Le vite degli uomini infami 2.0

di Andrea Muni

flavio-bucci

Come si fa la storia delle cose, delle persone e delle vite che non valgono, che non meritano, che non sono degne di essere raccontate o ricordate? Come si fa la storia di quella massa informe, brulicante, epidermica, spessa, che non è altro che la banalità, la quotidianità, la medietà delle vite che vivono, lavorano, amano, muoiono ogni giorno nel mondo? La storia di chi non può o non vuole prendere parola, prendere distanza, la storia di chi non ha avuto la fortuna (o la sfortuna) di poter alzare la testa e immettere nel discorso – nelle cose dette e scritte – il proprio brandello di verità? Come si fa a fare la storia di chi è – e sarà sempre solo – una di quelle molte persone che non possono (o non vogliono) prendere la parola per dire la verità sulla nostra epoca, sulla nostra cultura, sulla vita che scorre e si consuma ogni giorno?

Michel Foucault, ne Le vite degli uomini infami, ha provato ad offrirci un assaggio, un antipasto, di uno dei tanti tanti modi in cui quest’operazione è forse possibile. Lo ha fatto riportando alla luce le vite di uomini “pericolosi”, non importanti, ricordati solo per la loro inquietante e criminale diversità, storie raccontate dal potere statale e giudiziario e/o dalle persone altrettanto comuni – a loro spesso molto vicine – che volevano liberarsene e farli rinchiudere o giustiziare, per piccoli odi quotidiani, per annose faide, beghe o sgarbi mai sopiti.

Ma Michel Foucault sapeva bene di essere un accademico e questa consapevolezza, questa sensazione di distacco dal mondo reale, è forse ciò che gli ha donato l’umiltà e il genio per compiere un tipo di lavoro e di ricerca totalmente inediti nella storia del pensiero.

Ho sempre pensato però, diversamente da Foucault, che lo attesta in numerose interviste, che non sia poi così vero che si può fare la storia solo di ciò che è passato o appena passato, e che anzi, se la genealogia è qualcosa, essa è una storia “interessata” del nostro presente (e fin qui Foucault è d’accordo), ma di un presente che non deve fermarsi alle soglie di se stesso, un presente che deve piuttosto ripiombare su se stesso alle spalle, come un lapsus, come un’inconscia autoaggressione, come un ritorno di fiamma.

Quello che vorrei fare qui è l’abbozzo, il primo minuscolo tassello, della storia micrologica, ultra parziale e per flash, delle vite degli uomini infami di oggi. E confesso da subito che l’interesse e il piacere che provo nel fare questo mi provengono da un desiderio politico e da una convinzione profondamente radicata: la necessità di una parodistica controcultura, di una nuova storia da raccontarci, e forse addirittura la necessità di una nuova illusione e di nuovi autoironici miti ed eroi da contrapporre e da far giocare nel (e contro) il discorso in cui si ordinano i valori dominanti della nostra società.

Ci sono posti in cui la differenza di classe esiste ancora, posti in cui non penseresti di andarla a cercare. Ci sono posti in cui la differenza di classe, nel nostro paese, oggi, nonostante la globalizzazione, la fine delle ideologie e i nuovi realismi, si tocca con mano. Ma la differenza di classe è solo un concetto, la sua carne, la sua realtà, non è la “differenza”, ma l’invidia, l’invidia di casse (come sapeva bene Elio Petri vedi il monologo de La proprietà non è più un furto). È strano, è anacronistico, dirò di più, è surreale. Molte volte ho scritto qui per dire tutt’altro, cioè che un certo tipo di ideologia vetero-marxista è qualcosa da superare, e rimango convinto di questo, ma per ragioni strategiche, e non teoriche. Esistono però le storie e le persone, e quelle sì sono reali, e non teoriche. Esiste l’invidia di classe, ed essa è lo strumento attraverso cui – per limitarci al nostro paese – il mondo si divide in quelli che lottano, si affannano, odiano e amano, cercando di conquistare posizioni, lavori, relazioni sentimentali che siano ambiti, degni, che siano all’altezza delle aspettative minime della presunta età dell’oro in cui viviamo; e poi dall’altra parte ci sono gli stanchi, i finiti, quelli che hanno gettato la spugna – o che non l’hanno nemmeno mai voluta (o potuta) prendere in mano. Per fare la storia del nostro presente bisogna viverci dentro, bisogna vivere dentro al presente che si è scelto o in cui si è costretti a vivere; per raccontare al presente le vite degli uomini infami, in fondo, non c’è altro modo che esserli – poco importa se per necessità o per vocazione.

