“Le promeneur solitaire” di W. G. Sebald. Per raccontare la vita degli uomini soli

di Piero Rosso

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Ho avuto un solo pensiero, durante la lettura di queste pagine, un’idea insistente e al di là di molte fascinazioni: esiste la possibilità di pensare più liberamente alla solitudine? Se dovessi riassumere nello spazio di un articolo quello che ho letto, direi d’aver fatto esperienza, tramite le parole di Sebald, passeggiatore solitario (Wanderer), di una strana scampagnata che Walser un giorno fece nella vita, di questa sua solitudine che non fu mai un vuoto da riempire. È una scrittura lontana da ogni intento di restituzione, da ogni ricostruzione. Walser fu portatore di una solitudine carnevalesca, con tutte le sue maschere: non si trattò di una patologia; non fu una fuga esasperata; non una rimozione o un’elevazione. Il racconto di una solitudine, ci sembra dire Sebald, dovrebbe sempre partire da altrove.

Facciamo finta per un momento che non esista opposizione tra letteratura e vita. In questo nuovo spazio, non pensiamo più alla solitudine del folle, del carcerato, dell’emarginato – non pensiamo più a una solitudine come follia, come reclusione, come emarginazione. Prendiamo un Don Chisciotte e il suo scudiero, girovaghi e solinghi – anche loro figure del Wanderer. Facendo finta, invadiamo per un momento, la vita di letteratura. Niente paura, non dichiariamo qui l’esistenza di Don Chisciotte; cerchiamo, invece, di comprendere il perché della sua apparizione, considerandolo come l’emergere di una necessità, un simbolo insieme della salvezza e della decadenza di un secolo: la sua solitudine ci parla ancora. Al contrario, in questo spazio che abbiamo appena aperto, non possiamo dare più la colpa delle sue visioni alla follia; è possibile entrare in sintonia coi mulini a vento o l’elmo di Mambrino anche se smettiamo di aggrapparci a questa scusa. Non siamo di fronte a un visionario: è la solitudine a essere una forma di visione.

Evidenziare lo sguardo del solitario è una faccenda centrale anche per Furio Jesi, che ritrova – senza distinzione tra personaggi storici e letterari – una serie di casi in cui eminenti intellettuali si rintanarono nei propri uffici sommersi dai libri, fino a murare con essi le finestre che davano all’esterno. Anch’essi volevano spiegare il mondo distanziandosene, come fanno i miti, che si nutrono di vuoto e cercano di riempirlo. Possiamo, così, smascherare quelle narrazioni dell’io che si distanzia e si separa dal mondo; ricordando, invece, quegli scritti che nascono da un’elaborazione della solitudine come visione.

È il caso di Lévy-Strauss che racconta dei suoi Tristi tropici o di Warburg che ne Il rituale del serpente parla degli indiani Hopi; anche William Least-Heat Moon, in tempi più recenti, racconta in Strade blu la sua personale “guarigione dai demoni” tra viaggio picaresco e scrittura. Il rituale del serpente di Warburg, in particolare, nacque dall’esposizione che egli fece, davanti a dottori e pazienti della clinica in cui era in cura, per dimostrare la propria ritrovata sanità mentale. Pensando a questi autori, come a tanti altri, cresce l’urgenza di aggiustare la mira, perché sebbene continuiamo a leggere i loro libri come fondamentali appunti di viaggio, continuiamo imperterriti a trattarli come “diari di una guarigione da questo o quest’altro male”, e a cercare frasi salvifiche nelle loro pagine, sperando di innestarle nelle nostre personali solitudini, confidando che fioriscano.

Da qui nasce l’importanza de Le promeneur solitaire, che di Walser non racconta la vita, ma la progressiva perdita di peso nel mondo – quasi avessimo davanti quel salto leggero di Cavalcanti sopra le tombe nel cimitero, di cui ci parlava Calvino ne Le lezioni americane. La solitudine, così, diviene un processo, un movimento, non più uno stasi e uno stato mentale; essa non è più conciliabile con il genere letterario della biografia, la cui essenza più profonda è proprio la necessità di movimento continuo dei soggetti di cui racconta. “Cadere in uno stato di profonda solitudine”, frase tipica del genere biografico, è una frase che concentra tutto il movimento possibile nell’atto di “cadere” e non nella solitudine. Abbiamo bisogno, pertanto, della figura del picaro – che condivide pochi ma sostanziali aspetti col Wanderer – la cui prerogativa è sempre lo spostamento.

Per raccontare la vita rifiutiamo la biografia, scoprendo come finora la solitudine ha fatto parte di quella schiera di miti che servivano a costruire identità; pensiamo, invece, a una solitudine creativa, capace di continuare a parlarci e di farci parlare al di fuori di tutte le precise ricostruzioni della vita e delle opere. Il Journal de deuil di Roland Barthes fu proprio la registrazione del lavoro del lutto di molte identità differenti, tutte rispondenti al nome di “Roland Barthes”, in seguito alla scomparsa della madre dell’autore. Così, suggerisce Sebald, possiamo uscire dalla scrittura biografica e raccontare la vita di Robert Walser come un grandissimo lavoro del lutto: riconoscere l’esistenza di molti “Robert Walser”, di molte identità divise, e considerare la solitudine soltanto come parte di esse. Di questo scrittore non sappiamo molto, Sebald non si dedica alla ricostruzione dei dati biografici, e d’altronde, chi farebbe lo stesso per Don Chisciotte? Ritroviamo Walser in clinica a Waldau; pota le piante, gioca lunghe partite a biliardo contro se stesso – tutte immagini della solitudine. Ma se la letteratura e la vita fossero intersecate per davvero, non lasceremmo le piante diventargli soldati davanti agli occhi e il rastrello una spada a mille punte? Non vedremmo apparire sul panno del tavolo da gioco la mappa della vecchia Europa, su cui disporre antiche cannoniere e nuovi fanti? Di che cosa avremmo paura? Di restare ancora una volta coinvolti nelle fantasie picaresche di un vecchio scrittore?

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