Lai ad Alfarin

di Alessia Cappellini

Ac a hafað longunge se þe on lagu fundað.

Colui che è chiamato dal mare lo desidererà per sempre.

(The Seaferer, v. 47)

L’ora è compiuta: la luce ha abbandonato questa vita. Arriverà la fine e spegnerà il dolore, lasciando solo vuoto e silenzio e le mie ossa bianche finalmente in pace. Nessuno piangerà la mia morte, e il ricordo di Hafdìs, dea del mare, si perderà nel vento arido della tempesta, tra i ghiacci del grande Nord. Sono sola alla fine del mondo.

Piango il giorno in cui il mio Alfarin, colui che viaggia lontano, è salpato per non fare più ritorno. Un nome che è stato impietosa condanna: ha spiegato le sue vele a primavera, nel vento tinto di speronella, con la promessa fare ritorno quando il sole avrebbe regnato sulla notte. Quel giorno gioioso è giunto, ma la mia voce non si è unita al coro di chi cantava l’inizio dell’estate, intrecciando danze nella luce dorata del giugno fruttifero, le tempie cinte di spighe selvatiche. Si è consumato l’olio delle lampade nelle mie stanze ombrose, e il silenzio ha oscurato gli ori antichi e le storie degli arazzi.

Ti rivedo, Alfarin che viaggia lontano, nell’inconsistenza dei guerrieri di stoffa che riempiono le mie pareti. Mi chiedo dove tu sia e il perchè di tanta sofferenza. Vorrei poter dare un nome a questo dolore che mi uccide prima della fine del mio tempo. Io sono il bocciolo e questa è la neve tardiva; riponi il tuo falcetto, ragazza dalle trecce colore del grano: non è più tuo il compito di cancellare il ricordo della mia fioritura. Vive ancora nella mia anima il ricordo adorato del nostro addio. Parlavi della morte delle stelle, accoccolato nel torpore bianco dell’alba, tra il fremere placido della battigia e il respiro lento della nostra isola ancora immersa nella notte. Non sapevo conoscessi le vie segrete dell’universo, e non capivo la curiosa meraviglia con cui descrivevi questi misteri così terribili e lontani. Non c’era paura nel tuo cuore mentre mi raccontavi dell’abisso oscuro alla fine del cielo, pronto a inghiottire noi e il mondo.

Immagina, essere sull’orlo del baratro, cadere là dove il tempo diventa infinitamente lento.

Le tue parole mi si offrono oggi come antiche profezie, e mi chiedo se tu abbia sottratto il mistero della fine dei tempi alle Norne sussurratrici di segreti, se tu abbia letto le loro rune fatali e la storia di questa vita mortale. Hai racchiuso i miei desideri nel tempo di un sussurro: vorrei che niente di tutto questo fosse accaduto e che il tempo crudele, nel suo lento fluire, ci avesse relegato nell’eternità di quell’addio, sospesi tra la tua voce e il respiro del mare. Ma l’ora è fuggita, e tu sei fuggito con lei. Sei un navigante, figlio delle onde, e il desiderio del mare è parte di te; eri già perduto nel mistero di quelle stelle lontane, prima ancora della tua partenza. Perdona, Alfarin che viaggia lontano, la mia incapacità di aprirti il mio cuore, prima che il destino recidesse per sempre il filo sottile che ci legava.

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