Senza entrare in noiosi autobiografismi vorrei premettere che da molti anni, come molte persone che si occupano anche di cultura, sono un lavoratore stagionale, un lavoratore che vive dal di dentro questa differenza di classe così particolare, così surreale, così tragicomica, e in fondo così ridicolmente romantica. Nessuno ha mai progettato di fare il lavoratore stagionale, nessuno ha mai progettato nella vita di lavorare come uno schiavo per cinque mesi all’anno, come aiuto cuoco, giardiniere, bagnino, manutentore, trattorista, receptionist, e poi vivere con la disoccupazione e/o lavoretti in nero il resto della vita.

Sono, siamo, i sottoproletari del litorale. Tra i più giovani ci sono i vitelloni e ci sono i bravi ragazzi che credono di potersi fare le ossa per un mestiere (di solito gli aiuto cuoco che hanno fatto l’alberghiero); ci sono i drogatelli che attraversano le loro prime crisi di identità e ci sono gli erotomani incapaci di pensare ad altro che all’organo femminile considerato in tutte le sue forme e prospettive. Spesso i giovani riescono a conservare la vigorosa consapevolezza, la certezza, la speranza che per ora va bene così, che questo è un periodo transitorio, che serve per far soldi e per poter cazzeggiare d’inverno, ma che poi il nuovo, il bello, la vita vera, arriveranno. Tra i meno giovani, dai 27 ai 40, ci sono i laureati senza lavoro, gli ex tossici, gli stranieri e le straniere che lasciano la famiglia a casa per venire a far soldi e prendersi un po’ di libertà dalla monotona vita coniugale; ci sono quelli che non avevano voglia di studiare e quelli che in inverno lavorano in nero per lo zio falegname e una volta al mese dilapidano mezzo stipendio nel primo bordello austriaco oltre confine. I meno giovani sono stanchi, delusi; per un altro anno sono qui, un altro anno che è passato senza che si siano affacciate né la voglia né la possibilità di cambiare qualcosa nella propria vita. Oltre i quaranta anni ci arrivano solo i veri veterani della stagione, quelli che o sono andati definitivamente fuori di testa e non sanno più vivere senza – perché sappiatelo, la stagione dà dipendenza, una dipendenza morbosa, che ha a che fare con la scomparsa del tempo – o perché davvero in tutta la vita non gli è saltato fuori niente di meglio. I veterani sono quelli che raccontano che sono felici di non dover più lavorare in spiaggia di giorno e al forno di notte, quelli che hanno sorpassato – o per lo meno imparato a gestire senza soccombervi – la grande passione di ogni lavoratore stagionale (almeno dell’alto Adriatico): l’alcol. I veterani sono anche quelli che ti confidano – ovviamente dopo due litri di vino, perché loro sì che hanno imparato a gestire l’alcol senza soccombervi (!) – che quando scende la sera arrivano puntuali i pensieri, le inquietudini, i ricordi di una vita passata che – con la scomparsa de sole – riaffiorano, si fanno coraggio, cercano di incrinare la perfetta ripetitività di quelle giornate di lavoro calde, identiche, alienanti, pastosamente oppiacee.

Ho ascoltato un trattorista-manutentore di una spiaggia teorizzare con singolare finezza la necessità logica e psicologica di finirsi, con qualsiasi mezzo possibile, al termine della giornata; la necessità di annullare il tempo che separa un giorno di lavoro dall’altro, come se si trattasse di un’unica eterna giornata di lavoro, sempre identica a se stessa, che replica senza fine il suo apparentemente impossibile intreccio di stress e noia. Un ragazzo più giovane, attraente e playboy, diversamente da quell’altro, sosteneva invece l’importanza, teneramente nevrotico-ossessiva, di non incrinare con iniziative autonome la perfetta monotona regolarità di una giornata di lavoro in spiaggia come bagnino di terra, di quella giornata sempre identica in cui alle dieci il signore dell’ombrellone F2 verrà a chiedere di stringere le viti del lettino, che sono sempre allentate, e lui lo sa, ma è alle dieci che cliente verrà, ed è alle dieci che lui avrà quella piccola cosa da fare.

