L’inconscio a cielo aperto di Carmelo Bene

di Anna Cicogna

L’ “impresa”, così la chiama nella sua autobiografia, di venire al mondo fu compiuta da Carmelo Bene in data 1 settembre 1937 a Campi Salentina. Nasceva in casa, come spesso accadeva all’epoca, nel “Sud del Sud dei Santi”: una levatrice, una casa piena di donne, un parto difficile. “Strappato per i capelli. Una disdetta”. Questo essere “sopravvissuto alla nascita” fu sempre percepito da Bene come una sorta d’ errore madornale, un iperbolico scherzo del caso. “Più che nato sono stato abortito, ecco io mi considero a tutti gli effetti un aborto vivente”. Bene viene alla luce in una casa segnata dal lutto, c’era stata un’ altra nascita prima della sua, una sorella morta l’anno dopo essere venuta al mondo. Un lutto ignorato pervicacemente, quasi deriso, dal piccolo Bene. “Mia madre me lo raccontava sempre, ma non ne ho mai voluto sentire parlare. Sai, i bambini sono molto gelosi dei fratelli. È morta? Meglio così. Visto che ci siamo… almeno s’occuperanno un po’ meglio di me…”.

I suoi scritti autobiografici sono scanditi da un costante richiamo alla sua terra di provenienza. “Un Sud in perdita costante, il Sud dell’inazione, del girare a vuoto, delle chiese, delle Madonne di cartapesta. Un Sud minoritario ed antistorico, che nella sua costituzione rifiuta ogni aspirazione riformista”. È qui che risiedono le origini antropologiche, origini di estromissione e di vuoto, di Carmelo Bene. Questo “Salento del vuoto” resterà sempre scolpito in lui, più vivo, muto e persistente di ogni ricordo familiare. Eppure sarà proprio nel vuoto, nella mancanza della parola, nell’esitazione, che Bene saprà trovare i semi di un’arte drammatica unica: un inconscio a cielo aperto.

La fabbrica di tabacco di proprietà della famiglia Bene, che esportava per Chesterfield e Philip Morris, è lo strano sfondo dei pomeriggi del giovane Carmelo. “Vedo montagne di donne ‘d’ogni forma’, ‘d’ogni età’ (…) Mi ritrovo quattrenne palleggiato da questa montagna di nudo donnesco animale, negli spogliatoi d’una azienda”. Come contraltare la chiesa, il rito, il servir messa anche quattro volte al giorno. Erano solo in due in paese ad avere il corredo necessario, tonaca e cotta, e a saper accendere l’ incenso. Rimpallato tra la carnalità esposta, il sudore del lavoro e le grida di millequattrocento operaie (che giocano con il figlio del padrone) immerse fino alle cosce nel trinciato di tabacco, e i paramenti sacri, il rito, la liturgia in latino, i fumi gravi dell’incenso. Un bambino inorridito dalla crudezza dell’esposizione dei corpi, affascinato dalla celebrazione rituale.

“Da questo paradiso, da questo stupore, perché l’ infanzia è stupore (…); da queste mie madonne straordinarie, nell’ora che doveva essere della mia felicità, quando rientrato in quel monte di tabacco che mi aspettava e che era la mia casa, mi ritrovavo in una bolgia dantesca, in un’interferenza che non vedevo l’ora cessasse per tornare a quell’altra mia vita, meravigliosa, religiosa, inesistente”. “Questa interferenza era fatta di nudi femminili che poi si rivestivano di certe specie di tute sollevate fino al pube, che sguazzavano nel letame, in una quantità indescrivibile di tabacco. Le ragazze, cento, duecento, trecento, si divertivano ad acchiappare topacci enormi dilaniandoli con i denti, se li lanciavano: era questo il loro gioco preferito”.

Le donne della casa, i rumori della fabbrica, le donne-operaie che giocano con i topi, sono vissuti come un’ingerenza troppo forte, come un qualcosa di impossibile da simbolizzare, terrificante nel suo presentificarsi; qualcosa da cui Bene vorrebbe distanziarsi, ma che al contempo vertiginosamente lo assorbe. Dall’altra parte ancora la chiesa e il rito. Le Madonne, scevre di ogni carnalità, senza odore, una proiezione. Un rifugio, una coperta con la quale velare le brutture, attutire i colpi sordi dell’angoscia.

Un bel giorno, dopo tutto il tempo trascorso a vezzeggiare statue di cartapesta “biondissime, come Cerere”, Carmelo Bene, bambino, confonde se stesso con queste madonne straordinarie. “Anch’io dimenticai quelle mie meravigliose madonne, presso le quali mi ero rifugiato a scongiurare la donna, alle quali masochianamente avevo delegato il mio Super-io. In nome della pura assenza, ripresi a quelle Veneri la madonna che ero. E da buon settenne iconoclasta seppellii in me la santità donnesca (…) Mi ritrovai a sette anni a sentirmi la Madonna.” Sentirsi la Madonna significa identificarsi con un’immagine, divorarla, ingoiarla, letteralmente. Svanire in una proiezione totalmente irraggiungibile, assimilarsi ad un’alterità di perfezione ultraterrena, inaccessibile, oltre ogni distanza.

