L’angolo dell’amusia – Pianoforte a gatti

Minou è in calore. Non suona più bene. Invece del do – un do tondo, affusolato, morbido come il suo pelo grigio – invece del do emette un verso strozzato, lancinante, qualcosa di più simile a un neonato che piange, che a un gatto ben accordato. Sapevo io, che avrei dovuto farla sterilizzare come gli altri. Ma mi era passato per la testa (e ancora mi rimane questa idea) di farla figliare: se la genetica vale qualcosa, almeno un gattino altrettanto intonato ne verrà fuori. Comunque adesso è inutile recriminare. Così com’è, Minou non può suonare. Mi farebbe sballare tutta la tastiera. E poi potrebbe attirare qualche randagio arrapato, che salterebbe dentro dalla finestra dello studio – suono sempre con la finestra aperta, l’aria fresca sul volto, solo così la musica si può espandere, sublimarsi, solo così posso davvero respirarla. Il gattaccio salterebbe dentro dalla finestra e finirebbe per azzuffarsi con Fufo, che è una testa calda. E poi addio diesis. No, non riesco neanche a pensarci. Posso permettermi di mettere Minou in quarantena, ma Fufo non posso perderlo. Sarebbe un disastro. Strizzo gli occhi e scuoto la testa con un lamento, per scacciare le immagini di tragedia che mi figuro. Fufo no, vi prego. È un miracolo della natura. Ho fatto modificare il pianoforte in modo da attivarlo con un pedale. Una lieve pressione sulla coda – premere quindi, non tirare – una lieve pressione lo induce a fare fusa altrettanto lievi, ma che per qualche prodigio biologico spingono gli altri gatti ad alzare di un semitono il loro miagolio. Forse un gioco particolare di vibrazioni, forse l’alchimia che si crea tra le bestie come tra gli umani, nessuno l’ha saputo spiegare. Ma è il mio gioiello. Laddove gli altri devono trovare un gatto per ogni nota, a me basta spingere il pedale, una morsa di metallo rivestita di cuoio si chiude pianissimo sulla coda di Fufo, e si sprigiona la magia. Ci ho messo mesi per trovare il giusto livello di pressione, e studiare uno strumento adeguato per applicarla, e accordare tutto il pianoforte di conseguenza. Ne trovassi un altro che ha lo stesso effetto, in bemolle… Ma adesso il problema è un altro: Minou. Mi toccherà chiuderla in qualche stanza finchè non le passa la foia. Non ci voleva proprio adesso. Proprio adesso che forse, dopo mesi di nulla e di inedia creativa, forse qualcosa stava prendendo forma. Un attacco accattivante e un po’ jazzy, quindi un intermezzo dolce, vagamente malinconico, un piano, forse addirittura un pianissimo; e poi giù di tecnica, una fuga, ma senza indulgere troppo nell’accademia, anzi con molte libertà, e citazioni. Questo è quello che ho in testa; ma quanto è dura trasferirlo alle mani, farlo diventare un’armonia, un equilibrio di suoni felini, non più solo musica della mia mente ma musica vera, viva. Quante volte, nei mesi scorsi, ho trascritto note senza convinzione, scarabocchiate sul pentagramma. Le provavo al piano ancora più timidamente, quasi mi vergognassi, e confermandomi nel mio imbarazzo. I gatti poi avvertono questa mancanza di sicurezza, si agitano, si ribellano, e i risultati sconfortanti aumentavano la mia frustrazione. Erik, il più introverso, gattone pauroso dotato di uno splendido re, continuava a dimenarsi e soffiare, e non so come ha rotto la corda che lega il tasto alla sua coda. La più piccola, Mafalda (un si), forse avvertiva il mio stato d’animo, e quando premevo il suo tasto attaccava con delle fusa sconsiderate, e si divincolava nel suo scomparto di legno di betulla. Nei giorni scorsi mi era parso che tutto stesse prendendo, cominciando a prendere, una forma, un abbozzo, forse, ma ora come farò senza Minou? Come posso suonare senza il do? Sarebbe come se dovessi scrivere un racconto senza due vocali e quattro consonanti, o dipingere un quadro senza tutte le tonalità del rosso. La gioia del limite, diceva qualcuno, ma per quanto mi sforzi non riesco a vederla come una sfida. Io che ho sempre e solo adorato la libertà. Oggi ogni cosa mi sembra preferibile di mettermi alla tastiera. Pulire il piano cottura, fare lavatrici, guardare il condominio di fronte attraverso i vetri sporchi della pioggia di ieri. Ho lasciato i gatti liberi di girare per casa. Provo a scrivere un passaggio che ho in testa, lo cancello, lo riscrivo, lo cancello di nuovo, vado verso la tastiera ma mi ricordo che ho lasciato i gatti liberi, e mi rimetto a fare altro finché le note non sfumano dalla mia testa. Leggo qualche pagina di un libro a caso, saltando righe, come se temessi di trovarvi qualcosa di vero. Seduto sul divano guardo il vuoto. I gatti in giro per la sala sono fermi e mi fissano, le testoline un po’ piegate, in silenzio.

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