Lo sguardo obliquo di un piccione filosofo

di Stefano Tieri

protagonisti

Cosa significa guardare l’esistenza umana a partire da una prospettiva che umana non è, come ad esempio quella di un piccione? Cosa sono morte, sofferenza, disperazione – ma anche la felicità, sempre fugace – agli occhi di chi scruta il mondo di sorvolo, mantenendo una distanza tale da non compromettere l’osservazione, ma in grado anzi di ampliarla? Roy Anderson prova a rispondere al difficile quesito nel suo ultimo film, vincitore lo scorso anno del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia.

Due funerei venditori di maschere e scherzi di carnevale il cui compito sarebbe – come dicono – “aiutare la gente a divertirsi”, ma che al solo guardarli in faccia mettono tristezza. Carlo XII di Svezia che entra in un bar, con soldati e cavalli al seguito, a ordinare un bicchiere d’acqua prima di intraprendere la campagna contro la “perfida” Russia. All’interno di un pub un sordo ottuagenario si abbandona ai ricordi di gioventù, quando chi non aveva denaro con cui pagare poteva permettersi un bicchierino baciando la proprietaria, in un canto generale la cui eco si diffonde dai ricordi al presente dell’anziano.

Ogni agire si ridimensiona, le volontà si fanno piccole e meschine, fino a scomparire definitivamente: a restare è una narrazione senza pathos, e perciò stesso senza alcuna retorica falsificatrice, vivida immagine delle nostre ‘banali’ esistenze quotidiane. Un duro colpo per l’antropocentrismo a cui siamo ormai assuefatti, al punto da giustificare ogni azione sia di qualche utilità (anche solo presunta) all’uomo, benché a scapito di altri esseri viventi o dell’ambiente: la scienza mostra così il suo volto più sadico e osceno, in un capitolo ironicamente intitolato “homo sapiens”, dove una scimmia sottoposta a scariche elettriche urla dal dolore nell’indifferenza di una scienziata, che al telefono ripete, in modo distaccato, la frase che tornerà più volte nel corso del lungometraggio: “sono contenta di sentire che state bene”. Il tema dell’animale – l’animalità dimenticata (eppur presente) dell’uomo, e al tempo stesso il significato di “umanità” – percorre l’intero film, fin dalla scena iniziale, dove un anziano si aggira tra alcuni uccelli impagliati in un museo, osservandone con curiosità i corpi senza vita.

Siamo al cospetto di un film che vuole essere l’anti-film per antonomasia: niente effetti speciali, niente dialoghi serrati, né trama coinvolgente. Insomma: un pugno allo stomaco per i botteghini, che infatti non si sono sprecati a distribuirlo, nonostante il prestigioso premio conquistato. Un film filosofico, in cui però la filosofia (quasi) non si esprime a parole, ma nelle infelici vite dei protagonisti del lungometraggio. Un film – ecco una parola che ben lo descrive – esistenzialista, in cui ci si interroga continuamente su ciò che siamo (o che non siamo più), restituendoci un ritratto agghiacciante.

Delle ‘piccole’ vite ritratte nel corso del film, è il denaro (o, meglio, la sua mancanza) a essere padrone: gli affari vanno male ai venditori di scherzi di carnevale (i due protagonisti del film), i quali vendono poco e – laddove riescono a piazzare la propria merce – non possono riscuotere il pagamento pattuito, perché nemmeno i loro clienti se la passano meglio. Il denaro è l’inaspettato protagonista anche dell’unica scena in cui l’uccello del titolo viene esplicitamente menzionato: una bambina recita una poesia che parla di un piccione posato su un ramo, che riposava e pensava. “A cosa pensava?”, chiede il maestro alla bambina. “Al fatto che non aveva soldi”. L’atmosfera cupa del film si riflette in questa mancanza, di continuo sottolineata dai luoghi grigi e periferici di anonime città svedesi.

cilindro

Nella narrazione lenta e pacata, con pochi colpi di scena, spicca su tutti un frammento tragico, che si rivelerà essere l’incubo di uno dei due protagonisti: uomini, donne e bambini africani legati a catene vengono fatti entrare, sotto minaccia della frusta, in un grande cilindro metallico, sotto al quale viene poi acceso il fuoco. Al di fuori, oltre ai soldati in divisa, giunge un gruppo di ricchi e anziani signori per ammirare la scena sorseggiando champagne. La prospettiva si ribalta: se prima guardavamo il cilindro, ora fissiamo negli occhi i nuovi arrivati mentre, a loro volta, questi ultimi contemplano lo spettacolo. Siamo noi gli esseri umani torturati e sterminati nel cilindro. Strumenti di diletto, costretti all’impossibile per sopravvivere. Schiacciati da un giogo che forse, non immaginandone l’ultima finalità, abbiamo provveduto noi stessi a edificare. Prima dalla parte dei carnefici (“e nessuno si pentiva o chiedeva perdono, neanche io”, ricorda il protagonista traumatizzato dal sogno), ora vittime anche noi del meccanismo infernale. Colti dall’angoscia resta solo una domanda: è possibile uscirne?

La risposta, se cercata nel film, la si può trovare nei pochi momenti lieti: due bambine su un balcone che, sorridenti, giocano con le bolle di sapone. Una donna in un parco che culla e gioca con un neonato in una carrozzina, per la gioia di entrambi. Due amanti che, abbracciati, fumano una sigaretta alla finestra dopo l’atto amoroso. Gli unici momenti in grado di rompere il circuito economico che vuole totalizzare ogni esistenza. Gli unici a ricordarci che la vita è anche altro, che deve essere anche altro. Quanto siamo consapevoli di essere parti (se pur piccole) dell’ingranaggio che ci sta annientando? E quanto conosciamo le nostre potenzialità per contribuire a bloccarlo? “Avrei preferenza di no”, ripeteva Bartleby a chi lo voleva incasellato in una funzione. Una formula performativa, che al solo pronunciarla sferra un colpetto a quella funzione che, così ci viene detto, siamo. È con i singoli colpi che si abbatte il muro (pardon, il cilindro).

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