“L’inconscio è fuori moda”. Appunti su inconscio e scienze psy

di Lorenza Ronzano

Alla fine di un’intervista fatta su Farenheit a proposito del mio saggio “La variabile umana” (ed. Elèuthera, 2019), uno degli ascoltatori mi ha rinfacciato nel finale di trasmissione d’aver trascurato la componente dell’inconscio nella valutazione delle condizioni psichiche umane. Visto il poco tempo a disposizione ho liquidato l’osservazione rispondendo che l’inconscio ormai è fuori moda. Sembra una boutade, e in effetti lo è, ma non del tutto. A volte alcune frasi si gettano d’istinto come un boomerang per colpire qualcuno, poi, dopo il loro giro di boa atmosferico, se ne tornano indietro per apparire finalmente in tutta la loro origine e fattura più fondata e ragionevole. Sono perciò tornata a riflettere sull’inconscio traendone questi “appunti”.

Primo

Il culto per l’inconscio – oltre a essere una delle più profonde e complesse attitudini umane – è stato infatti anche una moda. Una delle più mondane, cicisbee e vagamente pestilenziali mode dell’inizio del secolo scorso. Come il mesmerismo e le sedute spiritiche, l’attrattiva per l’inconscio era uno degli accessori di cui ci si avvaleva per avere più smalto in società. Una specie di lacca spirituale, un nastro, un belletto di lusso. Culto dell’inconscio: una versione appena più ricercata dei tarocchi, ma non ci giurerei. Come in ogni ambito, è la persona che dà eccellenza a una pratica o a una congerie di conoscenze, non la materia in sé. Jung, con la sua ambizione e il suo pervicace intelletto, certo gli ha dato lustro e prestigiosa diffusione, ma nelle mani di certi scarponi le manovre con l’inconscio rischiano di essere meno interessanti delle scritte oscene nei bagni pubblici. Chi pretende di maneggiare l’inconscio oggi? Psicologi e in misura minore preti – in misura minore non tanto per il tracollo dello spauracchio divino, bensì per il carattere istituzionale e burocratico dell’ecclesia. Lo psicanalista è il nuovo vero prete, lì è il vero confessionale contemporaneo, lì si scodellano le minuzie e le miserie più peculiari, vera cifra, vero tassello del magnifico mosaico di cui poi va a comporsi lo spirituale.

Ma ciò che si pretende inconscio in verità è conosciuto ormai da più di cento anni. Una bella barricatura, davvero. Intuizioni geniali e davvero seducenti – quale quella di collocarsi non visto alle spalle di chi sta parlando, affinché questi possa abbandonarsi al fantasma dell’Altro, grande oracolo erotico – sono ormai esauste. O meglio, non lo sono se promanano spontaneamente, ma di certo scadono a carnevalate se condotte da uno sconosciuto che le applica sistematicamente a ogni cliente come l’apertura di un foglio Excel. E poi i soldi. I soldi sono allo stesso tempo massimamente esoterici e massimamente essoterici. Per chi non sapesse cosa significano questi termini, dico in breve che vogliono semplicemente dire “dentro” e “fuori”, cioè traducono con pretese sapienziali uno dei concetti oppositivi fondamentali e più comuni della nostra esistenza e percezione umana, appunto il dentro/fuori. I soldi quindi sono ambigui perché sono una delle ambizioni più frivole ed esteriori e, allo stesso tempo, un nodo nevralgico attorno cui dalla notte dei tempi si accorpano e si sono sempre accorpate le più terribili e viscerali passioni umane. Metterci in mezzo i soldi, tanti soldi – in media una seduta costa 60/70 euro all’ora, può arrivare fino ai 120, 130 – trasfigura ogni esperienza. È questo che è in grado di trasfigurare un’esperienza in margine a se stessa, non l’arte di decifrare l’inconscio. È una specie di performance: se io sono sufficientemente tracotante da gettare al vento o bruciare una banconota da 100 euro ogni volta che vado in palestra o che faccio una passeggiata presso gli argini del fiume, renderò sacra quella sessione ginnica e quella passeggiata. Sacra in senso etimologico, non religioso, nel senso di marchiata col fuoco della memoria e dell’impressività attraverso il sacrificio (dietro quei 100 euro ci saranno fatica, sudore, tempo, impegno, o senso di colpa, vergogna, ecc. a seconda di come me li sono guadagnati e procacciati). Si provi a dire le stesse cose a un amico, o a uno sconosciuto, e poi a sancire quelle parole con un centone. Sembra volgare, infatti è volgare. Ma è anche sacrale. Quindi: non arte dell’ascolto, non maestri dell’inconscio, ma soldi. O meglio, è certo che soldi e pratica dell’inconscio operano insieme, come due sillabe a formare una parola, ma l’accento, ovvero il suono e il significato ultimo della parola, cade sulla sillaba soldi.

Questo per metter in chiaro le cose e ridimensionare certi miti. Si possono creare tutti i miti che si vogliono, dissanguandosi. Non lo dico polemicamente, lo dico da annoiata. Il sangue e i soldi (e il tempo, naturalmente, che qui ho tralasciato) sono monete, si possono investire in tutto quel che si vuole per rendere più fantasmatica l’esistenza.

