Nodo suebo

NODI NARRATI

di Giuseppe Nava

Un tempo c’erano dèi che non amavano essere rinchiusi in un tempio. Preferivano i boschi, i prati, i fiumi. E a quegli dèi gli uomini consacravano i boschi, i prati, i fiumi. Nessun tempio era grandioso quanto una brughiera di eriche e ginepri, o una pietraia frequentata da capre. I sacrifici a loro offerti dovevano essere consoni: richiedevano sangue, acqua, piante aromatiche da bruciare, pratiche precise da seguire. Il sangue dell’uomo, più di tutto, placava gli dèi e ne concedeva le grazie.

Il sacerdote sceglie con cura chi avrà il dono di essere un dono: il rachitico, la scoliotica, quella con la gamba fessa, quello con due pollici, la nana, il gigante, l’albino, il sordocieco, il senza collo, l’ipertricotica, la mano a cucchiaio, il piede palmato, l’orecchio deforme, la spina bifida, il labbro leporino, l’occhio maculato, il collo di cigno, la scapola alta, il ginocchio recurvato, il piede caprino. A volte il criminale, il prigioniero di guerra. In casi estremi,

tagliano un rametto di albero fruttifero in piccoli pezzi, li contraddistinguono con certi segni e li buttano a caso su una veste bianca. Dopo di che il sacerdote […] invocati gli dèi con lo sguardo volto al cielo, ne raccoglie tre pezzi, uno per volta, e li interpreta secondo il segno impresso.

Tacito, Germania

Ma come fare in modo che gli dèi si ricordino dell’offerta, della gioia che certo ne hanno avuta?

La palude è un limbo di piante morte. Vi crescono muschi, sfagni, drosere carnivore, mirtilli rossi. Alle giuste condizioni diventa il posto ideale per preservare la memoria: basse temperature, i batteri consumano l’ossigeno, lo sfagno rilascia polisaccaridi che inibiscono il calcio e l’azoto. L’acqua insiste sul tannino, l’acidità aumenta e i tessuti del corpo subiscono una vera e propria concia. Nella palude, strato su strato, anno dopo anno, le piante morte diventeranno torba, ravvolta intorno a un tesoro. Prima lo hanno ingozzato di semi di vischio, e di un pastone di tredici erbe diverse. I denti escissi vengono posti nelle mani chiuse a pugno. Lunghe trecce sono strappate a forza e poi adagiate accanto alla testa inerte. Per sicurezza, il corpo viene spinto a fondo con delle pertiche. Una statua non innalzata al cielo ma infilata nella terra, dritta verso il ventre caldo della terra. Il fango entra negli orifizi, occlude i pori, impedisce allo spirito di fuggire. Se piacerà agli dèi, la carestia finirà.

Negli anni si contano centinaia di ritrovamenti di bog bodies, le mummie di palude, in nord Europa, Inghilterra, Irlanda. Quasi sempre vengono trovate dai tagliatori di torba. Seamus Heaney ne fece un elemento di poetica e dedicò una poesia all’uomo di Tollund,

i succhi scuri che lo trasformavano
nel corpo preservato di un santo

Una storia che vale la pena raccontare è quella di un uomo di Lindow, Inghilterra, che fa a pezzi la moglie e getta i resti nella torbiera dietro casa. La scomparsa della donna resta un mistero per vent’anni, quando nel 1983 un cranio viene ritrovato nella torbiera. L’uomo confessa l’omicidio e viene condannato, ma le analisi successive diranno che quella testa era là dentro dall’Età del Ferro, duemila anni prima. I resti della moglie, invece, non verranno mai trovati.

A volte gli acidi squagliano le ossa, altre volte solo queste si preservano. La testa mozzata di un uomo, presso il paese che oggi si chiama Osterby, Schleswig-Holstein, viene avvolta in una cappa di pelle di cervo e sistemata con cura in un punto preciso della palude. Il taglio della testa è stato fatto, come da precetto, all’altezza della seconda vertebra cervicale. Il taglio non è funzionale alla morte ma è un’affermazione, una parte del rito. Niente di tutta questa violenza ha come unico fine la morte; è un discorso con il dio, una supplica. L’uomo di Osterby era un uomo libero, come dimostra l’acconciatura, i capelli rimasti incollati al teschio e resi rossi dagli acidi. Tacito definì suebi, o svevi, tutta una serie di popolazioni del nord, la cui particolare acconciatura verrà ricordata come nodo suebo:

Non si ornano per amare o farsi amare, ma per accrescere l’imponenza e incutere timore.

Tacito, Germania

Raccogli i capelli sul lato destro della testa; dividili in due ciocche; intrecciale strettamente fino alla punta; avvolgi la treccia a formare un’asola; infila nell’asola la parte restante della treccia, a sua volta ripiegata a formare un’altra asola; lasciando andare i capelli, il nodo si fissa da sé. I capelli impomatati di torba si stringono sul niente, si stringono su essi stessi, l’aria si sposta e rimane solo il nodo. Così uguale senz’aria rimaneva il corpo nella palude, un nodo a memoria e ornamento del sacrificio, stretto su sé stesso e nient’altro.

Ma quando gli dèi torneranno, e non troveranno più i loro doni dove li avevano lasciati, e i boschi e i prati e i fiumi sconsacrati, cosa faremo?

Un tempo
gli dèi divertiti
al di sopra del Tartaro
gridarono con belle voci:
"Appendetelo a testa all’ingiù,
così la roccia gli cresce dentro la bocca."
(J. Bobrowski)

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