La parte che preferisco dell’internet

di Lilli Goriup

Perdo la maggior parte del tempo che passo su internet. Nel senso che lo spreco: posso guardare cazzate per ore, invece di consultare i 13 milioni di documenti desecretati che la Cia ha appena pubblicato online, per dirne una. Ho così deciso di stilare un elenco delle pagine facebook che preferisco, per stramberia, assurdità, povertà di contenuti, ripetitività e altri criteri analoghi, che di solito mi fanno apprezzare un contenuto sul web.

Redigere la lista per me ha funzionato come un’auto-analisi: ha gettato un po’ di luce su alcune zone d’ombra della mia personalità – in primis il mio amore per il trash – e mi ha insegnato qualcosa di nuovo sul mondo circostante. Innanzitutto ho scoperto che, salvo per alcune eccezioni (che tratto nel primo paragrafo), la maggior parte delle pagine che seguo si raggruppa attorno a due macrotemi, che ho denominato “Operazione nostalgia” e “Reductio ad absurdum”.

1. La quarantennite e altri gentismi.

Con gentismi mi riferisco a quel mix eterogeneo di fenomeni sociali e di teorie, che spesso s’intersecano tra loro e che non è possibile ridurre a sistema. Forse – ma la butto lì – fattori comuni sono l’indignazione e il credito dato alle bufale; spesso l’indignazione davanti alle bufale. Qui ne fornisco tre exempla: la quarantennite, categoria generazionale; il complottismo, che è anche teoria politica; il movimento d’opinione sorto per chiedere la restituzione dei Marò da parte dello Stato indiano. Specularmente, fioriscono anche le pagine che irridono questi fenomeni e costituiscono il vero tema del paragrafo. Quelle che ho selezionato sono accomunate dall’assenza di bullizzazione di utenti inermi, oltre che da una certa dose di becera ignoranza. Non mi piace la violenza, neanche quella da tastiera, e non mi piacciono i saccenti impettiti, privi di autoironia.

Protesi di complotto prende di mira il complottismo: quell’insieme di credenze che hanno come denominatore comune l’idea che esista un complotto mondiale di stampo occulto volto a conservare l’ordine vigente. In pratica, è un rovesciamento delle tesi del materialismo storico. Un esempio fra tutti, la credenza nella capacità delle cosiddette scie chimiche (i gas di scarico degli aerei) di influenzare desideri, opinioni e ricordi di coloro che le respirerebbero, una volta precipitate a terra, al fine di rendere mansueta la popolazione. Come nasce una teoria del complotto? Quali sono i legami del complottismo con il gentismo, con cui tanti tratti ha in comune, e che tuttavia sarebbe riduttivo comprimere in un’unica istanza? Questo breve spazio non consente di indagare in maniera adeguata simili questioni. Ad ogni modo, Protesi di complotto mi fa ridere perché prende in giro bonariamente (avendo cura di censurare i nomi degli utenti) e, soprattutto, tratta il Nuovo Ordine Mondiale (New World Order, NWO), la segretissima setta che governa il mondo, come un partito di massa novecentesco, suddiviso in sezioni di paese.

I marò e altre creature leggendarie è nata al tempo dell’arresto di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in India, per avere inavvertitamente ucciso un pescatore durante il loro servizio. Ogni giorno postava meme, foto o altri contenuti che ripetevano ossessivamente lo slogan “ridateci i nostri marò!”, declinato in tutte le sue forme e varianti, fino a sfociare in puro non-sense. Oggi che i marò ce li hanno ridati, la pagina continua a essere attiva, prendendosela con Salvini e castigando il gentismo in generale. Ogni tanto crea dei meme non assurdi ma, al contrario, davvero intelligenti. Operazione interessante quella di usare lo strumento a-critico per eccellenza – cioè la condivisione di contenuti semplificati, preconfezionati e non verificabili – per diffondere idee che dovrebbero essere ovvie, ma non lo sono a causa del crescente analfabetismo di ritorno.

Il florilegio si conclude con Il proliferare delle immagini di merda sulle bacheche dei quarantenni e La piaga dei cinquantenni sul web, che hanno il merito di aver intercettato un vero e proprio fenomeno di massa, scoperchiando un vaso di Pandora, quello dell’uso peculiare di facebook caratteristico delle persone di mezza età. Il fenomeno è vasto e non si limita alla condivisone di immagini brutte e frasi banali.

