Lo specchio e le brame

di Gabriella Furlan

Metamorphosis of Narcissus 1937 Salvador Dalí 1904-1989 Purchased 1979 http://www.tate.org.uk/art/work/T02343

Si fa un gran parlare ultimamente di “sindrome narcisistica della personalità”, soprattutto in riferimento a fatti eclatanti di cronaca nera: fra quelli nostrani e relativamente recenti ricordiamo ad esempio la strage dell’imprenditore al Palazzo di Giustizia a Milano e, ancora a Milano, gli amanti diabolici che sfiguravano con l’acido gli ex in una sorta di macabro rituale di vendetta purificatrice.

Tutti conosciamo i personaggi di Narciso ed Eco grazie alla preziosa psico-sociologia naturale della mitologia greca; essa ci suggerisce da sempre di vedere in Eco e Narciso due facce della stessa medaglia: Narciso si annulla nella ricerca ossessiva della perfezione dentro di sé, mentre Eco – a rovescio – si annulla nella ricerca della perfezione dentro l’altro. Il risultato, disastroso per entrambi, è la mortifera sensazione di vuoto cosmico lasciato dall’impossibilità di poter mai coincidere (né fondersi con) alcuna immagine ideale.

Nella sindrome narcisistica odierna, per proseguire la metafora, queste due facce spesso sono presenti contemporaneamente, le persone che ne soffrono infatti le alternano: a seconda della situazione passano da comportamenti tipicamente narcisitici a relazioni oggettuali particolarmente morbose e idealizzate. La sindrome narcisistica si manifesta infatti in circostanze che non necessariamente raggiungono il palcoscenico della cronaca nera, e si possono osservare – in maniera più quotidiana – sia nei comportamenti bizzarri di personalità celebri, sia nei malesseri esistenziali delle cosiddette persone comuni.

La frequenza, la trasversalità e la visibilità di questo tipo di disturbi interessa ormai da tempo – oltre i clinici e gli accademici – anche la società in generale e le suddette “persone comuni”. La “sindrome” è diventata materia da rotocalco, da manuali d’auto aiuto e infinita fonte di ispirazione per romanzi, film e canzoni. La reversibile simbiosi autodistruttiva Narciso/Ecoè diventata ormai, forse, l’afflizione della personalità più diffusa della nostra contemporaneità (in tutta una vasta gamma di intensità e varietà). Ma perche? Me lo sono chiesta da sempre. Non osando andare a recuperare i moltissimi riferimenti che esistono in letteratura, storia e soprattutto filosofia, Fromm e Nietzsche su tutti, per iniziare a capirci qualcosa ho cominciato dalla definizione clinica di narcisismo quale si può trovare nel suo “inventore”, il buon vecchio Sigmund Freud.

Il padre della psicoanalisi pubblica nel 1914 la sua Introduzione al Narcisismo, in cui suddivide questo particolare fenomeno psichico in primario e secondario. Freud definisce poi narcisismo primario quella fase dello sviluppo infantile in cui la carica erotica (la libido) è rivolta solo verso se stessi, collocandone addirittura l’inizio nella vita intrauterina; mentre osserva che il narcisismo secondario si produrrebbe successivamente alla formazione dell’Io, venendo a corrispondere con quella sana forma di amor proprio che permette di relazionarsi con gli altri in modo equilibrato. La collocazione freudiana del narcisismo primario in una fase ancora intra-uterina ci aiuta forse a fare chiarezza su quella che potrebbe essere l’eziologia “politica” della sindrome narcisistica. Una cosiddetta sindrome narcisistica si sviluppa infatti a causa di un cortocircuito, un’alterazione nel passaggio da narcisismo primario a secondario, che porterebbe alla costituzione di un Io decisamente “sghimbescio” (che, però, in superficie appare spesso simpatico e accattivante).

