Mettersi in ridicolo. Anatomia di un’esigenza

di David Watkins

Accade tra i banchi di scuola o nelle piazze, nelle riunioni di lavoro o sui marciapiedi. Accade anche in famiglia, nei pranzi o nelle cene di Natale. Accade tra il venerdì e il sabato sera, nelle discoteche che amiamo nella stessa misura in cui esse ci ispirano qualcosa che sta tra l’entusiasmo e lo schifo. Accade ogni volta che il nostro volto risponde a un che di troppo pulito e composto, ogni volta che tutto funziona, custodito nel suo ordine ottuso. Accade persino là dove non ce ne sarebbe forse alcun bisogno, tra amici, nelle sere in cui una sorda tristezza trasforma i nomi che danno un senso ai nostri giorni in parole incomprensibili, frammenti di una lingua in disuso.

Se voler essere riconosciuti e stimati è una passione che innerva e avvelena buona parte delle nostre azioni e delle nostre parole, quella di voler essere scherniti e derisi non svolge una funzione meno importante nell’economia affettiva delle nostre vite.

È una specie di snobismo al rovescio, uno snobismo minoritario.

Nuotiamo a perdifiato verso l’altra sponda del fascino, e se cerchiamo di sedurre, lo facciamo ostentando il nostro disprezzo per la seduzione. Vogliamo essere i peggiori, i meno opportuni, i più indesiderabili. Cerchiamo la parola che proprio non bisognava dire, la frase che fa smadonnare la calma di una conversazione civile verso un silenzio interdetto, il punto in cui le parole divengono sassi, rutti o cerbottane; lo cerchiamo senza saperlo, senza neppure cercarlo, in una sete generica di biasimo e dispiacere.

Non sappiamo che cosa andiamo rovistando in giro, che cosa, delle facce cittadine e tranquille che abbiamo di fronte, ci costringa ad essere idioti; non sappiamo che cosa ci faccia aspettare gli sberleffi che si scambieranno sul nostro conto con la stessa foga con cui si aspetta un salario, con lo stesso ardore con cui si rivendica una sacrosanta ricompensa. Sentiamo soltanto quest’urgenza di fango, quest’esigenza di bucare, di cadere a terra, di usare qualcosa per crivellare qualcos’altro.

La nostra ambizione non si è ancora estinta in una pacata saggezza, non si è ancora appisolata sugli altopiani di una suprema indifferenza, ma in compenso ha cambiato rotta, e ora ci sospinge verso l’infimo, ci chiede di andare più in basso, di scendere ancora.

A volte basta poco, basta davvero poco. È impressionante quanto ampio sia il ventaglio di gesti possibili che ci si apre non appena voltiamo le spalle al desiderio di piacere e ci incamminiamo da quest’altra parte, dove la gloria e il ridicolo si vengono a toccare.

Possiamo fare pernacchie, mandare bacini o fare ciao con la manina a chiunque.

È una misura paradossale della nostra intelligenza. Perché un pensiero non si misura soltanto in base al vertice intellettivo che può raggiungere, ma anche sui picchi di stupidità e demenza che riesce a far passare al suo interno. Un’intelligenza che non sappia essere stupida è un’intelligenza mutila e depressa. Una serietà che non conosca il proprio risvolto ridicolo non è seria, ma cattedratica e seriosa.

Mettersi in ridicolo è una specie di snobismo al rovescio, uno snobismo minoritario. Ma è anche un’implicita richiesta d’aiuto, qualcosa di implacabile e lancinante, come tutte le richieste di aiuto che non trovano una voce per chiedere, ma passano per vie traverse. Mettendoci in ridicolo, chiediamo agli altri di accettare di noi stessi ciò che noi stessi non riusciamo ad accettare. È come dire: s’io fossi, come d’altronde anche sono, questa poca cosa risibile che vedi qui, in questa pozza di fango, tu dove andresti? E da che parte, amore mio, appoggeresti gli occhi, da quale assurdo imbarazzo ti faresti venire a prendere, per non guardarmi?

Una sublimazione del ridicolo è l’amicizia, e l’amore, quando l’amicizia riesce a intrufolarsi dentro alle cose dell’amore.

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