L’ultima “magia” di Woody Allen

di Nizam Pompeo

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“Il mondo può anche essere del tutto privo di senso, ma non del tutto privo di magia”. Questa è la summa della nuova commedia romantica di Woody Allen. La storia, forse banale, è quella di Stanley Crawford, un cinico illusionista che, convinto dall’amico e collega Howard, si reca in Francia per smascherare i trucchi dell’ennesima sedicente sensitiva, la giovane Sophie, di cui però – abbandonando pian piano i propri sospetti – si innamorerà perdutamente. Il messaggio “profondo” veicolato del film è che l’unica vera magia è l’amore. Messaggio un po’ scontato e tipicamente natalizio, anche se sublimato in un’atmosfera francese anni ’20, che ha già valso alla pellicola le definizione di “comédie au champagne”, dolce e frizzante, illuminata dal cielo terso di limpide giornate estive e da romantiche notti di cieli stellati.

Anche in questa sua ultima opera Woody Allen si conferma per molti aspetti uguale a se stesso – come ad esempio per quel che riguarda i dettagli ricorrenti nella maggior parte dei suoi film, come la colonna sonora e i titoli di testa, rigorosamente in Windsor bianco su nero che appaiono e scompaiono a ritmo di jazz – ma al contempo, in qualche modo, prova anche ad andare oltre alla statica descrizione psicologico-macchiettistica tipica dei protagonisti delle sue commedie. Questa evoluzione soggettiva avviene molto raramente nelle commedie di Woody, dove generalmente i protagonisti si ritrovano, alla fine, con i medesimi atteggiamenti e convinzioni dell’inizio, in una circolarità che non lascia spazio a sconvolgimenti o a radicali trasformazioni interiori. Le paure, le insicurezze e i dubbi che i personaggi alleniani portano sulle spalle come macigni onnipresenti – e che sono per altro il simbolo stesso del suo strisciante narcisismo – vengono finalmente abbandonati dai protagonisti di Magic In The Moonlight (e già di Midnight In Paris). Colin Firth e Owen Wilson (i protagonisti dei due film) rimangono entrambi incantati dalla magia della Francia, quasi come se l’atto di abbandonare il proprio Paese fosse un passo obbligato verso una svolta definitiva. Inoltre non è un caso che entrambi i film (Midnight In Paris solo in parte) siano ambientati nel passato, come se Woody volesse fuggire, stemperandolo in un passato pieno di magia, da un presente abbruttito e privo di poesia.

Il grande vanto del protagonista di Magic In The Moonlight (Colin Firth) è quello di essere un personaggio in perfetto stile alleniano, senza mai imitare o richiamare direttamente il piccolo grande Woody – mentre Wilson ne riproduceva a specchio movenze ed espressività. L’ottusità dello scontroso Stanley è assai lontana dai complessi che ossessionano l’insicuro, nevrotico intellettuale nebbish che tendiamo a identificare con il personaggio-Woody Allen. Detto questo, è innegabile che la presenza di Allen – sia in qualità di regista, attore, sceneggiatore o musicista – condiziona inevitabilmente il risultato finale.

Il tema della magia, già trattato dal regista ad esempio in Scoop, La Maledizione dello Scorpione di Giada, Incontrerai l’Uomo de tuoi Sogni, si ripresenta questa volta come un grande punto interrogativo: la magia esiste o no? Cosa è magia, cosa illusione e cosa inganno? La conclusione di Allen sembra essere che l’amore stesso sia magia (e quindi forse anche illusione e inganno): è l’irrazionale, l’imperscrutabile, l’imprevedibile, l’assolutamente incredibile.

L’immensa abilità di Woody Allen come dialoghista, capace di ironizzare, descrivere, evocare, mistificare e demolire al tempo stesso, emerge appena verso la metà del film, in cui le battute di Colin Firth rivelano la necessità insita nell’uomo di credere in qualcosa al di fuori di sé, che sia l’amore, Dio o la magia, qualcosa di più grande e complesso della razionalità umana. Non è ricerca religiosa quella di Allen, né speculazione filosofica sull’Essere di Parmenide o sul velo di Maya di Schopenhauer, ma semplicemente l’espressione-ammissione del bisogno ineliminabile di affidarsi a qualcosa, qualsiasi cosa, anche contro ogni logica o dimostrazione chimico-fisica.

In Magic In The Moonlight il personaggio più stereotipato, ma comunque ben riuscito, è quello di Sophie, interpretata dalla deliziosa Emma Stone, che rappresenta la nota più acuta e limpida che, accostata al cinismo del protagonista, crea una sinfonia estremamente semplice e romantica. Sophie non viene giudicata dall’occhio del regista, vi è piuttosto un tentativo di giustificare questa eccentrica “truffatrice” in buona fede. Sophie è infatti la prima nel film a mostrarsi disposta ad accettare l’idea che esista qualcosa di misterioso e insondabile, emanando di conseguenza una leggerezza e una serenità che fanno contrasto con la pesantezza che avvolge coloro che, come Stanley, prendono invece tutto troppo sul serio.

Interessanti sono anche le due figure, apparentemente di contorno, dell’ideatore della messinscena, Howard, e della madre di Sophie. Il primo, interpretato dal caratterista Simon McBurney, è il classico amico di sempre, colui che presumibilmente dovrebbe essere il più leale e sincero, e nonostante si riveli bugiardo e invidioso di Stanley, risulta impossibile accusarlo o disprezzarlo: dopotutto infatti, è grazie a lui che i due protagonisti si incontrano e si innamorano. La madre di Sophie – l’attrice Premio Oscar Marcia Gay Harden – resta purtroppo un personaggio marginale, pur essendo ben più che una semplice spalla per la sciarada di Sophie. Inizialmente viene presentata come la più affidabile, in quanto garante per la figlia e, sebbene non specificato, in conclusione si rivela quella più gretta e meschina: cosa ci guadagna lei a ingannare un uomo che nemmeno conosce? Lo fa per denaro, orgoglio, senso di rivalsa? Che ruolo ha nella pianificata derisione di Stanley? Le domande non si esauriscono con il finale, ma al di là dell’interesse che il personaggio suscita è d’obbligo riconoscere la lungimiranza di inserirlo nella trama a controbilanciare il peso drammatico dei protagonisti. La madre di Sophie è il personaggio più vicino alla realtà in cui viviamo oggi: pur non esponendosi in prima persona, lei inganna e raggira, verosimilmente solo per soldi, quelle che la cronaca definirebbe “vittime di frode”. In questo caso, ad essere circuite non sono solo le persone che si affidano ai ciarlatani per disperazione o curiosità, come i componenti della ricca famiglia che ospita Sophie e la madre, ma lo stesso protagonista.

Ma tra tutti questi c’è un unico personaggio vero, innocente e ignaro, la disarmante zia Vanessa, resa eccezionale dalla grandissima Eileen Atwood, che nella sua semplicità ha capito tutto fin dall’inizio: che l’amore è l’unica magia di cui l’uomo ha bisogno e l’unica magia in cui l’uomo ha bisogno di credere.

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