La rosa di Sarajevo

di Ettore Spada

rosa di sarajevo

Torna oggi un cappello di paglia
(forse son io che voglio farlo tornare)
a sparpagliare il sole
per dirmi semplicemente: fu.

… ma Sarajevo è lontana, mia rosa,
talmente lontana,
lontani i suoi crivelli
i suoi stracci di case, le sue vite
spensierate e divertite
fra scampoli notturni
ed io, poi, che ne so?

Qui dove il mare batte implacabile,
scalfisce il molo e la città sprofonda
io che ne so
di come filtra il sole oggi
fra le nubi di un’Inghilterra
che un tempo fu terra promessa?

Oggi se mi sparpaglio anch’io
fra innumerevoli vite, piazze, palazzi, vie
sento battere un rimorso
e un ronzìo affaticato
a elidere gli attimi
e caracollarmi in mezzo a strade
e deserti della memoria.

Due occhi chiari, una parvenza
di danza,
un ciuffo di grano

– ma che ne so, poi, per davvero? –

fu qualche cosa sì,
un gioco innocente, un sussurro,
un bicchiere di kruška

ed un altro

ed un altro ancora

ed acqua che scivola lenta
che scorre nella gola secca
limpida e fresca
e sudore
e puzzo di giovinezza e mozziconi
di tenerezza

Acqua che lava
ed anche il ricordo lava

Sul terrazzo fiorisce una rosa
nel suo incomprensibile complesso.

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