acquirente del biglietto d’ingresso. In questo caso, però, la motivazione non può essere di natura economica, dal momento che l’entrata è gratuita.

Sarei rimasto con questo dubbio a lungo. A qualche fermata di metropolitana dal tempio, precisamente ad Akihabara, sarebbe stato impossibile trovare un divieto del genere. Dato che, in questo quartiere, tutto diviene immagine: immagini proiettate nei mega-schermi ad alta definizione sulle pareti di immensi grattacieli; immagini (provenienti dai manga) personificate da avvenenti ragazze in minigonna e orecchiette da coniglio, nell’atto di distribuire volantini pubblicitari dell’uno o dell’altro locale; immagini sulle insegne dei negozi, che annunciano i prodotti venerati al loro interno.

Una contrapposizione del genere, in una città ‘ordinata’ come Tokyo, stona; nel visitare l’immensa capitale bisogna infatti accantonare l’idea di caos che riteniamo tutt’una con l’essenza delle metropoli: sulla strada le automobili (per lo più nuove fiammanti) sono suddivise in corsie che stabiliscono ognuna la velocità da mantenere e la successiva direzione da prendere; sotto terra, alla fermata della metropolitana (che non ritarda mai di un secondo), le persone si incolonnano ordinatamente nei luoghi dove già si sa che il treno aprirà le proprie porte; persino sui marciapiedi i pedoni sembrano essersi autonomamente ordinati a seconda della loro velocità di marcia, in corsie accostate l’una all’altra. Dei clacson, data la disciplina collettiva, non si sente alcun bisogno. Anche la pulizia generale, la quasi totale assenza di fumatori (“Please do not smoke while walking”, avverte un’insegna disegnata sul marciapiede) come di immondizie gettate a terra, amplifica l’idea di grande ordine che riguarda tutti gli aspetti della metropoli nipponica, al cui interno ogni tipologia di negozio trova una sua determinata e precisa collocazione: come il già ricordato quartiere dell’elettronica (Akihabara), abbiamo ad esempio quello delle librerie (Jimbocho), quello degli strumenti musicali (Ochanomizu), quello dei divertimenti (Shinjuku), quello dell’alta moda (Ginza), e quello ‘giovanile’ (Shibuya).

In quest’ordine onnicomprensivo, si diceva, una simile contrapposizione stona. Bisognerebbe allora domandarsi in cosa consista questa stonatura, e in che modo abbia raggiunto una tale risonanza. Uscito sconfitto dalla seconda guerra mondiale, distrutto materialmente – e psicologicamente – da due esplosioni nucleari, il Giappone, negli anni successivi, è stato soggetto di un vero e proprio “miracolo economico”. Questa fase, in cui il PIL è cresciuto in media dell’8% annuo, è stata caratterizzata da una sete di rivalsa nei confronti di coloro che l’avevano annientato. Quasi che, per dimostrare il proprio valore, una volta sconfitto sul piano militare, l’orgoglioso Giappone dovesse spostare la battaglia sul campo economico (l’economia non è in fondo un altro modo, più sottile e acuto, di continuare una guerra?), e lì risultare infine vincitore.

Parallelamente, però, qualcos’altro doveva essere ceduto: il Paese del Sol Levante, per riuscire a inserirsi nel gioco del capitalismo, ha dovuto abdicare a una parte della propria storia; questo scambio trova il suo perfetto emblema nella rinuncia allo statuto di ‘divinità’ dell’imperatore: come ha colto lo sguardo attento di Tiziano Terzani, “l’unica condizione che gli americani imposero a Hirohito per mantenerlo sul trono fu che rinunciasse a essere dio”, e per questa ragione il primo gennaio del 1946 l’imperatore dichiarò alla nazione la sua natura di “umano”, ribaltando così il mito secondo cui la famiglia imperiale avrebbe avuto una diretta discendenza dalla dea del sole.

Gli effetti di questo ‘scambio’ si possono facilmente individuare a Tokyo. È sufficiente fermarsi nel mezzo di una strada affollata (cosa non sempre agevole: le correnti di persone trascinano in avanti chi, ozioso, si era fermato) e osservare i passanti: la gran parte è costituita dai sarari-man (letteralmente “uomo-salario”), rigorosamente in giacca e cravatta, sempre in corsa tra l’ufficio dove lavorano e importanti riunioni d’affari. Le differenze tra una qualsiasi metropoli occidentale e un quartiere come Ginza, i cui possenti grattacieli privano del fiato e fanno sentire un nulla il minuto osservatore, non si possono rintracciare nelle vetrine dei negozi né nei prodotti contenuti al loro interno, ma solamente nei lineamenti dei volti di coloro che in esse si specchiano, desiderosi.

In un piccolo ristorante ad Akihabara, cui si accede tramite una stretta scalinata che porta nel seminterrato, mi si siedono accanto due sarari-man tra loro colleghi; il tempo di mettersi comodi e hanno già tra le mani il proprio smartphone, con cui controllare le quotazioni in borsa dei loro titoli: fino al momento in cui saranno serviti e si metteranno a mangiare, i due non si scambieranno una sola parola. Ogni comunicazione diretta sembra essere sostituita, appena possibile, dalla sua rappresentazione virtuale.

La situazione cambia allontanandosi dal centro della metropoli. Yamaka, quartiere periferico di Tokyo (non è nemmeno raggiunto dall’efficientissima ed estesa rete metropolitana), è stato risparmiato sia dal terremoto del 1923 che dai bombardamenti americani del 1945: l’assenza di grattacieli, la presenza consistente di piccoli templi (ogni via ne ha almeno uno) e di casette tradizionali in legno ne sono la prova. Forse è l’assenza della folla a favorire i contatti fra i pochi passanti, ognuno disponibilissimo a fornire un’indicazione e scambiare due chiacchiere (persino quando non c’è una lingua comune tramite cui comunicare): è in luoghi come questi che ci si sente in grado di riappropriarsi del proprio tempo, prima svenduto irrimediabilmente all’utile e ad una fretta compulsiva.

