Morire in carcere: il “caso” di Stefano Cucchi

di Gabriella Furlan

carecere

Stefano Cucchi è morto il 22 Ottobre 2009 a seguito dell’incuria in cui é stato lasciato dopo le percosse ricevute durante l’arresto avvenuto solo una settimana prima, e la detenzione cautelare per spaccio di hashish e cocaina. 

La tesi dell’accusa nella causa intentata dai familiari per la sua morte è che Cucchi sia stato picchiato con violenza fine a se stessa e lasciato morire di inedia. Al momento dell’arresto non presentava lesioni, ma già il giorno dopo davanti al giudice portava segni di violenza subita. Non viene concessa la custodia domiciliare e torna in carcere. Quando, a causa delle sue condizioni, viene finalmente visitato da un medico, presenta lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).

La tesi della difesa degli imputati, ovvero le guardie carcerarie e i medici che lo hanno avuto in cura, è che Cucchi fosse al momento dell’arresto già in condizioni di salute precarie, che non ci fu violenza gratuita e che il detenuto rifiutò le cure e il cibo, causando la propria morte.

Il 31 Ottobre 2014 il processo di appello si è concluso con l’assoluzione per insufficienza di prove di tutti gli imputati. Il legale della famiglia Cucchi ha fatto ricorso alla Suprema Corte di Cassazione, mentre il procuratore capo di Roma dopo un incontro con la sorella di Stefano Cucchi Ilaria si è impegnato a rivedere tutti gli atti sin dall’inizio per accertare che le indagini si siano svolte correttamente. È anche importante sottolineare che, nonostante non sia stato individuato nessun colpevole a livello penale, la famiglia Cucchi ha ottenuto un risarcimento milionario dall’ospedale Pertini di Roma, dove Stefano era ricoverato al momento della morte.

Non ha senso qui addentrarsi ulteriormente nei dettagli delle indagini, vorrei piuttosto concentrarmi su quelle che sembrano essere le ragioni tragicamente strutturali che tendono a fare delle carceri italiane (e non solo) un luogo da cui si può entrar vivi e uscire morti. Il caso di Stefano Cucchi sembra infatti solo la dolente punta dell’iceberg di un numero vastissimo di morti sospette che ogni anno avvengono nelle carceri Italiane. Le statistiche (http://www.ristretti.it/) parlano di circa 150 morti all’anno, e le cause sono più o meno equamente divise in suicidi, morti naturali e morti da accertare (per le quali un’inchiesta é in corso). Anche fra i suicidi e le morti naturali ci sono molti casi sospetti con referti medici che rilevano lesioni chiaramente legate a violenze subite. L’Italia, non sorprende purtroppo, non si è ancora adeguata alle direttive europee in materia e continua a ricevere moniti e sanzioni in seguito ai ricorsi presentati dai detenuti per le condizioni degradanti in cui sono costretti a vivere (uno su tutti il caso Torregiani). Condizioni evidentemente degradanti anche per chi nelle carceri ci lavora, visto l’alto numero di suicidi fra il personale di custodia.

Un mio caro amico ha avuto la sventura di lavorare come guardia carceraria molti anni fa. Penso che la sua testimonianza possa essere comunque utile ancora oggi, nulla fa pensare che le condizioni generali siano molto cambiate da allora. Riporto integralmente la sua risposta alle mie domande:

