Lo stadio dello specchio nella vecchiaia

di Anna Cicogna

vecchiaia

L’ossessione del mondo occidentale per il corpo giovane, bello e prestante inserisce in una cornice di senso l’orrore per l’immagine del corpo invecchiato, cadente e decrepito, divenuto negazione per antonomasia del piacere del riflesso dell’immagine di Narciso.

La vecchiaia potrebbe oggi essere definita, in maniera molto stringata, come quello stadio della vita in cui il corpo viene vissuto come qualcosa di estraneo, come se chi si “è davvero” – giovani, dunque – fosse celato nel corpo e sprofondato in un’idea di sé.

Una paziente una volta mi ha detto: “io sono sempre la stessa, dottoressa, anche se non sembra. Ero così una bella donna…”. Ricordo di aver trovato in questa affermazione, apparentemente banale, un che di dissonante; non riuscivo a smettere di chiedermi: “Ma… se lei è sempre la stessa, cos’è cambiato?”. Si potrebbe dire, parafrasando Freud quando sosteneva che nell’inconscio ciascuno è convinto della propria immortalità, che nell’inconscio ciascuno è convinto anche della propria giovinezza. Non è solo la morte ad essere impensabile dunque, ma in primo luogo il nostro stesso invecchiamento, il cui sentore – tramite l’affetto del perturbante – ci riflette il suo incombere.
Nel suo testo Il perturbante Freud descrive lo sconcerto provato nell’incontro con un suo doppio “più vecchio” (all’epoca della pubblicazione del saggio Freud aveva 63 anni).

Poiché anche l’effetto perturbante del sosia fa parte di questa categoria, diventa interessante conoscere l’effetto che fa su di noi l’immagine della nostra persona quando ci si fa incontro non chiamata e inattesa. […] Ero seduto, solo, nello scompartimento del vagone-letto quando per una scossa più violenta del treno la porta che dava sulla toeletta attigua si aprì e un signore piuttosto anziano, in veste da camera, con un berretto da viaggio in testa, entrò nel mio scompartimento. Supposi che avesse sbagliato direzione nel venir via dal gabinetto che si trovava tra i due scompartimenti, e che fosse entrato da me per errore; saltai su per spiegarglielo ma mi accorsi subito, con grande sgomento, che l’intruso era la mia stessa immagine riflessa nello specchio fissato sulla porta di comunicazione. Ricordo tuttora che l’apparizione non mi piacque affatto. Anziché spaventarci alla vista del nostro sosia, quindi, […] semplicemente non lo avevo riconosciuto. Non escluderei che la brutta impressione destata in me fosse in definitiva un residuo di quella reazione arcaica la quale percepisce il sosia come un che di perturbante.

Freud dice di non essersi spaventato alla vista del suo doppio, ma di aver provato piuttosto “sgomento” per un’immagine che “non gli piacque affatto”. L’immagine che Freud vede in quel riflesso è perturbante proprio perché pur palesando qualcosa di familiare, anzi più che familiare anche se inquietante, egli non la riconosce. L’immagine non viene riconosciuta perché mostra qualcosa che lo stesso Freud non può accettare, che è stato represso: il proprio invecchiamento, la vecchiaia, appunto.

In psicanalisi l’identificazione del soggetto con la propria immagine è stata analizzata in maniera approfondita da Jacques Lacan, in particolare ne Lo stadio dello specchio. Durante lo stadio dello specchio il bambino, tra i 6 e i 18 mesi, rimane rapito, affascinato dalla propria immagine riflessa. Il bambino vede nello specchio una totalità armoniosa, irraggiungibile, che fa da contraltare all’inermità e alla frammentazione del suo corpo, ancora incontrollabile. Secondo Lacan è in questa distanza tra l’immagine, avvolta di splendore e potenza, e il corpo ancora frammentato e ingovernabile, che si produce la prima frattura, la sfasatura originaria tra l’al di qua e l’al di là dello specchio, cioè tra la frammentazione del corpo reale e l’unità narcisistica dell’io ideale.

Se attraverso lo stadio dello specchio il bambino fa la propria entrata socio-simbolica nell’Io, lo stadio dello specchio dell’anziano è invece un’esperienza soggettiva che lo introduce in quella eterotopia – fatta di luoghi, di impoverimento relazionale e spesso di solitudine – che è la vecchiaia. Accade spesso che i soggetti, invece di accogliere questa nuova identificazione, la neghino, la rifiutino, come nel caso della paziente che affermava, sintomaticamente: “sono sempre la stessa, anche se non sembra”.

Lo stadio dello specchio nella vecchiaia rappresenta in qualche modo l’inverso di quello dell’infanzia: l’unità e l’integrità sono percepite come ciò che risiede all’interno, e non all’esterno, del soggetto; così, in questa dinamica, l’immagine che si dipinge nello specchio viene a simbolizzare il rovescio di quella superpotenza che rappresentava per il bambino, riflettendo per il soggetto anziano solo la perturbante ed estrema dipendenza della vecchiaia.
Nel teorizzare lo stadio dello specchio nell’infanzia, Lacan insiste su quella “linea di finzione” che diviene matrice dell’istanza dell’Io. Sin dal primo abbozzo di Io, il soggetto si costituisce come rivale di sé stesso, sin dal suo palesarsi la “coscienza di sé” ha una struttura paranoica. La natura della paranoia consiste infatti nel porre l’ideale esteriorizzato di sé come “persecutore”, identificando in quanto ci è più prossimo (la nostra immagine) un nemico mortale. La struttura stessa dell’Io si fonda dunque su di un’aggressività eccedente, che non si attiva affatto per ragioni di sopravvivenza, ma che al contrario scaturisce proprio dall’impossibile conciliazione del soggetto-corpo con la propria immagine (e con quella altrui).