Ma cosa vuol dire in parole povere “identificarsi”? Può essere utile riprendere questo concetto così come è stato teorizzato da Freud: “L’ identificazione non è dunque semplice imitazione, bensì appropriazione in base alla stessa pretesa eziologica. Essa esprime un “come”, e si riferisce a qualche cosa di comune che permane nell’inconscio”. Nel processo identificatorio non si imita qualcuno, ma lo si diventa, letteralmente. L’assunzione inconscia dell’immagine dell’altro trasforma il soggetto concreto. A questa prima identificazione ne seguono ovviamente moltissime altre nel corso dell’esistenza, proiezioni sempre molto distanti dal bambino “molto timido, solitario e introverso”, “vestito di tic”, sempre malato che il giovane Bene è.

Si sceglie donna, adulta, bellissima e perfetta. Si sceglie divino, si sceglie immortale. Il soggetto, diceva Lacan, è rappresentato da un Significante per un altro Significante. Ma ciò non vuol dire altro che è sempre una parola ciò che viene al posto del soggetto: una parola rappresenta il soggetto non nel senso che gli dà forma e voce, traducendo i suoi pensieri, ma, molto più vertiginosamente, “la parola rappresenta il soggetto” è da intendersi nel senso che essa mette in scena qualcosa che non esiste: il soggetto, appunto. La parola inscena un soggetto che non c’è, che non la precede, ma che ne è l’effetto, il risultato. Il soggetto è sempre già svanito, abolito, nella parola: sia quando la ode che quando la pronuncia.

In Carmelo Bene la parola fondamentale, il significante che insiste, è “aborto”. Nell’atto stesso di descrivere la propria nascita Bene non riesce a fare altro che negarla, la esclude dall’orizzonte stesso della possibilità.“Più che nato, sono stato abortito, sono stato rifiutato, escluso, estromesso. Mi considero a tutti gli effetti un aborto vivente.” Questo sentirsi “non vivo” si tradurrà poi nella fascinazione di Bene per il vampiresco. Il vampiro è infatti il “non morto” per definizione, e pertanto però anche il “non vivo”: esso è un aborto vivente, una abitatore della sospensione, è colui che non può vedersi nello specchio. Al non-morto non resta che “concentrarsi nella toletta fine a se stessa: un bottone nell’asola sbagliata (il vampiro non si riflette…), determina, compromette la parola”, racconta ancora Bene nella sua autobiografia.

Afasia, impossibilità di nominare, impossibilità di affermare la propria identità e presenza di fronte al vuoto che lo rispecchia. Impossibilità di dire “Io”, perché manca quel primo aggancio, quella figura, quella immagine che, pur comparendo nello specchio, è troppo palesemente lontana dall’idea che egli ha di sé. Pur essendo l’Io – come diceva Lacan nel suo primo seminario sugli scritti tecnici di Freud – un oggetto fatto come una cipolla (lo si potrebbe pelare e si troverebbero all’infinito le identificazioni successive che lo hanno costituito), resta pur vero che ogni identità si fonda su quel “grado zero” che è l’assunzione della propria immagine allo specchio. Un’assunzione che è sempre mediata, e vegliata, dalla presenza di un altro che autentifica e “permette” il primitivo e giubilatorio accoppiamento del soggetto con la propria immagine. Mancando a Bene questa forma simbolica di autoriconoscimento, egli visse tutta la vita a contatto diretto con quella corporeità, deliziosa e al contempo terrificante, che ne farà il genio attoriale. Da qui si comprende forse anche meglio la fortissima ambivalenza amore-odio, scherno-paura, manifestata da Bene nei confronti del corpo materno e in generale nel suo rapporto con la maternità.

“La scrofa ti espelle dal suo ventre abominevole, ti cestina nella discarica della vita. Se dell’incontinenza delle generali defecazioni materne, a noi estranee, non siamo via via informati, di quella “puttanaccia” di nostra madre siamo più che certi. Ogni maternità è un mostruoso delitto. Qua e là si combatte l’ aborto e non la messa in luce. Cosa c’è di più laido del famigerato ossequio alla maternità!? Con e senza bambino. Strafottute madonne”. Donna e madre sulla quale incombe l’ombra dell’orrore e del godimento. Orrore non arginato, non mitigato, scandalo della prossimità perturbante del reale della corporeità. La corporeità è infatti ciò che resta sempre escluso dal normale processo identificatorio, che appunto è un accoppiamento tra ciò che io penso di me (un pensiero) e ciò che vedo di me (un’immagine).

L’unica rappresentazione del femminile che restava al di fuori di quest’informità oscena, nell’immaginario del giovane Bene, era la Madonna. O meglio, la sua immagine, il simulacro pulito e asessuato di Maria Vergine. Bambino, spinto dalla necessità di scoprire su cosa poggiasse la sospetta perfezione di quest’unica donna che sfuggiva alla “volgarità” dall’esistenza, in chiesa, di nascosto, Bene solleva un giorno la veste di una statua di cartapesta. “La prima volta che fruga un simulacro di donna sotto la veste è in una chiesa a Campi. Orrore. Sotto le vesti di Maria c’è solo legno”. Sotto la coltre dell’ideale, in cui si era rifugiato per non soccombere all’oscenità della corporeità e della materia, Bene incontra solo la rigidità del vuoto, ovvero l’altra faccia (assente) della carne. Nessuna alternativa all’infamia della madre, delle “donnone che pestano tabacco”: solo il vuoto celato da una stoffa azzurro-gelo.

“Quelli che vedono non vedono quello che vedono, ma quelli che volano sono essi stessi il volo. Chi vola non si sa. Un siffatto miracolo li annienta: più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono. È l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto e in cambio lo illude, nella oggettivazione di sé, dentro un altro oggetto. Tutto quanto è diverso, è Dio. Se vuoi stringere sei tu l’amplesso, quando baci la bocca sei tu. Divina è l’illusione”.

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