La scrittura come ricordo

di Ilaria Moretti

Ragazze al dormitorio – fonte: www.retro-colo.fr

Scrivere di una mancanza. Guardarsi indietro e precipitare in un pozzo nero. L’esistenza è attraversata da buche, punti morti. Nel gergo poetico sono gli “oublis”: atti del dimenticare. C’era un vuoto nella prosa di Annie Ernaux, normanna, classe 1940, insegnante di letteratura, scrittrice dal 1974. Da anni, nelle pagine del proprio diario, ritornava una data: 1958. “Scrivere della ragazza del 1958”.

Mémoire de fille (Gallimard, 2016) non è un romanzo. Non un’opera di finzione – come stupirsene, è Annie Ernaux, il senso dello “scrivere la vita” – non il semplice tentativo di fare un salto all’indietro, ritrovarsi quasi diciottenne, alla vigilia delle vacanze ed essere, per la prima volta, assunta in una colonia estiva nell’Orne: la “colonie de S”.

1958: “è l’ultima volta che possiedo il mio corpo”. Quel che è venuto nei mesi, gli anni che hanno seguito a quell’estate, è un’altra storia. Il tentativo, tramite la memoria che si fa scrittura, di trasformare le due donne – la ragazza del ’58 e la scrittrice – in un’unica materia. Avvicinarle per meglio comprenderle. Scrivere di quella ragazza, della fame di vita – il primo lavoro, il primo stipendio, la prima volta che, lontana dai genitori, tentava di essere assieme agli altri – per comprendere l’euforia del dormire fuori casa, per rituffarsi nella vertigine delle lunghe notti passate e ballare, percepire il sentimento di superiorità rispetto ai colleghi. Capire, a distanza di cinquant’anni, cosa fosse affacciarsi alla vita: l’idea che si potesse anche “approfittarne”. In una parola: divertirsi.

Il collegio cattolico con le ragazze ammodo, i pigiami piegati sotto al cuscino e le preghiere della sera sono lontani. I genitori, piccoli commercianti, le dure estati di Yvetot e persino le rigide leggi della scuola sembrano appartenere ad un’altra epoca. Il tempo è sospeso. È estate, presto si diverrà maggiorenni. C’è l’istruttore capo: è la guida, ha qualche anno in più. Durante una sera le si fa vicino, si conoscono appena. La notte è tiepida. Non si chiede il permesso per un bacio, non per i pantaloni che si aprono in fretta, quasi con stizza, non per le mani che scorrono ovunque: audaci, brutali. Il resto è buio. La ragazza del ’58 è incapace di realizzare l’attimo presente. Il suo corpo, davvero, non le appartiene più.

Di quel che accadrà poi, delle conseguenze di una notte nella provincia francese, alla “colonie de S. dans l’Orne”, Annie Ernaux fa materia di racconto. C’è la violenza, ma non è solo quella dei corpi violati, dei gesti ripetuti – ci sono atti mancati, atti riusciti – ma è la brutalità dell’abbandonare la giovinezza, lo schiaffo del mondo che si presenta nella sua nudità. Il confronto con l’età adulta e la fine delle illusioni. La vita vera ormai si snoda in autonomia, è lontana dalle leggi imposte da altri. È il brivido della libertà, l’essere, in qualche modo “al di sopra di tutti”, non curarsi delle conseguenze, illudersi che il tempo di un’estate lontani da casa possa modificare la percezione di se stessi, del proprio corpo. È il concetto dell’abbandonarsi, dimenticandosi di ciò che si è stati fino ad allora – allontanarsi dalle immagini impacciate, rigide, fossilizzate in un presente ormai perduto – per bagnarsi di una vita nuova. È un semplice rituale di passaggio: ci si ascrive quasi senza coscienza. Ma qualcosa andrà storto e le conseguenze – terribili – saranno materia di riflessione, dolore, negli anni successivi.

Il tentativo di Ernaux è duplice. Far esistere quella ragazza, resuscitarla attraverso la scrittura. La memoria non può nulla da sola. Non bastano le fotografie sbiadite, i ricordi della stanza al collegio, un abito a pois che è appeso ad una gruccia, vuoto, come il corpo di un fantasma, il simulacro di ciò che si è stati. Non bastano le frasi annotate sul diario, la corrispondenza con Marie-Claude a legare la donna di oggi, a quella ragazza lontana nel tempo. Cinquant’anni di esperienze le separano: non è possibile ripensare i pensieri di allora, quasi nemmeno avvicinarsi. È “una straniera di cui conservo la memoria”. Come se le percezioni del ricordo – le paure, gli atti mancati – fossero rimasti imbrigliati da qualche parte: testa e corpo che hanno agito disgiuntamente e che ora si rifanno vivi, per scarto, a chiedere conto di ciò che è stato.

C’è sempre un ultimo libro nella vita di ciascuno, come esiste un’ultima primavera, un’ultima volta in cui si faranno esperienze, gesti. Ma la morte non fa paura a Ernaux: non è uno spauracchio, una signora che cuce, la dama con la falce da cui fuggire per potersi salvare. Non c’è bisogno di ancorarsi alla terra, di resistere contro il tempo che passa. Perché l’atto mancato di quasi cinquant’anni prima, il libro mai scritto sulla propria giovinezza, in qualche modo attendeva, paziente. I tentativi per scriverlo – il percorso per dire la memoria – sono stati molti. Ma il risultato eccolo qui. Un’opera che, come ha sottolineato François Busnel durante un’intervista all’autrice, dovrebbe essere distribuita in tutte le scuole. Che cosa significa crescere? Quali sono le conseguenze delle proprie azioni? Che cos’è la giovinezza, quali le tappe per la costruzione del sé?

Le pagine sono divise in brevi paragrafi. Come se l’atto del ricordare potesse sopraggiungere solo a scatti, separato da un unico flusso di coscienza: è un procedere per immagini. La memoria dolorosa di ciò che è stato dopo serpeggia già dalle prime righe. Le conseguenze sul proprio corpo, nel proprio dentro, anticipano le scelte sbagliate: sono le colpe del futuro. Il bivio post-diploma, i disagi di una patologia alimentare, l’amenorrea e la solitudine forzata rappresentano le scorie, il residuato malato di un’estate dove si credeva ancora nel domani come tutto possibile. L’incontro-scontro con il reale ha avuto la meglio. Di quel dolore post ’58 permane la sensazione di smarrimento. I flash sono rapidi: v’è la fuga a Londra, brevi furti per sentirsi liberi, l’ossessione del cibo e di un corpo che non si comprende più. C’è il fantasma del sesso che aleggia come una condanna e poi l’immagine di lui, l’istruttore capo, della colonia che col tempo si è trasformata, mangiata dalla vegetazione. Allora la scrittura altro non è che un modo per dire l’indicibile, per fissare su carta l’esistenza: è il tentativo di comprensione – verrebbe da dire di perdono – di ciò che si è stati. Voltarsi all’indietro e acciuffare uno stralcio di sé: comprendersi infine. Forse, chiedersi scusa.

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