“London”. Parassiti, vampiri e nomadi notturni

di Giulio De Belli

Sì, poi c’era Martin, un bravo batterista gallese che aveva la fissa di emigrare in Italia per comprarsi un’azienda agricola e diventare un produttore di vini pregiati. Era pazzo, di lavoro faceva l’impiegato in un teatro e per guadagnare soldi veri vendeva droga a Camden Town. Eravamo diventati amici, un po’ per la musica e un po’ perché avevo mezza famiglia che viveva in Galles e lui era un gallese residente a Londra pieno di nostalgia e amor patrio. “Perchè non te ne torni a Cardiff?”. “Fanculo, là non c’è niente, un cazzo di niente ti dico!”. “Ok, ma non fai altro che parlarmi di quanto è figo il Galles, della tua ex ragazza che vive a Cardiff, della tua ex band punk-rock di Cardiff, vaffanculo e tornatene in Galles, no!?”. “E tu?”. “Io cosa?”. “Perché non te ne torni in Italia? Eh?”. “Perché ho ancora molti soldi in tasca e adoro Londra”. “E quando finirai i soldi, Jules? Che farai?”. “Andrò a farmene dare degli altri in prestito da mia zia Julia. A Swansea, in Galles!”.

Scoppiammo a ridere, ordinammo due pinte e un altro paio di cicchetti di scotch. “Cosa ci fai qui, Jules? Sei venuto a trovarmi o che?”. “Sì, ho finito di lavorare prima, sono passato perché Sarah mi ha dato appuntamento qua dietro e sono in anticipo, così ho deciso di venirti a rompere le palle fino all’ora x!”. “Bravo, hai fatto bene. Senti ma, tu sei mai stato a Devil’s Bridge?”. “Si Martin, avevo tre o quattro anni quando mio zio Rhys mi ci ha portato! È un bel posto Martin, ma sarà la decima volta che mi parli di Devil’s Bridge. Perché, Martin? Perché? È solo un ponte di legno vicino a una cascata!”

Martin piegò il collo in avanti e si strinse nelle spalle larghe, poi abbassò la testa fissando un punto indefinibile sul pavimento del pub. Si leccò il labbro superiore e chiuse gli occhi. Restò così per qualche secondo, poi li riaprì di scatto e mi sorrise spettinandosi i riccioli rossi con una mano. Poi tornò di nuovo serio e con la testa inclinata sulla spalla destra mi disse: ”Sai, noi gallesi amiamo Devil’s Bridge. Noi non abbiamo posti come Roma, Venezia o Firenze. Non puoi capire. Tu vai al British Museum e ti sembra un posto normale, ci vai per vedere cose che magari non avevi mai visto prima, ma non ti emozioni, sai come muoverti, perché vieni da un posto pieno di tutto. Io ho dovuto emigrare a Londra per vedere queste cose. Ho dovuto venire qui per vedere una mostra su Goya. Capisci? Joyce era di casa a Trieste! Sei cresciuto a uno sputo da Venezia, io vengo da un paese di collina che ha una chiesa, tre pub e un fiume. Uno sputo dal niente assoluto. Ok?”. “E tante pecore”. “Si, tante”.
Alzai il mio boccale. “A Devil’s Bridge!”. Bevemmo d’un fiato. Ah Martin, dio lo benedica, porco bastardo! Red Martin! Martin il gallese!
“Vuoi della droga?”. Martin era un amico, un buon amico generoso, ma era pur sempre un gallese, e un gallese non può essere un bravo pusher. Vi spiego perché.

Mi mostrò un sacchetto di nylon trasparente che teneva nel suo tascapane in pelle scamosciata. Conteneva qualche centinaio di pillole tutte diverse fra loro. Se ne andava in giro rischiando anni di galera e se ne fotteva di tutto e di tutti, viveva nel caos e la confusione governava anche il suo lavoro di spacciatore.