Ma questo cortocircuito può avvenire anche nonostante la produzione di un Io equilibrato, innescando tutta una serie di regressioni e trasformazioni della personalità. I motivi del cortocircuito, e dell’alterazione conseguente, sarebbero di solito eventi e situazioni traumatiche, oppure abusi fisici o psicologici. I soggetti colpiti dalla sindrome soffrono di oscillazioni e alterazioni abnormi dell’autostima e sono limitati nella loro capacità empatica. Fra le personalità più pericolose e patologiche che sarebbero afflitte da una simile sindrome figurano ad esempio i sadici senza cuore, i governanti esaltati e i manager che non guardano in faccia a nessuno, o ancora le canaglie egoiste e manipolatrici, per giungere infine alla categoria più diffusa: gli spaccamaroni che vogliono aver sempre ragione. La realtà però, per fortuna o purtroppo, è molto meno banale di così, e le “personalità”, come le storie delle persone, non sono catalogabili come barattoli di marmellata al supermercato.

Quello che colpisce di più di questa “sindrome” è infatti la sua diffusione. Il numero delle persone in cura è infatti in continuo aumento, e si riferisce solo a coloro che sono consapevoli di avere un problema e chiedono aiuto, o a chi viene mandato dal terapeuta in seguito a qualche avvenimento particolare. Moltissimi sono infatti i casi non diagnosticati, anche perché spesso chi ne soffre non ritiene o non ammette di avere un problema (pensate a Berlusconi o Strauss Kahn come esempi lampanti) e tipicamente scarica sugli altri la responsabilità di qualsiasi guaio il suo comportamento gli causi.

La difficoltà più grossa nel trattare i disturbi della personalità connessi al narcisismo – al di là dei traumi effettivamente subiti – consiste forse nel fatto che l’ipertrofia narcisistica rappresenta la vera febbre, il bubbone che scoppia, il bambino che urla perché non ce la fa più a sopportare l’ipocrisia, di un sistema economico-sociale che – mentre millanta in superficie valori progressisti, edonistici e rilassanti – in realtà ti vuole sempre teso, frustrato, pronto ad assecondare ed accettare nuovi paradigmi, perennemente insoddisfatto di quello che sei perché non potrai mai essere all’altezza di ciò che ti si (auto)impone come obiettivo minimo dell’esistenza: bellezza e giovinezza eterne, successo lavorativo e relazionale, conoscenza e padronanza di cultura e tecnologia, ricchezza materiale, etc.

Il sospetto inquietante, che ci porta ben al di là delle definzioni cliniche del disturbo narcisitico, è quindi che l’ipertrofia narcisista – oltre ad essere uno dei disturbi della personalità più diffuso dei nostri tempi – sia il motore stesso delle pratiche di cui consiste la società capitalista; una società che – a sua volta – si nutre di narcisismo, in un circolo vizioso e deprimente fondato su rapporti logici e sistemici che – attraverso la cultura, la politica e l’economia dominanti – intessono e sovradeterminano le forme di rapporto che i soggetti intrattengono con se stessi e con gli altri.

Nel cercare una conferma a questo crescente sospetto, mi sono imbattuta in uno dei libri più interessanti e meno politicamente corretti che abbia mai letto: The Culture of Narcissism di Christopher Lasch. L’autore pubblica il suo libro nel 1979, assumendo il punto di vista di un etologo che – dopo aver constatato la predominanza in una specie animale di un certo comportamento – va ad indagare le cause di questa evoluzione. In circa 270 pagine Lash cerca di mostrare come il narcisismo, a partire dalla rivoluzione industriale e con la graduale omologazione degli individui, sia venuto lentamente ma inesorabilmente a colorare ogni attività umana. L’essere umano industrializzato avrebbe spostato sempre di più, secondo Lash, le proprie peculiari forme di relazione e di interpellazione – attraverso cui si costituisce l’Io – dalle piccole comunità (locali e familiari), a quelle più grandi e massificate.

