Le avventure di numero primo

di Ruben Salerno

Unico atto, Marco Paolini colpisce ancora. Questa volta con lo spettacolo tratto dall’omonimo libro, scritto a quattro mani con il sociologo Gianfranco Bettin, per una tournée nazionale, partita dal Politeama Rossetti a Trieste. 

I tratti della drammaturgia paoliniana ci sono tutti: monologo, scenografia scarna e simbolica, un testo talmente sottotraccia da sembrare improvvisato (se non fosse per qualche imprecisione dizionale che ogni tanto interrompe il flusso), la posizione pensosa a braccia conserte che l’attore utilizza sovente quando affronta temi scottanti, il coro della tragedia greca reinterpretato in audio/video, il legame tematico con il territorio mestrino. Chi va a vedere uno spettacolo di Paolini sa a cosa va incontro eppure, in un modo o nell’altro, questo intellettuale sui generis riesce sempre a soprendere. Questa volta abbandona i reportage, le riflessioni sul passato e sul Veneto che lo hanno reso celebre come Vajont, Sergente nella neve, Marco Polo, fino agli Album, per avventurarsi nel futuro prossimo, in un mondo iper-tecnologico e allo stesso tempo peculiare, dove il Petrolchimico di Marghera è stato sostituito dalla meravigliosa “Fabbrica della neve”, che trasforma in scogliere innevate l’acqua che si immette nella laguna, salvando Venezia dall’inabissamento. Un mondo di fantasia dunque, seppur non troppo implausibile, dove il premio Nobel viene assegnato a un’intelligienza artificiale e le macchine si guidano da sole, dove le scuole sono intitolate a Steve Jobs, tese all’eccellenza e classificate in base al profitto degli studenti, connessi sempre in tempo reale con i genitori, i quali possono sorvegliare l’operato dei docenti. In questo universo il flusso del tempo è talmente accelerato dalle tecnologie da far nascere nuovi mestieri, come “l’aspettatore”, colui che prende in consegna le auto dei residenti del quartiere di ritorno dal lavoro e, a pagamento, aspetta, finché non si libera un parcheggio, riconsegnando la macchina davanti a casa del proprietario la mattina dopo. Il protagonista, Ettore, è spettatore sarcastico di questo mondo. Fotoreporter di guerra, scapolo e sulla cinquantina, si ritrova a dover crescere il figlio cyborg (ma lui non lo sa) di una donna conosciuta on-line e mai incontrata. La vicenda si svolge principalmente in tre luoghi, ognuno dei quali ha le sue connotazioni peculiari ai fini della storia. Al centro sta l’hinterland veneziano (Mestre, Marghera, isole), topos multiculturale e tecnologicamente avanzatissimo. Segue la Val Zoldana, dove i protagonisti si rifugiano in cerca di quiete e si interfacciano con una dimensione naturale forte, selvaggia, che domina sull’uomo e sul suo sviluppo, assoggettandolo al fascino e ai pericoli della montagna. Infine Trieste, avvolta da un’atmosfera crepuscolare, dove il bimbo frequenta una scuola elementare per giovani talenti e comincia ad interagire con i suoi coetanei e con i pidocchi, scoprendo il lato sociale dello stare al mondo. Tuttavia, il “mondo reale” fa capolino in ogni contesto, costringendo i protagonisti alla fuga, mentre sullo sfondo si svela progressivamente una spy-story che vede il bimbo al centro della contesa. 

Lo spettacolo teatrale è solo uno spezzone della storia completa, la quale è affidata nella sua interezza al romanzo di cui si è detto. Piuttosto la pièce paoliniana si pone come momento di riflessione sui contenuti della vicenda. In un’eco lontana di Blade Runner, emerge il tema dell’anima e del liminare confine tra umano e macchina, per poi prendere tinte molto più intimistiche alla Saint-Exupéry. Nel susseguirsi delle vicende infatti Numero Primo, il bimbo robot che nella storia ha sei anni, si trova spesso inconsapevolmente a ricordare agli adulti umani il piacere della scoperta, la pietà, la semplice complessità della vita che sfugge alle definizioni statiche e ci si palesa come un processo. 

Esempio calzante è la scena di Via Piave: si parla della zona stazione di Mestre, oggi un quartiere tra i più complicati del nord Italia per quanto concerne l’ordine pubblico e lo spaccio. Ettore viene invitato a esprimersi come giudice in una lite che sta per tramutarsi in una sanguinaria guerra tra bande, a causa della sparizione di dieci euro in un affare complicato. I litiganti sono Negus, barbone etiope che vive di espedienti e l’aspettatore di quartiere, un afghano che ha messo in piedi un business parallelo, subaffittando gli abitacoli delle auto dei residenti a turisti e viaggiatori in cerca di posti letto per una notte. Il tutto ovviamente all’insaputa dei proprietari. La lite coinvolge successivamente, oltre alla polizia veneta e al questore siciliano, anche i vari rappresentanti delle comunità locali, da quella sudamericana accusata di coinvolgimento per un’atavica propensione a delinquere, fino ad “Ai-Yo”, cinese ma di padre sardo, padrona del classico emporio dove si può trovare di tutto, che offre consulenza pediatrica nel fine settimana e per difesa brandisce una pattada, coltello da scuoio dei pastori isolani. Quando l’empasse sembra dover scaturire in una rissa sanguinaria, è Numero Primo a far notare a tutti che il problema non sussiste poiché si basa su una semplice operazione algebrica errata, dimostrando l’inesistenza del furto dei fantomatici dieci euro. 

In questo scenario, talmente inverosimile da poter essere realistico, Paolini affronta e deride i problemi dell’oggi e del domani, offrendo allo spettatore una speranza: la possibile umanizzazione di una realtà sempre più automatizzata. Solo rimettendo in discussione le premesse di un discorso, infatti, se ne possono evidenziare i punti di forza e risolvere i problemi (spesso banali) sfruttando le potenzialità della macchina senza dogmatizzarne gli schemi, per ritrovarsi in una realtà più semplice ed emotivamente sostenibile. 

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