“Che pillole sono, Martin?”. “Oh di tutti i tipi: acide, eccitanti, calmanti, tutto-tutto. Qui c’è di tutto, Jules”. “Ok. Dammene cinque, tre eccitanti e due acidi”. “Prenditele da solo. Sono cinque sterline l’una”. Mi spalancò il nylon sotto al naso muovendolo avanti e indietro verso di me davanti a mezzo pub. Lo muoveva avanti e indietro come per dirmi “Dai, su, prendi, che aspetti!”. “Martin dammele tu. Io non le distinguo mica, come faccio a capire quali sono quelle che ti ho chiesto?”. “Ah beh ma neanche io le distinguo, prendine una manciata a cazzo e buttane giù tre alla volta. Vedrai che andrà bene!”. “Ma che cazzo dici, amico?”. “Ma sì, che te ne frega, dai stavolta te le regalo io. Guarda quante sono! Prendine una manciata e via!”. “Ok”.

Finimmo le pinte e i cicchetti e ci separammo. Il Gallese si piazzò fuori da qualche parte attorno all’ingresso della stazione della metro di Camden, io mi avviai verso il Latin Jazz Cafè. Sarah mi mandò un messaggio dicendo che mi aspettava a casa, che non si sentiva tanto bene, che non era in forma e che insomma vaffanculo e vieni a casa. A casa? Ma vaffanculo tu! Ormai avevo già ingollato tre pasticche per prepararmi a una delle nostre seratine birichine di festa selvaggia, e quella mezza jamaicana stronza mi dice di andare a casa. Ma col cazzo che vengo a casa. Le mandai un messaggio di risposta più viscido e lecchino di un sottosegretario catto-progressista pre-tangentopoli: “Amore ho incontrato Martin e mi sono impegnato che cenavamo da lui io e te. Ha mandato perfino Mandy a fare la spesa, almeno io ci devo andare. Torno prestissimo. Un bacio pallido!”. Dopo pochi secondi ricevetti risposta: “Non dire balle, vieni subito a casa, coglione!”. Spensi il cellulare. Continuai a camminare rimuginando sul bidone che Sarah mi aveva dato, su quello che le avevo dato io, sulle bugie che le raccontavo, sul nostro rapporto basato sul sesso e sulla tolleranza, su quanto la amavo e su quanto era bona.

Vedendo le vetrate della cattedrale diventare liquide, per poi iniziare a muoversi come ondine a lieve brezza, capii di aver pescato dal sacco almeno una pillola acida e di essere totalmente fuori controllo. In un momento di concentrazione chiesi a una guardia in quale zona di Londra fossi capitato. Quello mi rispose gentilmente, ma la sua voce era come quella di chi sotto la doccia parla sparandosi l’acqua direttamente in bocca . Una roba tipo: “Whiiiirlleaghn-ouasssawie….nnnnndormm-zshg-haaa” . Prima mi misi una mano sulla bocca, poi mi disperai internamente. Tentai di non ridere. Tentai più forte. Strinsi gli occhi e mi misi le mani sulle tempie, guardai il Bobby. “Got it, Sir. Thanx a lot”. Riuscii a non ridere, ma lo sbirro capì tutto e sorrise.

Era buio. Era tanto tanto buio. Era più buio del solito buio. Non capivo se stesse piovendo o se erano i miei capelli che grondavano sudore. Ero molto preoccupato per il mio cappotto di cammello, non volevo si rovinasse con la pioggia. Mi facevo mille domande e camminavo senza meta. “Perché hai preso il cappotto di cammello con la pioggia? Non puoi averlo fatto davvero! Sei proprio un coglione! Non piove. Ah, ok campione. Ma se non piove perché sudi in questo modo? Eh? La droga. È la droga che mi fa sudare, è Martin. Lui mi ha dato le pasticche, parlaci tu con quel gallese di merda! Mischia tutte le pillole. Il Galles è una merda! Guardati gli stivali, hanno caldo anche loro. É stato Martin. Ha dato la droga anche ai tuoi stivali. O sta semplicemente piovendo? Non lo so, smettila di rompermi i coglioni! Ma quanto sei stronzo! Non lo so se piove, dai!”.