“Ho svolto il servizio militare nel corpo degli Agenti di Custodia da maggio 1981 a maggio 1982, passando la maggior parte del tempo al carcere circondariale di San Vittore. Ho passato i primi tre mesi a Cassino al corso di addestramento dove, oltre a svolgere i normali compiti del servizio militare (marce, guardie, ecc.), ho ricevuto un’infarinatura sulla legislazione all’interno del carcere, una preparazione psicologica al servizio che sarei andato a svolgere, un’istruzione medica di pronto soccorso e un minimo di conoscenza delle armi in dotazione con due esercitazioni pratiche. Non molto comunque per affrontare un’esperienza del genere. Arrivato al carcere mi hanno informato che in portineria c’era a mia disposizione una pistola da ritirare all’uscita: non l’ho mai neanche voluta vedere. Dopo qualche giorno di frequentazione dei raggi (San Vittore è fatto a forma di stella a sei punte e ogni reparto viene chiamato raggio), mi sono trovato ad assistere ad un tentativo di regolamento di conti: ho chiamato subito soccorso ed il tentativo è fallito. Dopo un po’ si è avvicinato un detenuto dicendomi di stare attento a prendere certe iniziative perché loro sapevano chi ero e dove abitavo e non ci sarebbe voluto nulla a “rimettermi al mio posto”. Questo per far capire che tipo di atmosfera c’è all’interno di un carcere, soprattutto in una casa circondariale dove arriva ogni genere di detenuto che solo dopo la condanna definitiva verrà trasferito in una casa di reclusione. Il carcere è un luogo di violenza e di sofferenza. Di riabilitazione neanche l’ombra, anzi in carcere puoi fare carriera nella malavita. Un’altissima percentuale di detenuti è tossicodipendente e si affida alle cure dell’infermeria, ma chi ha la possibilità riesce a reperire la droga all’interno del carcere abbastanza facilmente, anche in cambio di favori di vario tipo… In generale le guardie carcerarie finiscono con l’assomigliare ai detenuti come atteggiamento e, secondo me, anche come scala di valori: voglio dire che a lungo andare l’ambiente di violenza e sopraffazione finisce per influenzare tutti, anche chi sta dall’altra parte della barricata. L’estrazione sociale delle guardie carcerarie è solitamente molto umile e questo non aiuta a migliorare i rapporti con i detenuti, poiché alla fine il confronto è sempre basato sulla forza e sul potere: vince il più forte e non sempre è la guardia. Alla luce di tutto ciò non mi stupisce più di tanto che Stefano Cucchi sia stato picchiato, perché questo è uno dei modi più usati per far capire come stanno le cose all’interno di un carcere. Quello che mi stupisce è che Cucchi non sia stato ricoverato prima in ospedale, viste le sue condizioni fisiche oltremodo critiche. Infatti devo dire che a San Vittore i medici si facevano in quattro per riuscire ad aiutare tutti, soprattutto chi ne aveva veramente bisogno. I medici erano forse gli unici a scostarsi da questa “logica” di violenza e cinismo, anche se avrebbero dovuto essere il triplo in organico per riuscire a far fronte alle esigenze di un carcere che all’epoca ospitava circa 1500 detenuti, il doppio della capacità nominale. Per quanto riguarda gli orari di lavoro e il compenso all’epoca io percepivo all’incirca £ 700.000 al mese, equivalenti a € 1500, per un lavoro organizzato a turni a rotazione, quindi sei-sette notti al mese. Avevo la mia branda nel reparto delle guardie e mangiavo in mensa. Secondo me non si può migliorare la gestione delle carceri così come sono strutturate, bisogna proprio cambiare impostazione se si vuole mirare ad una riabilitazione del detenuto. Il carcere di Bollate però può essere un buon esempio di come riuscire a coinvolgere i detenuti in progetti costruttivi. Il detenuto non può passare le giornate chiuso in gabbia a far nulla: così è abbruttimento puro! Il detenuto deve lavorare, deve ricevere affetto, considerazione, deve sentirsi utile, deve avere una speranza di futuro. Io credo si debba far leva sul bene e non sul male per il recupero di una persona; naturalmente non a tutti interessa il riscatto nella società, ma penso che nella maggior parte dei casi ci sia possibilità di successo: è importante che il detenuto non si senta un reietto”.

Credo che non ci sia molto da aggiungere a questa testimonianza se non che il Corpo degli Agenti di custodia è stato sciolto con la legge 395/90 e sostiuito dalla Polizia Penitenziaria, corpo civile che dipende dal ministero di Giustizia. L’intento di questa e di altre riforme era di far assumere al personale di custodia, la cui organizzazione rimane comunque a tutt’oggi di tipo militare, un ruolo maggiormente partecipativo nel percorso di riabilitzione dei detenuti. Un intento che, a parte qualche lodevole eccezione, é rimasto più che altro sulla carta (http://www.ristretti.it/areestudio/territorio/antigone/rapporti/formazione.htm).
Bisognerà aspettare la fine di gennaio per conoscere le motivazioni della sentenza di assoluzione per gli imputati del caso Stefano Cucchi; 90 giorni per farci sapere com’è possibile che una persona entri viva ed esca morta da un carcere, una struttura che dovrebbe avere come fine ultimo la riabilitazione e che a tale fine dovrebbe essere gestita e condotta. È possibile che, nella tragica incuria del sovrafollamento, coloro i quali dovrebbero essere preposti ad applicare delle strategie riabilitative sono invece abbruttiti da una realtà che li trasforma in carnefici, abbandonati al loro destino da una politica che di loro raramente si occupa in modo efficace, per esempio istituendo punizioni alternative alla detenzione per i reati minori? Molto più facile ed economico ovviamente sbattere tutti dentro, senza preoccuparsi se la capienza delle carceri è al collasso.

Come per altri aspetti della società Italiana le regole e le leggi non mancano, ma manca la volontà di applicarle. Una volontà che però vive, o muore, ogni giorno, dentro ognuno di noi: tutti i cambiamenti devono partire dai singoli per diventare davvero cambiamenti “della società”. Ognuno di noi ha il dovere non solo di attuare un comportamento etico, ma anche di pretendere un comportamento etico dagli altri e protestare quando ciò non avviene, a costo di passare per pazzo, di passare un guaio o di sentirsi minoranza. La nostra è una società dove ognuno si perdona tutto e perdona tutto agli altri, in cui la memoria dei misfatti e dei torti si esorcizza a “tarallucci e vino”, in tragicomica e decadente caduta libera. Dobbiamo affiancare e sostenere, con il nostro vivere etico e la nostra vigilanza, quei tanti che combattono quotidianamente la battaglia del cambiamento culturale non solo nelle carceri, ma anche nella società troppo ottimisticamente detta “civile” dove le varie mafie calpestano diritti in teoria già acquisiti andando a braccetto con le varie “sentinelle in piedi” che calpestano diritti ancora da conquistare.

Link di riferimento e di approfondimento:
http://www.duitbase.it/articoli/carceri-e-diritti-dei-detenuti-il-caso-torreggiani-e-le-riforme-strutturali-in-italia
http://www.ristretti.it/
http://www.prisonstudies.org/
http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-3d84ad6e-f239-4434-befd-4f3fb9ff1d10.html

Rispondi

1 Commento on "Morire in carcere: il “caso” di Stefano Cucchi"

Avvisami
avatar
Ordina per:   più nuovi | più vecchi | più votati
Matteo Gabrielli
Ospite

Brava Gabriella, sempre lucida e attenta… Bell’articolo!

wpDiscuz