Manhattan di Woody Allen: riscoprire grandi classici (e grandi verità) al cinema

di Francesca Plesnizer

Guardai per la prima volta Manhattan di Woody Allen una decina d’anni fa, sul mio computer portatile. Avevo vent’anni e quello fu uno dei suoi primi film che vidi.
Manhattan mi catturò in un modo peculiare, si avviluppò fra le pieghe del mio cervello dove innescò un silenzioso monologo che, tuttavia, la ventenne che ero faticava del tutto a comprendere. Certamente le considerazioni sul lungometraggio erano le mie, ma non mi era ben chiaro da dove provenissero o dove fossero dirette. Avevo capito davvero il film? Sì e no.

Mi stavo approcciando a un regista leggendario, uno che – ancora oggi, a 82 anni – sforna un film all’anno restando sempre attuale, immaginifico, enigmatico, ironico, talmente tanto da sembrare sovrumano ma, al contempo, riuscendo a rappresentare l’umanità al suo meglio e al suo peggio con estremo e veridico rigore.
A vent’anni, guardando Manhattan da uno schermo di 10 pollici, puoi capire quello che puoi capire.

Il film iniziò e mi buttò in faccia New York, che rappresentava una meta, un sogno, un’isola di idiosincrasie e tragicità, una promessa d’avventura, lacrime e trionfi. Poi Allen fece la sua comparsa: un piccolo e ossuto ometto con la camicia infilata dentro ai pantaloni, che saltellava per quella città che conoscevo – e conosco – solo tramite immagini e racconti che hanno formato la mia soggettiva fantasticheria su di essa. Allen mi sembrò un folletto buffo che non faceva che parlare, e più lui parlava più io venivo rapita, rimanendo in religioso silenzio a godermi lo spettacolo (ad alcuni la sua parlantina risulta fastidiosa ed eccessiva, ma io non sono fra questi).

Pensai che tutti – anche io! – avremmo potuto fare come lui: esorcizzare le nostre paure più grandi, superare i nostri dolori più profondi riuscendo a convivere con essi, cucire le nostre brucianti ferite, parlandone. E, naturalmente, ironizzando.
Mi riferisco all’atavica paura della morte, ma anche a quella di non riuscire a realizzarsi, o al timore di non essere amati e di essere abbandonati; o, ancora, alla paura d’aver commesso irrimediabili errori. Ma Manhattan affronta anche il tema della rabbia: quella che il personaggio di Allen, Isaac, prova nei confronti di se stesso per aver lasciato andare la (troppo) giovane compagna Tracy e per essersi permesso di innamorarsi di un’altra, Mary, una mina vagante, una tragedia annunciata, e proprio per questo una donna irrimediabilmente attraente, di quelle che lasciano il segno per sempre aprendo le brucianti ferite citate sopra.

Scoprire che le mie inquietudini potevano essere scongiurate parlando di esse e ironizzando su di esse fu, per la me stessa ventenne, una grande e proficua scoperta. Ma dovetti metabolizzarla con calma, nel tempo. Quello fu l’inizio del mio spasmodico amore per Woody Allen, per il quale provo un’immensa ammirazione artistica. Lo considero un maestro e, senza esagerare, posso dire che non credo sarei quella che sono oggi, senza i suoi film.

Pochi giorni fa ho avuto la fortuna di rivedere Manhattan sul grande schermo – in versione restaurata e in lingua originale.
Chi ha visto questo lungometraggio datato 1979 forse mi capirà (o sarà in disaccordo con me), chi invece non lo ha visto non cerchi di immaginare, ma vada a guardarlo – perché credo sia un’esperienza che valga la pena provare anche se non si è dei fan di Allen.

Mi sono seduta sulla poltroncina rossa del cinema, le luci si sono abbassate lentamente fino a spegnersi del tutto e le casse hanno diffuso Rhapsody in blue di George Gershwin (così inizia il film). Ed eccola lì, ancora una volta: New York che giganteggiava di fronte ai miei occhi, non striminzita in 10 pollici ma comodamente esibita su uno schermo cinematografico. Io sorridevo in silenzio, d’un sorriso automatico – era come un riflesso, un riso che proveniva dai miei ricordi (di quando vidi le stesse scene dieci anni prima), ma era anche un sentirsi sospesi, in stato di grazia, una sensazione che scaturiva dalla gioia di trovarmi lì sentendomi un po’ come si sentì chi, nel 1979, si recò al cinema a vedere il film appena uscito.

Cos’ho capito rivedendo Manhattan a trent’anni?
Ho compreso ancora una volta quanto sia straordinario poter ridere di piccoli grandi dolori, di battute argute, delle conversazioni ultra cerebrali tra Allen e Diane Keaton (Mary, la mina vagante), sorridere per l’ingenuità del personaggio interpretato da Mariel Hemingway, ossia Tracy, la studentessa che Allen considera troppo immatura, troppo poco complicata, troppo differente da Mary.

A vent’anni pensai che al finale mancava qualcosa, che Allen-Isaac stesse mentendo a se stesso: il suo grande amore non era la candida Tracy, lei era solo un espediente per cancellare le dolorose cicatrici che Mary gli aveva lasciato abbandonandolo. Dieci anni fa adorai Mary, il mio opposto: una trentenne incasinata, un pericoloso uragano di emozioni, una trottola pronta a sciorinare opinioni pretenziose su tutto. Oggi ho amato di più Tracy: per la sua semplicità, per il modo in cui amava Isaac senza essere, suo malgrado, presa sul serio; perché cercava di dargli fiducia in se stesso, tentando di portare equilibrio nella sua caotica vita.

Adesso ho potuto comprendere pienamente la celebre frase, detta da Tracy ad Isaac, che conclude il film: «Devi avere più fiducia nelle persone».
Quant’è vero.
Ci facciamo a pezzi a vicenda e facciamo a pezzi noi stessi scegliendo luoghi, persone, situazioni e tempistiche sbagliate, che non sentiamo nostre, che ci mettono a disagio e non ci fanno sentire a casa.
Tutto ciò ci porta a guardare il mondo attraverso un obiettivo che lo sforma, mutandolo in un inferno in cui – per forza – supponiamo che verremo maltrattati, abbandonati, lasciati soli con la nostra paura della morte.

Ma se è possibile andare al cinema a rivedere un grande classico e ritrovarsi a sorridere (ri)scoprendo in esso nuove verità, recependo anche (a distanza di anni) messaggi d’ironica speranza che un tempo ci erano sfuggiti, allora mi chiedo: il mondo è davvero un posto così terribile?
Forse no. Credo che non dovremmo prenderci troppo sul serio, dopotutto; ci gioverebbe ridere di più di noi stessi e cercare qualcuno che voglia ridere assieme a noi, ma anche qualcosa che ci faccia sentire la grandezza che si percepisce guardando New York come la vide e come ce la fa mostrò Allen – muta, immobile, maestosa, che si lascia osservare mentre Gershwin in sottofondo ci fa venire la pelle d’oca.

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro anche con le riviste “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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