Michele, una tragedia sociale

Nonostante il proposito di non cavalcare, come è stato fatto nelle ultime 48 ore, il dramma umano e personale di Michele e della sua famiglia, troviamo che questo pezzo di Ilaria Moretti meriti di essere pubblicato e meditato, per quanto risenta invitabillmente dell’emotività legata a questo drammatico evento. Lo pubblichiamo dunque ben consapevoli della sua scabrosità, ma anche della sua dimensione lucidamente autocritica e antipaternalistica, per ricordare Michele e tutti gli altri che quotidianamente resistono.

Andrea Muni e Stefano Tieri

di Ilaria Moretti

Si perderà fra le tante notizie della giornata. Lo share di Sanremo, le malefatte di qualche politico, le trovate di Trump, la guerriglia urbana nelle banlieues parigine. Si perderà e passerà al dimenticatoio, come una delle tante morti avvenute in questi anni, morte zitte e silenziose che non meritano i paginoni dei giornali. C’è Todorov che ci ha lasciati, i fiori saranno tutti per lui. È una morte zitta perché non ha il clamore della gogna mediatica, della gogna suicida dei social network, non c’è bullismo, né qualche video di troppo lanciato in rete e divenuto virale. Le colpe di questa morte, le vere colpe, finiranno assieme ad altre sotto al tappeto, domani sarà un altro giorno: la De Filippi avrà un nuovo vestito e la canzone tormentone sarà nelle orecchie di tutti.

Michele, che è stato uno di noi, verrà dimenticato. In pochi ne parlano, è una notizia che, smontato il clamore, sarà archiviata tra i fatti di cronaca provinciale. Perché Michele, che di anni ne aveva trentuno, ha spento la radio, ha messo a tacere televisione e giornali, ha chiuso la porta in faccia a una vita che non era quella desiderata. Michele, che a Udine si è ucciso, e ha lasciato una lettera – lucida, intelligente – per far sì che questa sua morte non venisse spettacolarizzata o peggio ancora fraintesa e dunque dimenticata, passerà come l’acqua di un fiume. “Un giovane che soffriva” – diranno gli esperti – “il dolore va condiviso”, diranno altri, “ha perso la fede” – sentenzieranno alcuni – “è un mondo senza più valori”, concluderanno gli ultimi.

Ma chi si prenderà la responsabilità per Michele? Chi avrà il coraggio di prendere la parola, oggi, domani, nel futuro, e di dire “abbiamo sbagliato, è colpa nostra, non siamo innocenti”? Sarà il Ministro Poletti con le sue sparate facilone e grossolane sui giovani rompipalle? Sarà un’ennesima Fornero con i suoi choosy che non accettano lavoretti da quattro soldi? Sarà l’ennesimo candidato alle presidenziali (perché ormai, Italia, Europa o America, tutto il mondo è paese) ad asserire che certe professioni non hanno ragione d’esistere, che bisogna sopprimere le formazioni artistiche, creative, letterarie, umanistiche, che certi giovani dovrebbero “tirarsi su le maniche e imparare a fare i manovali”? Saranno gli esperti psicanalisti, i sentenziatori dalle colonne dei giornali? O i piagnucoloni di Facebook che sputeranno sentenze infarcite di faccine tristi e animaletti che lanciano cuori? Chi parlerà per Michele? Chi difenderà la sua categoria, la nostra categoria, chi spenderà due briciole di tempo – e di buon senso – per analizzare una morte che avrebbe potuto – dovuto! – essere evitata e che è, di fatto, una morte politica, una morte sociale, la morte di un tempo malato, sofferente, ingiusto, codardo e furbo, che addossa il male ai più fragili, che s’arricchisce sulle spalle degli altri, che schiavizza, umilia e poi, infine, per gradire, si lava le mani e brinda a Prosecco e caviale?

Perché della morte di Michele è responsabile il nostro tempo. Sono responsabili i politici corrotti, incompetenti, che ricoprono cariche senza merito, senza titoli, che inventano lauree e si nascondono dietro esperienze mai fatte. Quegli stessi politici che oltre confine mantengono a soldi pubblici moglie e figli – mantenuti profumatamente, lautamente, impunemente – ma che per controparte chiedono ai cittadini di fare sforzi, di serrarsi la cintura, di unirsi nelle difficoltà e nelle batoste che arriveranno, ché, si sa, i tempi sono duri, “ciascuno deve fare la sua parte”. Della morte di Michele sono responsabili le istituzioni che non hanno il coraggio di protestare a sufficienza, sono responsabili i sindacati che non hanno bloccato strade, piazze, sottopassaggi infilando ai lavoratori una bandiera e uno striscione tra le mani, a dire “a queste condizioni non ci stiamo, a queste condizioni non lavoriamo e vi blocchiamo il paese, e la forza siamo noi, non siamo schiavi, ma individui, persone, entità libere che meritano rispetto e condizioni lavorative adeguate alle mansioni svolte”. Della morte di Michele sono responsabili tutti quei datori di lavoro, tutti quei furbi – che non sono furbi ma solo poveri, stupidi, troppo ignoranti per capire cosa sia un’etica – che propongono contratti di lavoro truffa, ore non pagate, voucher e ancora voucher (ché, certo, una legge c’è, ma ci si potrebbe ribellare, si potrebbe dire “a questa stregua non ci sto, voglio di più per i miei figli, non tratterò i miei lavoratori come bestie”). E invece no. E invece tanto la pelle è sempre quella degli altri, i figli non sono mai i nostri, dunque peggio per loro. Allora è facile spostare l’attenzione, dare dei lazzaroni a questi giovani trattati a briciole e porte in faccia, è facile usarli come carne da macello, spronarli a volere di più, a farsi competitivi e cattivi, spietati, cinici “lavora tutta la notte, fammi vedere chi sei, fai le scarpe ai tuoi colleghi e se sei bravo alla fine sarai premiato”.