In questo senso l’immagine allo specchio è da un lato erotizzata, poiché fornisce al soggetto un’illusoria identità senza lesioni, mentre dall’altro, e proprio per questo primo motivo, la medesima immagine è al contempo matrice di una rivalità aggressiva tra il soggetto reale e la propria immagine allo specchio. Per quanto si sforzi di ricongiungervisi, infatti, il soggetto reale non potrà mai “essere un’immagine”, essere quell’immagine. Un po’ come Peter Pan con la sua ombra, che deve tenersi cucita addosso e che, in ogni caso, cerca sempre e comunque di sfuggirgli; quell’ombra con cui deve lottare ferocemente per ridurla nuovamente all’ubbidiente e illusoria familiarità di una semplice immagine di sé.

Se lo stadio dello specchio del bambino ci mostra una traiettoria che va dall’insufficienza alla completezza corporea, la trama dello stadio dello specchio nella vecchiaia al contrario può essere considerata la traiettoria–- sofferta e temuta – che va dalla completezza alla disintegrazione fisica. L’affetto che le si associa è l’angoscia, non il giubilo. L’aggressività e la rivalità prodottasi nell’infanzia nei confronti dell’immagine (propria e dell’altro), si riattivano in maniera prepotente nei confronti dell’immagine del proprio corpo invecchiato sotto forma di diniego: il corpo che invecchia non sono Io.

Nella vecchiaia la posizione del soggetto rispetto alla propria immagine è rovesciata e l’Io trova maggiori difficoltà a mantenere le proprie difese. L’ambivalenza – odi et amo – che tutti abbiamo provato, almeno una volta nella vita, di fronte agli specchi, nella vecchiaia raggiunge un culmine. Nello stadio dello specchio della vecchiaia l’amore per la propria immagine, giovane e ideale, si rovescia in odio contro l’immagine riflessa.

Come per il bambino, anche per l’anziano questa immagine può essere accolta da un sorriso o rifiutata con una smorfia da quell’Altro che (proprio come nel caso del bambino) gli sta accanto. Nella riedizione dello stadio dello specchio nell’età anziana il perturbante sorge come immagine intollerabile, come smorfia colta nell’Altro – che in Lacan è sempre anche Altro sociale – che può scriversi con la cifra del lutto o della depressione. L’io dell’anziano – che si vede giovane – torna alla discordanza radicale, fissata fin dall’infanzia, tra immagine e corpo. Ma se il bambino “perde” il corpo identificandosi all’immagine, l’anziano – non riconoscendosi più nemmeno in quell’immagine – perde ogni appiglio; in discordanza con la propria realtà, rischia la deriva depressiva che, molto frequentemente, si associa alla demenza.

Al soggetto restano (almeno) due vie. Una è quella già citata e drammatica della depressione, quello stato di Hilflosigkeit, di gettatezza (Freud), di détresse (Lacan), in cui il soggetto viene a trovarsi mancante di ogni forma di sostegno. Il dolore sembra invadere ogni aspetto della vita, colonizzare il pensiero, impedire ogni attività provocando uno stato di svuotamento esistenziale che paralizza.

Un’altra via, più costruttiva ma certamente impervia, è invece quella di compiere il lavoro del lutto della propria statua Ideale. Cosa vuol dire? Vuol dire affrontare il problema della rappresentazione di ciò che non ci sarà più nella realtà – un corpo giovane – e riuscire a rilanciare, nonostante e proprio per questo, il proprio desiderio. Il lavoro del lutto si realizza infatti quando il soggetto può tornare a investire il proprio desiderio nel mondo. “Il vento del disgelo”, di cui parla Nietzsche nella prefazione alla Gaia scienza, scioglie i ghiacci dell’inverno e permette il ritorno della primavera: è il risveglio dopo la convalescenza del lutto.

In questo senso si può parlare del “lavoro di invecchiare”, inteso come il tentativo di integrare, di mettere insieme i pezzi della propria storia di vita collegandoli in una rete di senso. Invecchiare dunque non come semplice accumulo dei giorni gli uni sugli altri, ma come possibile lavoro sul senso di contro al peso della giustapposizione degli istanti. Il bambino deve fare esperienza delle dimissioni da bambino per diventare adolescente, l’adolescente deve morire come adolescente per diventare adulto, l’uomo adulto deve morire come adulto per diventare anziano.
É nella vecchiaia che tutto si gioca, è questa l’ora della verità in cui si incontra l’impossibilità per l’uomo di una identità solida, inesistenza che occhieggia – perturbante – dallo specchio.

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