Memorie di periferia: “Fuori non c’è nessuno” di Claudia Bruno

di Ilaria Moretti

LuigiGhirri, Marina-di-Ravenna.

Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1986.

I ricordi degli uomini arrivano fino ai due anni di vita, poi è il vuoto. Lo sa bene Greta, trentenne del nostro tempo, un’infanzia al sud Italia e un trasferimento a Piana Tirrenica, immaginaria cittadina satellite nei dintorni della capitale, costruita con il mito del progresso e del lavoro per tutti. Greta, quel progresso, non l’ha conosciuto. O forse sì, ma soltanto di striscio, era troppo piccola negli anni Novanta quando, al pari di altre epoche passate, si andava altrove per cercare lavoro. I genitori hanno abbandonato il sud con la promessa di un avvenire migliore ma l’hanno strappata ai ricordi, alle corse con gli “zoccoli rossi” e alle filastrocche di nonna Isabella. Greta, a Piana Tirrenica, c’è cresciuta. Con l’odore di cemento che si incunea tra le narici, il pulviscolo dei cantieri in ebollizione, case su case – alcune ultimate, altre mai finite – gru che fendono l’aria e lasciano poco spazio al cielo. Anche il sole, tramontando, deve farsi largo tra i ponteggi. Greta, però, a Piana Tirrenica s’è fatta un’amica, Michela, espatriata poi a Chelsea per lavorare in un’agenzia immobiliare – “se devo fare un lavoro qualsiasi tanto vale che me ne vado” – figlia, come tanti ragazzi d’oggi, della nuova migrazione contemporanea. Quel che conta è l’altrove per l’altrove, l’idea d’andarsene per levarsi dal marciume e dalla “morte civile”, cambiare per mutare di prospettiva. Sperare, semplicemente. Perché, a Piana Tirrenica, la gente non ci vuole stare, ci si sente “sprecati” per un luogo dove non c’è futuro, dove anche il presente è una promessa infingarda, al pari dei tanti appartamenti invenduti con i pavimenti dall’odore di colla e gli stipiti delle finestre avvolti dal cellofan.

Crescere non è facile ma è l’identità il vero problema. Greta si sente persa: lavora in un grande magazzino di mobili, ha lasciato la periferia ma non trova risposta, non riesce ad essere da nessuna parte. Ha perso un’amica, quell’amica, morta d’improvviso. Ha perso la storia d’amore della sua giovinezza perché il tempo ha appianato le passioni, la convivenza ha strozzato i ricordi cancellando le ore d’amore consumate nella vecchia Renault, la casa “con le ruote”. Greta non lo sa dove sta andando, indossa se stessa come “s’indossa una giacca”, ma il passato è passato: la scuola è finita, così il fantasticare e le conversazioni scritte assieme all’amica del cuore accanto ai manuali di studio. È la fine dei giochi: l’avvenire è una vertigine cieca, gli anni migliori, a quanto pare, sono stati “pendolati via”, assieme alle distanze, gli affetti, i mai sopiti desideri d’evasione.

Così Greta ricorda. Non lo fa per commiserazione, pentimento. Ricordare è vivere due volte, un modo per costruire partendo da ciò che si è stati. Anche il presente vuoto, se filtrato attraverso il tempo perduto, può rivelare misteriose possibilità e i luoghi, persino i più crudeli, aprono a insperati scorci d’azzurro, campi incolti, foreste segrete. Di lontano, oltre i casermoni circondati da rotonde e rotatorie, c’è l’odore del mare, intatto e liscio, un “nastro” che si allunga seguendo il profilo della riva.

Claudia Bruno, classe 1984, giornalista ambientale e web editor, già autrice di diversi racconti, è qui al suo romanzo d’esordio. Fuori non c’è nessuno, pubblicato per la casa editrice effequ, è, a tutti gli effetti, un’opera generazionale. La generazione è quella dei nati negli anni Ottanta, l’ultima ad essere cresciuta senza giochi elettronici, cullata nella consapevolezza di un futuro radioso prima che la crisi – e la perdita di identità collettiva – ammazzasse le speranze di tutti, anche dei più tenaci. Greta, Michela e Lorenzo – il primo amore – sono i trentenni di oggi, plurilaureati e pluri-formati, cinque curricula nella tasca, uno per ogni occasione. Trentenni pronti all’espatrio, all’abbandono di case, famiglie, amici. È la generazione dei mobili nordici montati seguendo le istruzioni, dei monolocali trasformati in trilocali: lo spazio non c’è, i soldi neppure, la vita bisogna inventarsela. Sono quelli che non disdegnano di lavare le stoviglie nei sobborghi di Londra se questo consentirà loro di avere tempo, la sera, per concedersi un corso di danza. È la generazione che non lascia andare i progetti covati al liceo – tempo del tutto possibile – ma che ora si trova adulta e senza mezzi. Sono i ragazzi del sogno a tutti i costi, ché sognare, oggi, costa poco. Lo si può fare di giorno, sperando in un avvenire diverso, oppure la notte, ad occhi aperti, guidando fino al mare, come fa Greta quando vuole prendere aria e immagina di cambiare la sua vita.

Perché lo si sa: c’è sempre un “prima” e un “dopo”, un “dentro” e un “fuori”. Mutare è possibile, basta andare avanti senza dimenticare. Il ricordo è odore: il glicine sa di abbandoni, il basilico di ritorno – ritorno a casa, ritorno al sud – e poi c’è il gelso, sapore d’incanto. Si va avanti con coraggio, anche se l’identità – identità che è anche fiducia – è stata smarrita, persa sotto la ghiaia dei cantieri, seppellita assieme ai rifiuti di una spiaggia dimenticata. Sopravvivere alla morte e alla sconfitta è possibile: basta la tenacia, sembra dirci l’autrice, tenacia e attaccamento, sforzo di memoria, coraggio soprattutto, fare come le “sughere intrecciate alla terra rossa”, come i ricci di mare, il polline che resiste alla pioggia. Stare senza dimenticarsi di sé. Fare, come Greta, di memoria sopravvivenza, di memoria resistenza.

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