È sufficiente consultare pagine come My angel o Lu mejo per verificare che il bacino d’utenza è in media quello dei 40-50enni, e che essi costituiscono una comunità coesa, dotata di una propria sottocultura e di un proprio linguaggio. Status symbol è il kaffeeee, bevuto a tutte le ore e condiviso sui social network, forse al fine di favorire le interazioni. Mugsy, il cagnolino-emoticon dei commenti, e Corto Maltese sono onnipresenti. Per esprimere assenso o approvazione nei confronti di un contenuto, si usa scrivere “vero” nei commenti, senza punteggiatura né ulteriori argomentazioni. C’è anche una netiquette: non salutare pubblicamente su facebook, scrivendo “buongiornissimo” nei commenti, è considerato estremamente offensivo; condividere a propria volta il post condiviso da qualcuno senza mettere prima “mi piace” equivale a un furto. Chi compie questi gesti viene etichettato come “persona falza” e, nel peggiore dei casi, subisce una “pulizia kontatti”, ovvero la rimozione dalla lista delle amicizie di facebook. Un residuo di religiosità pagana si riscontra nell’attribuzione di proprietà taumaturgiche ai mi piace (“1 like =1 preghiera”), mascherata da cristianesimo tramite la chiusa “amen”, che bisogna porre alle fotografie di cagnolini abbandonati, persone con disabilità e altre categorie considerare degne di approvazione sociale. Davvero lodevole l’inchiesta di Vice Italia, che approfondisce, sul campo in prima persona, le dinamiche della quarantennite.

2. Operazione nostalgia.

Se, tra le pagine che seguo, quelle dedicate alla critica dei gentismi sono solo tre, ben più numerose sono invece quelle nostalgiche di epoche passate – in maniera satirica. Entrambe le categorie di pagine sono politicizzate in una certa misura, ma la prima concentra il focus dell’attenzione soprattutto sulla contemporaneità, mentre la seconda ha un respiro storico, e tematizza il presente mettendolo a confronto con il passato.
L’apparato, non più attiva ma ancora online, si pone come la pagina facebook ufficiale di un apparato di potere di stampo sovietico, innominato e innominabile, un leviatano dove burocrazia e politica s’intrecciano, popolato da eminenze grigie. E rivendica tutte queste caratteristiche come positive, con autocompiacimento. Questo post, esemplificativo, risale alle elezioni europee del 2014:

Il giorno dopo l’apparato è tornato nell’ombra, adducendo i seguenti motivi: “(…) Ora è stato detto ciò che doveva essere detto. Chi ha voluto ascoltare attentamente ha già gli elementi per intendere. Chi invece ha frainteso finora non trarrebbe alcun beneficio se l’Apparato continuasse a pronunciarsi”.

Sugli stessi toni anche Spotted: Siberia, nata in risposta all’odioso dilagare delle pagine “Spotted” delle università italiane, di moda un paio d’anni fa. I vari “spotted” pubblicavano i gossip inviati via messaggio privato dagli utenti, mantenedo l’anonimato su questi ultimi: il retro messaggio che “Spotted: Siberia” rivolge loro è chiaro. “Spotted: Siberia” si presenta come un luogo dove  “i nemici del socialismo possono inviare messaggi e commenti dall’Unione Sovietica per sentirsi meno soli”, e come gli altri “spotted” pubblica in forma anonima i messaggi pervenuti. Eccone un esempio:

Marxisti che rimpiangono Berlusconi, la “Pagina di Marxisti convinti che quando c’era Berlusconi fosse molto meglio”, è esplicita. Mi diverte perché la trovo molto autoironica ma di pagine simili ne esistono a decine, se non a centinaia, e in alcune di esse si nasconde il germe del rossobrunismo; altre sono apertamente reazionarie, come quelle filo-Putin. A me queste ultime due non piacciono. Slogan pensati e mai utilizzati per ragioni di pubblica decenza raccoglie fotografie di slogan scritti sui muri, e alcuni sono deliziosi, come “lega nord al polo nord” o “sei la conquista più bella dopo il palazzo d’inverno”. Una foto diversa della prima repubblica. Ogni giorno pubblica foto d’epoca, a volte con commenti ironici, a volte seri. Non è solo divertente ma capita pure d’imparare qualcosa. Una variazione sul tema è invece costituita da Degrado post sovietico: ha contenuti meno raffinati, limitandosi a mostrare situazioni di degrado umano, che sono così estreme da risultare divertenti nella maggior parte di casi. Credo che il messaggio sia qualcosa del tipo “Ecco i nuovi russi, orfani dell’Urss, intrisi di ideologia individualista”. Ma forse sono io che ci vedo più di quel che c’è.

3. Reductio ad absurdum.

“Reductio ad absurdum” è il titolo del paragrafetto che per primo mi sovviene nel momento in cui lo sto buttando giù. Tuttavia ho come un lapsus, e non mi ricordo in cosa consista di preciso. Come ogni analista sa, quell’improvvisa epifania del significante (“reductio ad absurdum”) e l’incapacità di rammemorarne il significato segnalano probabilmente un contenuto rimosso.