Della morte di Michele, in fondo, sono responsabili i cittadini. Quelli che accettano la miseria e stanno zitti, quelli che si rimbambiscono di televisore e video lacrimevoli, che postano commenti moraleggianti ma che sono i primi incapaci di ribellarsi, di opporsi, di sviluppare un pensiero critico che gridi “NO” a un mondo del lavoro che premia l’arroganza e gli schiavi. Perché si sa, per te che vuoi essere pagato come si deve, con malattia e contributi, c’è sempre qualcuno pronto a fare lo stage aggratis, ché, si sa, il lavoro fa curriculum, chisseneimporta se così facendo divento complice di un sistema malato, chisseneimporta se accettando la gratuità (perché magari me lo posso permettere) contribuisco alla creazione di un sistema di schiavi: assurdo, paradossale, ingiusto eppure accettato dalla più parte e, ormai, consolidato.

Ma della morte di Michele è responsabile anche il sistema scolastico, le non-riforme, gli impedimenti che fanno sì che i migliori, i più preparati, i plurilaureati restino a casa a guardare il muro, a sognare la chiamata di un’azienda che creda in loro, a fare test su test nella speranza di un posto dietro una cattedra, mentre in cattedra per anni ci sono stati quelli che una laurea manco ce l’avevano, ma è così, sono stati fortunati, sono arrivati prima, il mondo era diverso, c’era spazio per tutti. È responsabile l’università che imbarca i talenti, li lascia marcire negli scantinati, permette loro di friggere patatine mentre i raccomandati, i portaborse, i leccapiedi privi di talento e personalità, pronti a vendersi l’anima pur di guadagnarsi la tessera del miglior lacchè dell’ateneo, lustrano scarpe all’ordinario di turno, tengono corsi e corsetti e un giorno – ne possono stare certi – arriverà un bel concorso-farsa, un solo posto disponibile e tra una miriade di candidati pluripreparati e pluripremiati, vincerà lui, il lacchè-portaborse-lustrascarpe, ché, si sa, il mondo è un posto giusto, e prima o poi la ruota gira per tutti: “se l’è meritato” – dirà la commissione – “era senza dubbio il migliore”.

Siamo noi i responsabili di questa morte. Noi che nel nostro piccolo ci arrabbiamo e soffriamo e ci sentiamo impotenti, noi che accettiamo situazioni non consone alla nostra preparazione e ci umiliamo dicendo – come Michele – che non siamo abbastanza. È l’apatia che ci uccide, è l’autocritica spietata che ormai ci ha ammazzato tutto: i sogni, i progetti, la voglia di cambiare le cose. Ci sentiamo soli, abbiamo l’egocentrica pretesa di essere calpestati da una sorte ingiusta, e non consideriamo gli altri, tutti gli altri, che fuori vivono e soffrono come noi. Non gli diamo spazio, ci chiudiamo nelle nostre stanze, soffriamo nelle nostre divise sintetiche mentre i diplomi brillano appesi al chiodo. Ci indigniamo per un mondo che va per il verso sbagliato ma ancora una volta non riusciamo a premere il pulsante, non facciamo abbastanza, non facciamo abbastanza. Diamo lezioncine a tutti, ci sentiamo dispensatori di buoni consigli, sufficientemente saggi da essere superiori a tutti gli altri, ma la responsabilità del nostro esistere non ce l’assumiamo più. Abbiamo dimenticato la lotta, l’etica, a votare non ci andiamo – sous pretexte che tanto nessuno è all’altezza – e alla fine ci accontentiamo del virtuale, del clic, di un articoletto come questo che vorrebbe dire la rabbia e l’impotenza e gridare “non è così, c’è speranza, Michele non è morto invano” e che invece si accartoccia su se stesso, malamente, in una trafila di parole note, di aggettivi arrabbiati che in pochi leggeranno per poi passare ad altro: la vita continua, ci sono gli appuntamenti, il lavoro, la cena da cucinare, i vestiti di Sanremo, i like di Facebook. E altri impegni, altri, infiniti, oblii.

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