Morire di capitalismo

di Stefano Tieri

“Morire per delle idee”, a una prima occhiata, potrebbe sembrare un concetto desueto per noi europei del XXI secolo: chi è ancora disposto a morire per qualcosa, quando tutto sembra ormai essere a portata di mano, raggiungibile senza troppa fatica “grazie” a un sistema economico in grado di garantire ricchezza e benessere diffusi?

E se stessimo – paradossalmente – morendo proprio a causa di questo modello economico? E se questa morte, per lo più, non riguardasse solo l’essere umano, ma la gran parte delle specie viventi? Allora, “morire per delle idee” diviene una prospettiva tutt’altro che peregrina, estranea alla nostra cultura: ma anzi l’unica in grado di indicare la direzione verso cui ci stiamo dirigendo.

Dovrebbe essere ormai chiaro, e dopotutto i media sono ormai saturi di discorsi riguardanti inquinamento, surriscaldamento globale, effetto serra e antropocene: questo modello di sviluppo ci sta portando alla catastrofe, ma la consapevolezza di ciò non si traduce in un’azione politica volta al cambiamento. Il filosofo sloveno Slavoj Žižek lo ha acutamente osservato nel suo ultimo lavoro, tradotto in Italia da Ponte delle Grazie, dall’emblematico titolo Il coraggio della disperazione:

Un evento che in passato era vissuto come impossibile ma non reale (la prospettiva di una catastrofe imminente che, per quanto la sappiamo probabile, non crediamo si verificherà realmente e così la respingiamo come impossibile) diventa reale ma non più impossibile (una volta che si è verificata, la catastrofe viene rinormalizzata, vissuta come parte del normale andamento delle cose, come fosse stata possibile “già da sempre”). Lo scarto che rende possibili questi paradossi è quello tra il sapere e il credere: sappiamo che la catastrofe (ambientale) è possibile, e anzi probabile, nondimeno non crediamo che possa accadere realmente.

Persino quando eventi catastrofici si verificano sotto i nostri occhi (pensiamo alla devastante, non solo per l’agricoltura, combinazione tra siccità e “bombe d’acqua”) tendiamo a rimuovere il nesso causale con le nostre azioni e a ritenere inevitabili simili disastri climatici. Peccato che l’eccezione stia ormai diventando la regola, con buona pace dei negazionisti di ogni sorta – a cui consigliamo l’accurato e documentato “The Uninhabitable Earth” pubblicato di recente sul New York Magazine e leggibile gratuitamente sul sito internet della testata. Perché sembra così difficile – nel micro – vivere secondo dei modi che permetterebbero di ridurre e allontanare il disastro, e al tempo stesso – nel macro – pretendere che le istituzioni indirizzino la loro politica per fare altrettanto? Perché spostarsi in bicicletta, non mangiare carne e ridurre i propri consumi appaiono ai più scelte quasi “ascetiche”? Possibile che le ingiunzioni sociali siano così forti anche quando viene messa a repentaglio la sopravvivenza collettiva?

Stando a Žižek, non si tratterebbe di contrastare (o promuovere) un sapere – siamo già consapevoli del rischio che corriamo –, quanto invece di abbattere una credenza: che la catastrofe non è possibile. Una simile fede, ribaltata dal negativo al positivo, assume sfumature diverse: viviamo nel migliore dei mondi possibili, chi di dovere saprà evitare in qualche modo il peggio, non è possibile rinunciare a nessun costo – nemmeno dinanzi alla possibilità di morire – alle nostre libertà. Libertà di consumare, ma che in fondo si traduce in libertà di (auto)consumarci. Le ideologie non sono morte, anzi: siamo al cospetto di una che la morte la produce come nessun’altra prima d’ora, ma che ha raggiunto un’egemonia culturale tale da rendere impossibile la sua messa in discussione.

E allora si declina nuovamente il problema secondo delle prospettive che forniscono soluzioni inefficaci: c’è troppo inquinamento? Via alla green economy. Gli allevamenti bovini producono troppo metano? Si dia spazio alla proliferazione del marchio “veg”. Tutto per salvaguardare i consumi, e così evitare di ammettere – davanti a noi stessi – che una reale soluzione, in una situazione tanto deteriorata e precaria, si può trovare solo rimettendo in discussione l’intero sistema economico, e non re-indirizzando i consumi verso tipologie di prodotti maggiormente eco-friendly. Sarebbe ora di affrontare con coraggio – il coraggio della disperazione – la sfida davanti alla quale ci troviamo: la scelta è tra morire di capitalismo, e mettere profondamente in discussione il nostro stile di vita. Siamo in grado di farlo?

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