La “stopchild” adoption di Renzi e la politica dell’identità

di Andrea Muni

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È dell’altro ieri la notizia “shock” del probabile stralcio della stepchild adoption in favore di un maxiemendamento da sottoporre a voto di fiducia appoggiato anche dagli alfaniani. I tentennamenti “procedurali” dei cinque stelle sono stati colti al balzo da un PD che sta cercando in tutti i modi di togliersi dalle mani la patata bollente delle adozioni omosessuali pestando meno piedi possibili. Il premier Renzi, con abilità giolittiana, sta riuscendo a tenere serrati i ranghi di un PD che ha subìto di recente una piccola, ma non completamente innocua, emorragia a sinistra.

Tutto il discorso sulla stepchild adoption ha avuto, fin da subito a mio avviso, una pura funzione di specchietto per le allodole: era la cosa “in più” da sacrificare in nome di una ampia maggioranza su un tema – quello delle unioni civili – la cui elusione ha finora relegato l’Italia in un’arretratezza legislativa al cui riguardo in molti, non a torto, hanno speso l’espressione “medioevo culturale”.

Con queste premesse vorrei introdurre una riflessione critica, diciamo pure esplicitamente non costruttiva, riguardante la gestione politica dei diritti civili (e in particolare degli evaporati diritti sociali) da parte di quello che parrebbe essere – se solo ci fossero state delle elezioni negli ultimi tre anni – il primo partito del paese. Parallelamente vorrei indirizzare anche una riflessione agli amici delle associazioni per i diritti LGBT, diritti di cui personalmente sono un fervente sostenitore e su cui abbiamo più volte riflettuto criticamente nella rivista (ad esempio in un articolo di Francesca Ruina sulle “sentinelle in piedi”, in cui si prefigurava proprio lo scenario attuale e si indicava quel presunto “movimento per la libertà di espressione” come una studiata avanguardia propagandistica contro i diritti civili).

Veniamo dunque, in primo luogo, a quella che è stata la gestione politica – da parte del premier – dell’intera vicenda. L’altro ieri, dopo mesi di barricate sulla stepchild adoption, il premier ha iniziato a paventare il timore di un imbottigliamento parlamentare che suggerirebbe caldamente lo stralcio del provvedimento, il quale consentirebbe una rapida conclusione del passaggio parlamentare al senato – particolarmente delicato – per poi passare a quello più agevole alla camera.

Ma che cos’è, anzi, che cos’era, precisamente, la stepchild adoption? È un provvedimento contenuto nell’articolo 5 del ddl Cirinnà in cui si dà forza di legge ad una consuetudine giudiziaria: quella di permettere legalmente l’adozione del figlio del partner indipendemente dall’orientamento sessuale. Il ddl Cirinnà, all’artcolo 5, intendeva semplicemente riempire una falla legislativa, a cui finora – come spesso accade – avevano ovviato le sentenze delle corti di giustizia. Il diritto degli omosessuali ad adottare il figlio del partner prevedeva tutta una serie di ulteriori clausole per l’adozione, omologhe a quelle previste per coppie eterosessuali, tra cui spiccano il necessario consenso del minore, che può essere richiesto, e ha valore (parziale), solo a partire dai dodici anni di età e il necessario placet dell’altro genitore biologico del bambino (questione non piccola, visto che mi sembra difficile immaginare, in generale, che un genitore “frema” per consentire ad un’altra persona – sia essa eterosessuale oppure omosessuale – di diventare il terzo genitore del proprio figlio. Mi sembra evidente che questte clausole, a cui si aggiunge quella decisiva che consegna – sempre e comunque – al tribunale la decisione caso per caso dell’ammissibilità dell’adozione, rendono oggettivamente minimo l’impatto che l’approvaizone del provvedimento avrebbe avuto sulla reale composizione delle famiglie italiane.

Le opposizioni hanno quindi infierito contro questo provvedimento, paventando l’“omosessualizzazione” della famiglia e tutta una serie di stupidaggini simili – che nulla hanno a che fare con il merito di questo provvedimento – senza alcun reale motivo. Il dibattito infuocato di queste settimane si è svolto, in certo senso, veramente sul nulla. Tutto il dibattito di questi mesi è stato in fondo null’altro che il primo assaggio di quella che sarà una vera e propria guerra ideologica, che si combatterà tra qualche anno, quando l’Italia sarà richiamata nuovamente per la discriminazione delle coppie omossessuali riguardo alle adozioni, e quando – incidentalmente – torneranno in auge la questione dell’utero in affitto e della fecondazione eterologa. Il PD si è mosso tra i capricci delle opposizioni con l’agilità e la spregiudicatezza di una balena bianca d’altri tempi, riuscendo a portare a casa, se le cose andranno effettivamente come sembra, il miglior risultato strategico che poteva augurarsi.

Ancora una volta la capacità di fare bella figura del premier ricorda quel delizioso poemetto baudelairiano dello Spleen di Parigi, I doni delle fate, in cui il poeta ricorda ferocemente come non esista dono più importante nella vita di quello di piacere. Renzi, se tutto gli andrà bene, riuscirà a giocare la parte dell’eroe per i diritti degli omosessuali, accontentando contmeporaneamente il non piccolo elettorato cattolico del Pd e persino il partito di destra con cui governa ormai da due anni. Inoltre, il premier ha già ottenuto contemporaneamente di dirottare per l’ennesima volta la questione dei diritti “sociali” e del drammatico stato del welfare e dell’occupazione. Il tema dei diritti civili è stato utilizzato infatti negli ultimi mesi come uno scudo, come un’alternativa nominalmente “di sinistra” a quei temi “sociali” che non possono – e non devono – essere affrontati, perché in contraddizione radicale con tutte le politiche – e con l’essenza stessa – del PD.