Arrivai davanti uno specchio enorme, che di lì a poco avrei scoperto essere la vetrina di una liquoreria, e mi guardai a fondo: capelli asciutti, cappotto a posto, pupille dilatatissime color fango e stivali fantastici, come sempre, ma del tutto asciutti. Pensai a una risposta per umiliare definitivamente il mio super-io, ma poi i maiali nello specchio iniziarono a strofinare il naso sui miei pantaloni e decisi di andare via velocissimo.

Passeggiando nella gotica e acida oscurità di un quartiere umido e antico mi sembrò di vedere una lanterna accesa. Mi avvicinai con circospezione, come il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso che, nascosto dai cespugli, riduce con pazienza inesorabile le distanze tra lui e la casa della nonna. Ero quasi sotto la luce. Ero quasi sicuro: si trattava di una lanterna! La toccai. Era proprio una lanterna! E sotto la fottuta lanterna c’era la porta d’ingresso di un bar. Un club, un circolo, ne ero quasi sicuro. Entrai.

Era un posto buio, molto buio e c’era gente seduta su tutti i tavoli, gente strana, che dall’ombra mi studiava. Al banco nonostante il numero impressionante di sgabelli non c’era nessuno. Ovviamente, mi piazzai lì. Accesi una sigaretta e mi tolsi gli occhiali da sole. Appoggiai la schiena al banco e mi misi le mani in tasca. Cicca in bocca stile Eastwood abbozzai un sorrisetto di soddisfazione per essere riuscito ancora una volta a portare il mio culo al salvo, in un bar. Poi feci una panoramica.

Anche senza occhiali era sempre tutto buio come prima e la gente era tutta seduta nell’ombra ai tavoli sotto le pareti del locale, pareti di pietra. La poca e opaca luce proveniva fioca da torce in stile medievale attaccate alle pareti nere, o da gabbie in ferro battuto lasciate a terra con sfere luminose al loro interno, anche se sulla reale esistenza delle sfere luminose non mi sento di garantire. Era un locale dark. La musica era pesante e cupa, sparata a volume altissimo. Il barista venne da me, un ragazzo filiforme e pieno di piercing, rossetto nero. Una specie di Marilyn Manson ante litteram. Mi guardò con dolcezza. Mi chiese una sigaretta e dopo averla ottenuta mi sorrise.

“Mi piace il tuo look, sei una specie di zingaro piratesco, assomigli a uno che ho visto su Mtv. Come si chiama…”. “…Willy Deville!” dissi. “ No! Tyla, Jo Dog, Bam Bam, Steve James”. “Chi cazzo è questa gente amico?”. “Sono i Dogs d’Amour”. “Chi?”. Poi ci guardammo a lungo, e decidemmo che avrei bevuto una pinta di Guinness e un cicchetto di rhum. “Beh il tuo look non si addice tanto al mio locale, però non stai male, sei solo un po’… trop-po-lu-mi-no-so (pronunciato tutto attaccato), ma se a te va bene così”.

Ero vestito in questo modo: cappotto di cammello, camicia nera di ciniglia, calzoni neri di pelle a zampa d’elefante e stivali neri a punta. Avevo solo una sciarpa di seta color viola scuro pastello e ovviamente il mio cappellaccio nero da gitano a falda larga sul cui nastro color avorio avevo messo una carta da Ramino: un jolly. E poi sopra la matta una sigaretta. Ma per il mio amico qui sciarpa e cappotto erano troppo “luminosi”. Troppo positivi. Era gay ovviamente ma era anche Sad, quelli che poi si sarebbero chiamati emo. “Trr-rroppoluminoso!”.

