Giorgio Morandi e Tacita Dean. “Semplice come tutta la mia vita”

di Luna Mignani

Lo spettatore che si reca al giorno d’oggi ad una mostra di pittura, si troverebbe molto probabilmente in enorme difficoltà nel dover rimanere fermo davanti ad un’opera di Giorgio Morandi per più di qualche secondo. Se tale fenomeno riguarda in generale la fruizione delle opere d’arte in un mondo dell’immagine sempre più iperproduttivo e fugace, sicuramente aumenta nel caso di una successione di opere di piccolo formato, nelle quali il soggetto tende a ripetersi con minime varianti compositive, tonali e luministiche. L’osservatore tende a scorrere rapidamente le immagini, quasi fossero le sequenze di un video o le schermate di uno smartphone. La realtà accellerata in cui viviamo sembra produrre costantemente una quantità infinita di dati visivi e questi si impegnano a colpire, come un rumore continuo, la nostra vista e la nostra capacità di vedere. Siamo circondati in ogni direzione da una saturazione di artifici osservabili – inquinamento del visivo – che incrociano le traiettorie dei nostri occhi. Il valore dell’immagine deve allora trovare altre strade per affermarsi, o negando se stessa o riscoprendosi nella sequenzialità-velocità del mezzo video (che potrebbe anche rappresentare una ricerca nell’eccesso).

La mostra Giorgio Morandi e Tacita Dean. “Semplice come tutta la mia vita” inaugurata il 12 marzo a Palazzo Te a Mantova, dove rimarrà aperta fino al 4 giugno, sembra però parlarci di una visibilità possibile. Si tratta di una aggiunta breve, ma che si dilata verso altri tipi di spazio, svia ma trattiene, permettendo di pulire parte della nebbia superflua che partecipa all’incapacità di fermarsi o di cambiare tempo. Cinquanta opere di uno dei maestri che ha rappresentato una via fondamentale della pittura europea del Novecento (quadri che esprimono le sue ricerche sulla natura morta nel periodo che va dal 1915 al 1963) vengono messe in relazione con una rappresentante della realtà artistica contemporanea internazionale: un dialogo sussurrato nel silenzio. L’esposizione offre la possibilità di aprire la nostra cecità al passato di Morandi attraverso due opere del 2009 di Tacita Dean: Day for Night e Still life. Ad essere ripresi sono le tracce lasciate su un piano dalle cose scelte e contemplate dal pittore, e gli oggetti stessi. Inizialmente i video, girati nel suo studio bolognese ovvero nella cella di quello che Roberto Longhi chiamava il “monaco” Morandi, sembrerebbero proiettare solo una singola immagine. Ma se il visitatore ha la pazienza di osservare per un tempo più prolungato i filmati, si renderà conto che contengono una sequenza di inquadrature, ognuna delle quali non svanisce secondo i ritmi cui siamo abituati solitamente. Ogni segmento scelto non vive quindi solo del rapporto effimero con ciò che la precede e con ciò che la segue. Tacita Dean decide di non seguire il fluire canonico che permette la cinepresa, ma al contrario attraverso di essi ci ferma. Entrambi gli autori sembrano allora in modi diversi parlarci della meditazione sugli oggetti da cui scaturisce la creazione artistica e della visione, invitando il visitatore a cambiare sguardo per cogliere una dimensione in cui l’oggetto d’analisi sia la sostanza.

La mostra non si struttura sul protagonista in modo da antologizzarlo, ma riflette una prospettiva del presente. Si tenta di esprimere l’attualità di Morandi e di mostrare alcuni esempi attraverso i quali reinterpretare una classicità che oggi sembra sciogliersi in un mare che rischiamo di non capire più. Ma si coglie la volontà di mostrare una rilettura che volga senza agitazione su una produzione. Allo stesso momento possiamo notare in che modo il ruolo del curatore attraverso le proprie scelte contribuisca all’evoluzione di un linguaggio. Il percorso espositivo si incrocia nella sua creazione al lavoro espressivo dell’artista, attingendo alle ricerche costruttive del passato o da quel raro presente che non tende all’eliminazione. Sembra apparire un’azione in cui la metamorfosi della materia non termina nella sua distruzione o nella ricerca di un eccesso. Il vuoto non cancella la materia, costituisce pieno anch’esso, la complementa e contribuisce a definirla. A tale clima pacato appaiono del tutto opposte le metamorfosi rappresentate negli affreschi maestosi a Palazzo Te, le cui sale vengono attraversate dai visitatori prima di giungere agli spazi dell’esposizione temporanea. Qui si rincorrono episodi delle “Metamorfosi” di Apuleio ed Ovidio, in cui Giulio Romano sperimenta in crescendo sul dinamismo e sulla forza delle figure. Il pittore, attivo nella prima metà del Cinquecento, traduce perfettamente lo spirito manierista dell’epoca, che metteva alla prova – tendendo verso l’abbondanza – le possibilità raggiunte dalle ultime eccellenze del Rinascimento italiano come Michelangelo. Ma il ciclo pittorico mantovano culmina nella caduta, nel crollo. Nella Camera dei Giganti la grandezza diviene enormità, lo spazio si dilata oltre la materia ma per superarla e ricrearla, i giganti subiscono la vendetta del divino che hanno osato sfidare. Tutto è potenza espressiva e violenza. Sembra che l’arte senta di essere destinata ad annientarsi nella sua possibile magnificenza. Tutto crolla sull’osservatore. Analogalmente la stessa materia del palazzo, plasmata dal medesimo artista e apparentemente così solida nei suoi elementi classicheggianti, si rivela essere unicamente gioco bizzarro contenuto in una struttura dal disegno instabile: anche qui l’illusione è del crollo. La materia di Giulio Romano si muove instancabilmente in una sua continua creazione e disgregazione, mettendo in mostra la forza che rappresenta il motore.

L’effetto che si ottiene dopo aver percorso l’intero palazzo e raggiungendo la mostra su Morandi e Dean è del tutto inaspettato. Dal tumulto dei giganti si passa ad uno spazio di silenzio. I nostri occhi si muovono e sembrano rinascere nel mutare della materia che capovolge l’esperienza precedente. È evidente che la direzione presa non raggiungerà la grandezza ma il dettaglio, non ci si muove per aggiunta ma per scoperte minute (come il suono di un respiro), non si cercherà trionfo ma equilibrio, non prevarrà la moltitudine che sovrappone all’esasperazione la saturazione ed il dissolvimento, ma l’elementare e il concettuale che muove in un tempo cancellato per determinare un inizio di vita, un sentimento.

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