Ma per riuscire a trovare una risposta alla mia domanda mi sarei dovuto allontanare ancora; avrei dovuto cercare un luogo dove il respiro si facesse più lento, dove l’unica richiesta posta al viandante fosse quella di farsi vuoto per accogliere in tutta la sua interezza il mondo circostante, dove la comunicazione – una comunicazione non più necessariamente di parole – potesse essere nuovamente possibile. “La montagna è quiete e nutre lo spirito, l’acqua è movimento e mitiga le passioni”, scriveva nel XVII secolo Bashō, considerato il maggior poeta giapponese di haiku; simili parole ben si adattano al monte Kōya, meta di uno dei numerosi viaggi del poeta, luogo in cui riuscì a trovare alleviamento all’ansia e alla sete di desiderio che lo attanagliavano.

Nell’816 il giovane monaco Kūkai (noto in seguito con il nome di Kōbō Daishi), dopo un lungo viaggio di due anni in Cina, decise di costituire proprio fra le fitte foreste del Kōya-san una comunità religiosa, dando così vita alla scuola Shingon di buddhismo esoterico. Il cimitero monumentale dell’Oku-no-in, a pochi passi dal complesso di monasteri, è ancora avvolto da un’aura mistica: ogni enorme pietra ricoperta dal muschio, ogni altissimo cedro secolare sussurra con una forza espressiva indicibile, negando sul nascere ogni altra parola che abbia la pretesa di racchiudere e descrivere l’esperienza; solo il proprio respiro si accorda con la sinfonia circostante, ed è mettendosi in suo ascolto che la quiete giunge, inaspettata.

Tra le pietre tombali vi è il masso dove si mise in meditazione (e dove sarebbe in meditazione tutt’ora) Kōbō Daishi, davanti al quale i fedeli lasciano cibo e bevande per rifocillarlo. Lì vicino un pozzo prevede, nel caso in cui non fosse possibile scorgere il riflesso della propria figura al suo interno, la morte entro tre giorni. Il peso dell’anima, gravata di peccati o di una leggera purezza, è riprodotta dal Miroku-Ishi, una roccia contenuta in una piccola struttura in legno, da sollevare con le mani. Una scultura in pietra, poggiandovi l’orecchio al di sopra, promette – facendosi tramite tra questo mondo e l’aldilà – di far udire i pianti dell’inferno. Poco distante c’è il Tōrō-dō (Tempio delle Lanterne) dove alcuni lumi, fra i centinaia contenuti al suo interno, donano incessantemente luce da più di novecento anni. Le tombe non hanno targhe né riportano (nemmeno le più recenti) le immagini dei defunti: “lo spirito non ha nessun bisogno delle targhe”, scrisse a riguardo Goffredo Parise ne L’eleganza è frigida.

Allontanandomi dal luogo sacro ritrovo il cartello che vieta di scattare fotografie, ed è così che mi raggiunge la domanda che mi stava rincorrendo oramai da giorni. Torno allora al tempio e mi rivolgo ad un monaco, tutto intento a spazzare il terreno mentre recita sottovoce dei sutra. In un fiume di parole cerco di spiegargli perché l’Occidente sia indissolubilmente legato all’immagine, e di quanto perciò per noi sia strano trovarsi davanti ad un simile divieto. Gli racconto di Heidegger, di come faccia risalire fino a Platone (dal momento che nel pensiero del filosofo greco “l’entità dell’ente si definisce come εἶδος”) il presupposto affinché il mondo stesso possa ridursi ad immagine; concetto che oggi è senz’altro legato al nostro individualismo, il quale pone al centro del mondo un soggetto che irrimediabilmente oggettifica ogni elemento attorno ad esso. Le parole mi si mescolano in bocca, formano dei nodi; il respiro, prima disteso, si fa affannato. Il monaco mi osserva silenzioso, con un’espressione inizialmente confusa; poi distende le linee del volto in un sorriso, inspira profondamente e mi invita, a gesti, a fare altrettanto: “No picture” – e in questa (non) risposta mi ha confermato, semplicemente, che così è.

Mi ricordo allora di un koan (una sorta di indovinello usato nello Zen Soto): un maestro offrì al suo discepolo un melone squisito, chiedendogli in seguito dove risiedesse il gusto, se nel melone o nella lingua. Il discepolo si addentrò in un complesso ragionamento, tirando in ballo l’interdipendenza tra il suo corpo e il frutto; al che il maestro lo interruppe dandogli dello stolto: “Perché complichi il tuo modo di pensare? Il melone è buono. Basta questo per spiegarne il gusto. La sensazione è buona. Di altro non c’è bisogno”.

Perché ricercare la ragione di usanze e tradizioni secolari? Non bisognerebbe forse, nel momento in cui ci si voglia immergere in una cultura così lontana, mettere momentaneamente da parte l’idea stessa (quanto mai occidentale) di ‘ragione’, insieme a tutto ciò che riteniamo ‘sapere’? Kyogen, monaco Zen, dopo aver raggiunto l’Illuminazione compose questa poesia:

D’un tratto, al suono di un piccolo sasso,
al suono di un bambù,
tutto ho dimenticato. Le idee che mi affollavano la mente sono svanite,
si sono dissolti i pensieri contorti.

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