Mentre tentavo di accendere il cellulare – per chiamare Sarah, dirle che ero strafatto, che non sapevo dov’ero e che non sapevo come o quando sarei tornato a casa – mi comparvero davanti un paio di unghie lunghe, nere e affilate che sorreggevano una sigaretta fumante, proprio lì, a pochi centimetri dal mio polso. A quel punto mi girai e vidi una ragazza, alta e magra, con gli occhi azzurrissimi e totalmente vestita di nero. Rimmel nero, rossetto nero, matita nera intorno agli occhi. Ricordo che aveva degli stivali straordinari, la minigonna di pelle, capelli lunghi fino al culo, lisci, un piercing sulla narice e uno al centro del labbro inferiore. Era una gran figa.

Mi guarda un po’. Sorride. Si gira verso il barman, poi verso di me. Sorride.
“Ti sei perso eh?”, sbuffo di fumo. “Già”, le risposi sottovoce con un cenno, mentre rimettevo in tasca il telefono. “Da dove vieni?”, sbuffo di fumo numero due e smorfia. Guardavo dritto davanti a me, puntando il centro del grande specchio imbrunito dietro al bancone, la grande cartuccera dell’alcol. “Italia. Nord Est. Al Confine con la ex Jugoslavia. Trieste. Cento miglia a est di Venezia.”
“Oh, allora non abiti qui a Londra”, smorfia e toccatina al filtro della sigaretta con conseguenza ovvia: cenere a terra. “Sì certo, abito vicino a Soho”. Poi lei, facendo esplodere una nuvola di fumo, scoppiò a ridere. “Sei strano, come cazzo fa un ragazzo come te a vivere a Soho? Sei ricco?”. “No. Sono un drogato. Mia cugina è ricca e mi ha lasciato l’appartamento. Non pago un cazzo, solo le bollette”. “Uh ma che culo!”. “Sì, mah, beh, io ho culo ma adesso io… vedo i vampiri. Lo so che è l’acido, lo so perché l’ho comprato io e non credo ai vampiri. Però, cazzo, li vedo. Li vedo ma non ho paura, solo che fino a quando i vampiri non se ne andranno io credo che resterò qua a bere. Capisci?”. La ragazza era spanciata dal ridere, sempre di più. I suoi occhi azzurri si erano arrossati dal tanto ridere. Mi mise una mano sulla spalla.
“Non è l’acido. Sono tutti vestiti da vampiro qui, siamo dei dark. Siamo Gotici. Non è un’allucinazione”.

Mi girai con lo sgabello verso di lei. La guardai mentre portava il suo sgabello più vicino al mio. “Ah, vi vestite così, davvero? E come mai?”. Ride – “Ma non hai mai visto un dark? Non ti piacciono i Cure?”. “Si, ovvio“. “Benvenuto al Watering Cage allora! Questo è un dark club”. “Si ma perchè ti vesti come una vampira? Sei molto bella, perché vuoi spaventare la gente?”.

Le sussurrai queste parole tenendo i miei occhi fanghiglia semi chiusi, si vedeva che non volevo offendere. Lei aggrottò le sopracciglia e si fece in avanti con il viso. “Hai paura di me? Ti faccio paura?”. “Oh no, no. Affatto. Ma magari la gente normale si spaventa!”. “ Fanculo la gente normale! Io sono una vampira! Mi sento una vampira, una figlia della notte! Una lupa! Tu cosa sei?”.“Io canto il Blues per sbarcare il lunario ma sono un rocker. Comunque tu non sei una vampira vera, vorresti esserlo ma non lo sei!”.

Mi mise gli occhi a venti centimetri dal naso, con pollice e indice mi strinse le guance costringendomi per gioco a fare un’espressione di stupore, la simulazione di un potente “OHHHH”, poi tolse il joker dal nastro del mio cappello e lo rivolse verso di me, sbatté il bordo della carta sul suo zigomo asciutto e imitò di scatto il sorriso folle della carta.