È proprio a questo livello che vorrei introdurre, e collegare, la questione dei diritti civili (e la sua cinica gestione da parte di un partito sempre più gioiosamente ed esplicitamente neo-liiberista) con quella dei diritti sociali. Vorrei farlo riprendendo una storica intervista al filsofo Michel Foucault, che certamente non è la bocca della verità, ma che non di meno era un omosessuale dichiarato, convinto e critico – il cui compagno di vita è un noto, e vivente, attivista per i diritti degli omosessuali, Daniel Defert.

Questa intervista risale ad un momento storico, i primi anni Ottanta, in cui erano ancora forti gli echi delle lotte per i diritti civili degli anni Settanta, le quali erano intimamente interconnesse – per non dire inscindibili – dalle questioni politiche e sociali. In questa intervista, dal titolo Il sesso, il potere e la politica dell’identità, Foucault ricordava come fosse molto pericoloso per gli omosesusali ridurre la proprie azioni e rivendicazioni politiche ad una pura questione di identità sessuale, sottolineando come l’idea stessa di “identità sessuale” sia un prodotto recente dello stato borghese e dei suoi apparati di cattura ideologica. In questa intervista Foucault invitava – da omosessuale fiero e convinto – a ripensare radicalmente il valore dell’erotismo e della sessualità nella nostra società – senza ovviamente cedere di un passo sulla questione imprescindibile dei diritti.

La questione posta da Foucault è tutta qui: senza uno stile di vita alternativo, senza un modo diverso di stare insieme, senza un’idea differente di quello che possono essere i rapporti umani, il godimento e persino la felicità, l’equiparazione dei diritti rischia, a lungo termine, di rovesciarsi in un boomoerang in cui tutti i “diversi” non avranno ottenuto altra vittoria che quella di venire confermati e “conformati” da quella società e da quello Stato che da sempre – e certamente anche dopo il riconoscimento legislativo di certi diritti – li disprezzano e li discriminano.

Questo è un discorso che, a mio avviso, vale per tutti i “diversi”: si tratta di avere il coraggio di socializzare gioiosamente altri modi di vivere, di stare insieme e persino di godere, e non mendicare da una società che fa così tanta fatica a riconoscergli un diritto minimo all’esistenza e alla felicità un’equiparazione e un’omologazione meramente formali. La droga, un altro tema caro a Foucault, è in questo senso un tabù ancora più radicale dell’orientamento sessuale.

Certamente, per concludere, non è più la questione del ”con chi si fa l’amore” a scaldare gli animi politici e sociali, bensì l’eventualità “politica” che divenga possibile educare dei figli insegnando loro un rapporto differente con la sessualità; un rapporto che, a lungo andare, temono alcuni, farebbe sì che davvero si cessasse di utilizzare il parametro della normalità e dell’anormalità per tutto ciò che riguarda le pratiche erotiche (e gli stili di vita in generale).

Per vivere criticamente la propria sessualità, per fare cioè del proprio corpo e del godimento una pratica politica di resistenza all’etica neoliberale, sarebbe forse il caso, in primo luogo, di sospendere radicalmente l’artificiosa polarità omosessualità-eterosessualità (che, è bene non dimenticarlo, esiste in questi termini da meno di duecento anni, e che è il frutto della quadrettattutra psichiatria esplosa nella nostra società nella prima metà dell’Ottocento). È importante non dimenticare che il concetto stesso di eterosessualità è sorto come correlativo politico del concetto psichiatrico di omosessualità.

Un’ultima questione, ancora più delicata, che Foucault tocca nella menzionata intervista è quella di osare “degenitalizzare” radicalmente il godimento, riscoprendo magari – attraverso questa epidermizzazione e dispersione del godimento sull’intera superficie del corpo – addirittura un’altra esperienza della soggettività, capace forse di rompere molte delle implicite connessioni “logiche” che ci rendono – qualsiasi cosa diciamo o facciamo – dei soggetti funzionali al regime di produzione capitalista (e all’idea di piacere e di soddisfaizone che questo regime implica “segretamente”, cioè il piacere del “possesso” e dell’autovalorizzazzione declinati in tutte le loro possibili forme e manifestazioni).

Se l’identità non è altro che un gioco, se non è che uno strumento per favorire dei rapporti, rapporti sociali e rapporti basati sul piacere sessuale che creeranno nuove amicizie, allora è utile. Ma se l’identità diventa il principale problema dell’esistenza sessuale, se le persone pensano di dover “svelare” la “loro peculiare identità” e che questa identità debba diventare la legge, il principio, il codice della loro esistenza; se la domanda che pongono incessantemente è: “Questa cosa è conforme alla mia identità?”, allora penso che ritorneranno a un’etica molto vicina alla virilità eterosessuale tradizionale. […] I rapporti che dobbiamo avere con noi stessi non sono rapporti di identità; devono essere invece rapporti di differenzianzione, di creazione, di innovazione.

 

 

Michel Foucault, Il sesso, il potere e la politica dell’identità

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