La logica implicita nello sviluppo economico capitalista e neo- liberale infatti produce e riproduce negli individui tutta una serie di bisogni, di necessità e di crescenti aspettative che – più che offrire loro nuove opportunità o arricchirne le personalità – li riducono a fruitori accondiscendenti di prodotti sempre più insensatamente percepiti come “indispensabili”. L’analisi di Lash, cupa e impietosa, non risparmia nessuno: non i conservatori, strenui difensori del profitto, ma neppure i movimenti di ribellione degli anni sessanta, né i movimenti di sinistra, dimostratisi incapaci di costruire una alternativa sociale realmente praticabile, né le femministe che, a suo dire, nel focalizzare l’attenzione esclusivamente sulla parità fra uomini e donne hanno mancato di criticare, nella sua reale portata politica, l’omologazione culturale e di genere implicita nel sistema capitalista (sottovalutando per di più il pericolo della disgregazione della famiglia). Lasch è estremamente meticoloso nella sua critica, sotto il suo sguardo passano il sistema educativo, lo sport, le arti, la politica, la scienza, la medicina, la psicanalisi, la religione,… in tutte queste discipline egli evidenzia i mutamenti e le aberrazioni introdotte politicamente e storicamente dal narcisismo consustanziale al nostro sistema economico.

Christopher Lasch muore nel 1994, risparmiandosi così l’avvento dell’era digitale, al cui narcisismo forse – lasciandoci scappare un sorriso – probabilmente non sarebbe comunque sopravvissuto. Un paio di anni prima di morire Lash aggiunge una postfazione al proprio celebre libro, nella quale sottolinea il collegamento fra i comportamenti ansiosi degli individui moderni e la strenua inconsapevole aspirazione al ritorno impossibile a quell’impossibile narcisismo primario che Freud collocava addirittura in un al di quà della vita di società: quella felicità assoluta, totale, autoreferenziale e al contmepo inconsapevole, che tutti avremmo provato durante la simbiosi intrauterina. L’anelito impossibile verso questa simbiosi è certamente, e storicamente, uno dei grandi temi a fondamento di tutte le religioni, di tutte le ideologie utopisitiche e di ogni forma di pensiero assolutista (inclusi l’innamoramento, le moderne filosofie new age, l’esoterismo, il veganismo, etc).

Un’anelito, che potremmo definire olista, che è certamente positivo nel suo potenziale creativo e di trasformazione sociale, ma solo a patto di essere vissuto come espressione individuale di una libertà di scelta (cioè come un’etica), e soltanto a patto di ambire a obiettivi congrui ai propri limiti; insomma, in altre parole, soltanto se esso è l’espressione di quello che Freud avrebbe definito un equilibrato narcisismo secondario. La nostra società però, al contrario, per alimentare il profitto permanente che la tiene in vita, costringe gli individui a una sorta di continua ricerca della soddisfazione narcisistica primaria attraverso la sovraproduzione ossessiva di nuovi bisogni e di nuovi modelli da raggiungere (o perlomeno da eguagliare o imitare).

La proposta politica di Lasch, alquanto inquietante, ma consequenziale, è quella di un ritorno alla cultura popolare e a forme di democrazia partecipata maggiormente localizzate rispetto a quelle attuali, il tutto nella speranza che queste pratiche rafforzino il senso morale degli individui e la loro identità funzionale all’interno del proprio gruppo sociale, restituendo così entusiasmo e significato all’impegno in famiglia, sul lavoro e in generale nella società. Un terreno scivoloso sicuramente, quello indicato da Lash, specialmente considerando le forme di populismo che si sono affermate oggi, a più di vent’anni dalla sua morte. Queste forme però – piaccia o meno – sono i sintomi viventi, e preoccupanti, di un’esigenza fortissima di riappropriazione decisionale e identitaria: si veda ad esempio il recente ricorso al referendum in Grecia per dirimere una questione di finanza pubblica. Uno scandalo atroce per un sistema, quello capitalista e neo-liberale, che da sempre decide le questioni fondamentali riguardanti l’economia a livelli burocratici (e/o privati) lontanissimi dal vaglio dei cittadini.

È sicuramente possibile che la soluzione stia proprio qui: nella – a livello locale – delle decisioni riguardanti aspetti strutturali e quotidiani delle nostre esistenze, come ad esempio le politiche economiche, rifiutando l’assoggettamento, anche a rischio di tempi peggiori, di quei poteri forti che non soltanto non sanno nulla di noi, ma che – soprattutto – non hanno davvero a cuore il nostro benessere, occupati come sono a tessere sulla nostra pelle – lucrando sul nostro stesso narcisismo – il loro altrettanto impossibile nirvana.

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