Secondo

Non è un dato di fatto che riportare alla luce episodi traumatici del passato possa in qualche modo alleviare la sofferenza o risolvere la tensione interiore. È lo stesso pregiudizio positivo di cui gode la luce rispetto all’ombra, di cui gode il sole rispetto alla luna, il noto rispetto all’ignoto, e così via. È possibile anzi che continuare a insistere e a riandare con la memoria su episodi passati dolorosi possa rinforzare e rinsaldare il dramma, nella misura in cui sinapsi e mappature neuronali ricalcanti una data esperienza vengono continuamente risollecitate tramite il ricordo e la narrazione. Fatta una brutta esperienza, bisognerebbe piuttosto trovare la forza d’animo di gettare via tutto quello che ce la possa ricordare, foto, oggetti, abitudini, luoghi a essa correlati, per dimenticarcene al più presto. Talvolta, e in certe circostanze, l’oblio può essere più curativo della memoria. Il buio più accogliente della luce. La dimenticanza più sedativa del ricordo.

Terzo

Il grande equivoco del culto dell’inconscio è questo: che le pratiche atte a conoscerlo e a maneggiarlo non lo preservano, bensì lo distruggono, lo annientano. È un paradosso: la psicanalisi, che ci dovrebbe idealmente insegnare a vivere l’inconscio – condizione affatto diversa dal vivere incoscientemente – in realtà ce lo impedisce, ci distanzia da questa meta rendendoci via via sempre più “consci”, ovvero più crudeli contro noi stessi. La coscienza non è, come si vuol credere, la voce più nobile e alta dell’uomo, bensì – come diceva qualcuno – l’istinto della crudeltà che si volge all’interno appena non può più scaricarsi all’esterno. Vivere l’inconscio significa vivere con la stessa assenza di attrito tra sé e mondo che caratterizza per esempio i sogni o gli stati di grazia. Invece la psicanalisi e le altre pratiche di indagine del sé ci insegnano a tradurre le immagini dell’inconscio in concetti e in parole mediati dal linguaggio conscio. Non attuano un mutamento vitale, ma soltanto una traduzione. Da cent’anni facciamo ricorso alla psicanalisi con la convinzione di arricchire e impreziosire l’inconscio, mentre invece lo consumiamo, letteralmente. Lo consumiamo condividendolo, parlandone con un linguaggio che non gli è proprio, traducendolo in immagini fruibili dalla logica del conscio, cioè in buona fine tradendolo. La traduzione equivale a un tradimento, e in effetti i due termini sbocciano dalla medesima radice etimologica. Freud ha fatto di tutto per tradurre/tradire l’inconscio: pessima idea. Buona idea solo se si ha l’anima di un latifondista. L’inconscio di una persona banale può essere più fertile della migliore idea, esposta con razionale lucidità, del più intelligente tra gli uomini. Qualcuno diceva che quando sogniamo diventiamo tutti dei geni. È vero. È una delle poche constatazioni democratiche, questa, che riesco a tollerare. Come gli insetti agli occhi degli scienziati, con le loro complesse geometrie, con i loro sofisticati rapporti tra volume e potenza, appaiono affascinanti modelli di biometria capaci di ispirare all’uomo le più interessanti rivoluzioni tecnologiche, così allo stesso modo i sogni, le reverie, i desideri, le intuizioni, gli stati onirici dovrebbero apparirci forieri di nuove feconde mitologie. È con questo spirito che si dovrebbe guardare all’inconscio, come a un bacino per nuove possibilità umane ed esistenziali e pure politiche – non già con l’intento di tradurlo in consapevolezze, in concetti assimilabili alla logica del noto, dell’esperito, del ri-conoscibile.
La psico-logica, la vanagloria del meccanicismo che pretende di comprendere la vita, la meccanica applicata al soffio vitale – ah, eh sì, come voler misurare l’acqua in metri, ma c’avevano pronti belle squadre e righelli e… tant’è – hanno certamente fatto un lavorone nel plasmare la forma mentis del cosiddetto “uomo civile”. La psico-logica  s’è presa la briga di tradurre tutto l’ignoto in noto, tutto l’irrazionale in razionale, tutto lo sconfinato in confinato. Di fronte alla densità, alla sfericità e alle spirali dell’inconscio, la psico-logica ha scelto – conformemente al suo spirito – il dispiegamento, la diluizione, la linearità delle spiegazioni logico-linguistiche.

Per la psicologia infatti ogni sogno, ogni lapsus, ogni fantasticheria significano qualcosa. Spieghiamo i sogni attraverso il linguaggio, come se il linguaggio fosse in grado di render conto, in ultima analisi, del sogno. Ma non dovrebbe essere forse il contrario? Non dovrebbe essere il linguaggio a essere spiegato attraverso i sogni, il razionale a essere giustificato da quel che chiamiamo irrazionale? È il linguaggio che si dovrebbe giustificare di fronte al sogno, e non viceversa. Finora si è fatto un processo all’inconscio, che è stato costretto a deporre e a giustificare la sua versione di fronte al banco della realtà. È quasi ora che avvenga il contrario. E infatti c’è più tensione onirica sui social che nei tradizionali trattati d’alchimia.

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