Fu così che vidi i suoi canini bianchissimi scintillanti e sproporzionati. Poi si mise a ridere fortissimo e mi mostrò la lingua. “Come ti chiami?”. “ Giulio, Jules. Hai dei denti davvero bianchissimi, cazzo!”. “Ciao Jules, hai visto che sono una vampira?! Io sono Tess”. “Ok, ti offro da bere Tess, sei una gran figa, ma quei denti sono finti!”. “Si! Ma bellissimi!”. “Già, sono perfetti”. Dopo un bancomat e svariati giri di tutto, Tess mi chiese se avessi mai scopato con una vampira. Io risposi di no, evitando la tentazione di un ironico parallelismo tra la suzione ematica tipica del pasto del non morto e altri tipi di risucchio. Ma poi non riuscii a trattenermi e dissi “Tess, ma come fai a succhiarlo con quei canini?”. “Vieni a casa mia e te lo faccio vedere”. “OK”.

Salii sulla schiena di Tess che, sorridendo alla Luna, si alzò a sei o sette metri da terra avvolgendomi in una specie di bruma calda e protettiva. Volando sentivo solo il suo profumo. Vedevo Londra dall’alto e guardavo affascinato i riflessi dei lampioni e le stelle splendere rovesciate nel Tamigi. Dettagli magici. Piccoli diamanti grattugiati e fatti cadere a caso sulla schiena di un lungo mostro oscuro. Un mostro strisciante, d’acqua ghiacciata. La livrea di un serpente notturno che ondeggia sotto una colata di poltiglia di vetro.

Tess si manifestò di nuovo nella sua forma di donna davanti al portone di casa, dopo avermi fatto scendere dolcemente dal cielo di Londra. Mi sorrise e mi baciò a lungo. Era bello baciare Tess. Salimmo fino al sottotetto sempre baciandoci e sempre ridendo come pazzi, e poi purtroppo non ricordo più nulla.
Quando mi svegliai Tess non c’era. L’appartamento era bello e gotico. Era una mansarda. Tende nere, poster dei Cure e di altre band a me sconosciute, teschi, candele ovunque e un bellissimo ritratto di Edgar Allan Poe. Tess aveva un gatto nero che mi stette accanto per tutta la notte. Forse il gatto nero era Tess! Poi trovai un biglietto. “Grazie di tutto, fai quello che vuoi a casa mia, sono andata al lavoro. Ciao, Tess. P.S. Ti è piaciuto il pompino vampiresco?”

Mi guardai allo specchio, avevo il cazzo pieno di puntini rossi, tipo morbillo, ma non mi faceva male. Mi sforzai di ricordare ma niente, buio completo. Mi vestii e dopo essermi infilato cappotto e stivali trovai una penna, scrissi anch’io sullo stesso biglietto, sotto il suo P.S. “Si Tess, tantissimo. Grazie, Jules”. Tess, che pazza. Sarah, oh cazzo, cosa le racconterò quando vedrà il mio uccello col morbillo?

Mi specchiai su una vetrata, bella camicia! Entrai in un Fish&Chips. “Un fish&chips grande e una birra, grande anche quella”. “Qui non serviamo alcolici!”. “ Che cazzo di Città, ok, una coca, grande, e un Fish&FuckingChips, porzione grande!”. “Non agitarti testa di cazzo, sono le dieci del mattino! Tu e i tuoi stivali di merda. Da dove cazzo vieni? Da una fottuta barca di pirati froci?”.

Insultandomi mi dava le spalle e alla fine quando si girò mi porse la coca e la carta del fish&chips. Mi strizzò l’occhio dicendo: “Quattro sterline amico mio!”. Buttai giù la coca tutta d’un fiato, tirai fuori dalla tasca un fiver e lo misi sul banco, presi la carta sudicia e colesterolica del mio pesce e patatine fritte e girai i tacchi verso la strada.

“Il resto, Pirata!”. “ Il resto è mancia, amico mio!”.

Appena vidi una stazione della metro capii di essere a Hammersmith. Non ero poi così lontano da casa. Avevo scordato di proposito la sciarpa e il jolly a casa di Tess. Per lasciarle un ricordo, dirle che ero stato bene e farle sapere che, in qualche modo, speravo mi avrebbe ricordato.

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