Il tempo è fermo, la vita è ferma. Il tempo è puramente prostituito in cambio di danaro, l’alienazione del vecchio Marx è una quotidianità individuale, esistenziale, privata. Così come sono alienati i “clienti”, i turisti grazie a cui abbiamo un lavoro. Il turista del posto di mare è a sua volta un alienato, un bambino sperduto, frodato e raggirato in ogni modo, un uomo medio che non ha interesse per grandi viaggi, grandi scoperte, avventure clamorose, affascinanti e pur sempre autoreferenziali. Poi ci sono i festaioli dei paesi limitrofi, che sono già dentro l’happy hour, che arrivano a frotte nel week end, per spaccarsi di alcol e fare i matti; e poi ci sono le assenze illustri di quelli che al mare non ci vengono perché è un posto di alienati e buzzurri, ma che in fondo sono comunque alienati e buzzurri quanto chiunque altro. Non è il turista in sé l’Altro, il nemico, l’avversario, il nostro avversario è paradossalmente (e poco nobilmente) chi ha conquistato o lotta per conquistare qualcosa di meglio, questa è la nostra invidia di classe, i turisti li compatiamo, coloro che invidiamo sono quelli che non sono qui.

Noi siamo parte del paesaggio, siamo uno sfondo; le persone passano, vengono e vanno, ridono, si divertono, si annoiano, si immaginano di vivere, e tu le incontri, ci vai a letto, le conosci in maniera fugace, immagini le loro vite, ne ascolti o ne un intuisci un brandello puramente superficiale, liscio come uno specchio; sei un indigeno, sei parte di un luogo, parte della sua fauna.

A questo punto sembrerebbe obbligata la conclusiva nota di speranza, la nota positiva, e forse lo è – o forse no. A questo punto si potrebbe chiamare in causa il fatto che in questo microcosmo surreale i lavoratori stagionali hanno conservato più di altri un certo orgoglio (e una certa complicità) di classe, una classe che però di fatto non esiste, polverizzata nel marasma di progetti e speranze di vita fallite, mai raggiunte o ancora più spesso mai nemmeno elaborate. Noi possiamo ancora riunirci, stare insieme, possiamo farlo davvero solo per lo scopo di stare insieme (come diceva Marx nei Manoscritti), ma possiamo farlo perché siamo già irrimediabilmente alienati e fuori dai giochi, possiamo perché non siamo nemmeno lavoratori nel senso forte della parola (la maggior parte ha contratti ridicoli, e di fatto può essere cacciato da un momento all’altro): siamo i servi degli schiavi. Non so se questa è una nota di speranza o meno, non so se il senso di vuoto, di mancanza di prospettive, se il disgusto malcelato per questa vita, se l’orrore di essere qui ancora, un anno ancora, possano davvero essere un motivo bello, esaltante, gradevole per spiegare il dato surreale che – alla fine, paradossalmente – qui qualcosa come un orgoglio di classe (insieme alla sua malata sorellina “invidia”) di fatto esiste ancora. Esiste senza che il nome di Marx o la parola comunismo siano mai pronunciati, esiste spontaneo, bruto, senza speranze di redenzione o rivoluzione, ma – anche se forse solo nella mente dell’alienato che io stesso sono – in qualche modo esiste. O forse non esiste, ma se esistesse – per concludere cercando di inventare e giocare insieme un nuovo mito – sono certo che ci sentiremmo più felici, più pieni, più soddisfatti – nella nostra condivisa alienazione – di quelli che qui non ci verranno (e non ci verrebbero) mai, né da lavoratori né da turisti, di quelli che preparano la vita, quelli che desiderano e progettano ancora, che ne hanno la forza, la voglia e la disponibilità economica; loro sono i nostri veri avversari di classe, sono loro che odiamo e invidiamo, forse soltanto perché in fondo vorremmo essere come loro, forse perché in fondo quello che vorremmo è soltanto trascinarli giù con noi perché li amiamo, perché – in qualche modo – ci crediamo davvero che la soddisfazione e la vita siano altrove che in ciò che si può avere, ottenere, conquistare, accumulare come un bene, come un’esperienza privata, indipendentemente che si tratti di un viaggio, di un lavoro, di un amore o di un figlio. Solo facendo della nostra vergogna, della nostra infamia e della nostra banalità il nostro orgoglio possiamo trovare la forza di lottare, di giocare e di combattere affinché quel giù diventi un su, quel grigiore una luce, affinché quest’invidia e quest’odio di classe, che ci uniscono, si convertano in una fiera e goduta offerta di complicità.

“Io, come una fabbrica non viva, eppure sinistramente attiva nel generare concetti e parole, ho forse ancora il diritto di dire di me stesso cogito, ergo sum ma non vivo, ergo cogito. Il vuoto “essere” mi è garantito, ma non già la vita piena e vivente; il mio sentimento originario mi assicura soltanto che io sono un essere pensante, non un essere vivo, che io non sono un animal, bensì al massimo un cogital. Regalatemi prima la vita e da essa poi vi creerò anche una cultura! – così grida ogni singolo uomo di questa prima generazione, e tutti gli altri si riconosceranno tra loro in questo grido. Chi regalerà loro la vita?” (F. Nietzsche)

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