Carlini nichilisti pubblica esclusivamente foto di carlini, buffi cani di piccole dimensioni, con citazioni colte in sovraimpressione, da Leopardi a Nietzsche. Le citazioni sono solitamente abbinate con l’espressione dei cani, in modo da farli sembrare nichilisti, appunto. A me fa ridere. La setta dei poeti estinti raccoglie e diffonde tutto ciò che è poesia contemporanea: in quanto tale, esce dal rigido schema della parola scritta in versi e abbraccia anche immagini e video, articoli di giornale, performance. Di seguito due esempi, ma il repertorio è immenso:

Come nella commedia dantesca, man mano che si prosegue l’ascesa, le descrizioni si fanno più eteree, ideali, e il senso del materico si va perdendo. È il caso di Mentana in corporea sano, il cui slogan recita “Se la vita fa schifo ed è strana, letto, piumone ed Enrico Mentana”. Però poi di Mentana non se ne vede. In compenso ci sono gif, meme, foto bizzarre e quant’altro sia concepibile dall’intelletto, senza una logica apparente. Sua pagina sorella in questo senso è La parte strana dell’internet. Siamo quasi all’empireo e l’aria si è rarefatta; le parole vengono meno.

Pagine di tal sorta non sono solo un fenomeno italiano: esistono i loro equivalenti di lingua inglese, come Disturbing quotes o Humans of late capitalism. Quest’ultima raggiunge massimi livelli di astrazione, e mi fa avere un’intuizione: sembra suggerire che ci sia una correlazione tra l’assurdità dei suoi contenuti e la condizione storica in cui viviamo, che ci costituisce come soggetti.

Cerco “reductio ad absurdum”. Cito Wikipedia: “è un tipo di argomentazione logica in cui si assume temporaneamente un’ipotesi, si giunge ad una conclusione assurda, e quindi si dimostra che l’assunto originale deve essere errato”. Che sia questo il grande rimosso che tutte queste pagine cercano di comunicare, in maniera sintomatica? E che io sia così morbosamente attratta dal trash per una specie di catarsi? Anch’io un’umana del tardo capitalismo, fatta della stessa sostanza di cui sono fatte queste pagine facebook? Da presupposti folli – ad esempio, il fatto che otto uomini detengono la ricchezza di metà della popolazione mondiale – seguono effetti altrettanto folli. E il senso di straniamento, la condizione dell’eterna attesa di un Godot che non arriva è forse la malattia del nostro tempo, che tutte queste pagine lamentano.

Epilogo.

L’analisi dev’essere, almeno in parte, corretta. Le nostalgie fioriscono anche fuori dall’internet: si pensi alla nostalgia della guerra fredda o alla jugonostalgija. Per alcuni anche il nazionalismo alla Trump fa parte delle “politiche della nostalgia”. Io farei dei distinguo fenomeno per fenomeno, tuttavia l’ipotesi che ci sia un aspetto patologico non mi pare campata in aria. E neanche quella che ci sia una correlazione con il gusto per l’assurdo.

Che tutto ciò spieghi il mio “amore per il trash” invece puzza troppo di idea auto-assolutoria. Conoscendomi un po’, un vero analista direbbe lo stesso, probabilmente. La verità dev’essere che mi piace cazzeggiare su internet. In fondo il desiderio è irriducibile.

Con un senso di leggerezza dovuto al progresso dell’autoanalisi, posso affermare con abbastanza sicurezza che la mia pagina preferita è Paperino e altri infami: mi fa sbellicare letteralmente. Ora ne intuisco il perché. Mi sembra che concentri in sé tutti i tratti salienti della nostalgia e dell’assurdo. Paperino e altri infami decontestualizza le vignette Disney dalla loro trama, e fa assumere loro un nuovo significato, smascherando così doppi sensi, violenza, sessismo e razzismo. A me il fatto che si tratti di Paperino fa piegare in due dalle risate. Inoltre sia gli autori che i fruitori della pagina sono particolarmente acuti, e i commenti che accompagnano le vignette non sono mai banali o volgari. C’è tutta una sottotrama: Pippo è un erotomane, Paperino è un fascista, Paperone un evasore fiscale, Paperoga un tossicodipendente, Quo un criminale psicopatico, probabilmente a causa dei traumi provocatigli dallo zio. La parte “nostalgica” sta non solo nel rimando freudiano all’infanzia, ma anche nel fatto che molte di quelle vignette risalgono a fumetti degli anni Cinquanta o Sessanta, il che spiega perché ci siano contenuti “scorretti” così espliciti: oggi probabilmente non passerebbero. Eppure sono codificati, a differenza del presente che è sempre più difficile leggere, e forse proprio per questo fanno ridere.

Post Scriptum. 

Credo che per lo swag di Bello Figo, salito agli onori delle cronache per aver litigato con Alessandra Mussolini su rete 4, ma che io ammiravo sin dai tempi di Pasta con tonno, valga un discorso simile. Lo storico dell’arte Aby Warburg usa l’espressione “sismografo” per descrivere il tipo dell’artista. Ecco, penso che Bello Figo sia un sismografo dello spirito del tempo, con quale grado di consapevolezza non importa. A dirla tutta, ha trollato per lungo tempo anche me.

 

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