“Noi” di Bruxelles

di Alessandro Di Grazia

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I fatti di Parigi e Bruxelles, ormai appare chiaro, sono atti di violenza che riguardano l’Europa nel suo insieme. La stazione del metrò di Maelbeek, uno degli obiettivi delle esplosioni, si trova nel centro di Bruxelles in prossimità della sede gli uffici della UE, il che ha un valore più che simbolico. Anche se è chiaro l’obiettivo, su chi sia invece il mandante degli attentati non c’è alcuna chiarezza. I commenti, i distinguo, le contorsioni dialettiche e le strumentalizzazioni politiche si accavallano freneticamente con l’effetto di smorzare un po’ l’impatto emotivo prodotto da questi eventi luttuosi. Non occorre parlare degli irresponsabili come Salvini, le cui tesi sono del tutto insostenibili, fatti alla mano, dato che non esiste nessuna correlazione tra profughi, migranti e attentatori. L’idea di chiudere le frontiere e intensificare i controlli, rispetto al rischio di attentati, è del tutto infondata.

Più proficuo invece può essere un confronto con chi, come Massimo Cacciari, nella sua azzeccata rubrica “Parole nel vuoto”, ospitata da L’Espresso il 25 marzo scorso, sostiene una tesi importante ma, a mio avviso, non esente da contraddizioni. Essa rispecchia il modo di affrontare questi eventi con un’angolatura riconoscibile nella parte della società più ‘illuminata’, meno incline a lasciarsi andare a risposte irrazionali e violente. Cacciari vuole smontare la tesi dello scontro di civiltà e di religioni: l’Islam non è nemico della Cristianità, nello specifico cattolica. I valori del Corano sono del tutto compatibili con i nostri e la convivenza è possibile, specie se dismettiamo l’idea eurocentrica secondo cui vi sono culture di serie A (la nostra) e di serie B (il resto del mondo). Nel discorso di Cacciari c’è però una strana divinità che non viene menzionata esplicitamente, ma convocata: si tratta di Nietzsche, dal quale viene presa in prestito la formula “Grande Europa”.

Se Cacciari invoca, ancora una volta, i valori della democrazia e delle promesse mancate in cui essa si sarebbe impegnata, fa un torto al suo mentore e alla realtà, poiché sembrerebbe che l’Europa di Nietzsche sia l’Europa che conosciamo, o meglio che presupponiamo esista: un’unione, benché incerta e precaria, centrata sul concetto di democrazia e di laicità. Ma questa non è l’idea di Europa che Nietzsche aveva in mente, né questa, tanto meno, è l’Europa che ci troviamo tra le mani. Nietzsche aveva in mente un’idea di Stato del tutto inattuale, che poco o nulla ha a che fare con gli stati che conosciamo e a maggior ragione con l’Europa che si presenta come un meta-stato altamente burocratizzato. Dunque, se siamo sotto attacco, qual è l’obiettivo effettivo? Siamo in guerra, ma di quale guerra si tratta? E contro chi? Quando è iniziata? E soprattutto, ed è questo su cui vorrei soffermarmi, chi la combatte?

Dire, come fa Edward Luttwak, che questa non è una guerra di religione ma una guerra ideologica è strumentalizzare la questione per assolvere e mettere in ombra le responsabilità e le azioni degli USA e, con esse, quelle dei suoi alleati. Tra Luttwak e Cacciari c’è senz’altro una grande distanza, se non incompatibilità di vedute, ma su un punto, non secondario, le due posizioni convergono: l’Isis è un aggressore militare che poco o nulla ha a che fare con rivendicazioni religiose. È un movimento ideologicamente orientato, armato e pericoloso e, in quanto tale, in qualche modo, va combattuto. Mentre quello di Luttwak, nella sua tremenda e mistificatoria semplificazione, è un pensiero concreto, poiché ha un obiettivo preciso, anche se non è quello che viene esplicitato, l’obiettivo di Cacciari, e con lui di moltissimi dei nostri intellettuali, appare indecifrabile e sfumato. Si tratta per lo più di recriminazioni dal sapore vagamente moralistico e di accuse ad astrazioni come la democrazia, lo Stato o l’Europa. “Gli USA hanno sbagliato a fare la guerra in Irak”; “l’Europa non ha mantenuto le promesse di democrazia al di fuori dei suoi confini e tanto meno al suo interno, spostandosi sempre maggiormente – sostiene Agamben – verso una nuova forma di Stato d’eccezione che va sotto il titolo di Stato di sicurezza”; “gli USA hanno creato delle milizie in Afghanistan che poi sono andate fuori controllo, un’arma che poi si è ritorta contro il suo creatore”.

Sono degli esempi di retoriche continuamente in atto, riprodotte all’infinito che danno una ben determinata tonalità emotiva alle nostre coscienze. Si tratta della retorica delle buone intenzioni (delle nostre democrazie) a cui non si sottrae praticamente nessuno – inutile fare esempi, se ne trovano a migliaia nelle dichiarazioni di politici e intellettuali. Per contro, siamo immediatamente disponibili a identificare, come fa Cacciari, nel nuovo nemico, l’Isis, una volontà di male che ne totalizza l’identità. Del resto Cacciari identifica l’Isis come un’ideologia di morte, come se la sua presenza fosse un’emanazione dell’irrazionalità più maligna, una manifestazione fuori dalle grazie di Dio, qualcosa che non dovrebbe esserci, ma c’è! Ma cosa significa ciò? “Noi” – sempre che sappiamo dare un contenuto a questo pronome – non possediamo un’ideologia di morte? Come mai di un’ideologia di morte delle nostre società avanzate non si parla? Si tratta forse di un lapsus, di una semplificazione, oppure si tratta di un tabù? Mi pare sempre stonato che certi discorsi si affaccino alla coscienza quando subiamo un insulto e mai quando siamo noi ad insultare gli altri. Se l’Isis rappresenta l’ideologia di morte irrazionalmente incarnata, noi rappresentiamo le buone intenzioni fallite. C’è da chiedersi se questa rappresentazione sia sostenibile di fronte ai più che chiari atti di guerra messi in atto con copertura mediatica scientemente misurata, dalla forza occidentale, a meno di non pensare che la guerra sia la prosecuzione in altro modo di queste buone intenzioni; il che ha pure un nome: esportare la democrazia.

Ma su questo vorrei essere chiaro: non sto indignandomi per quanto siamo cattivi noi e per spezzare lance in favore dei popoli oppressi che poi, giustificatamente, ci si rivoltano contro. No, gli altri non sono migliori di noi e noi non siamo migliori degli altri. Chiunque sia in grado di gestire la morte altrui non ha molti scrupoli e, se può farlo, probabilmente lo farà, come lo farebbe ciascuno di noi se si trovasse nel posto giusto (o sbagliato a seconda del punto di vista) nel momento giusto. Dopo gli attentati di Bruxelles diversi giornalisti hanno di nuovo tirato in ballo il nostro Nietzsche connotando le azioni terroristiche con la parola nihilismo. Ma “nihilismo” è una parola inquieta, multiforme e subdola che si presta ad utilizzi a volte contrapposti. Sul filo di questa parola si snoda anche l’importante articolo di Olivier Roy comparso su Le Monde l’anno scorso, le cui tesi riprenderò a breve.

Se evochiamo il Dio del Negativo, allora dobbiamo andare fino in fondo e dire apertamente (cosa che Cacciari non fa) che la guerra si combatte da due (o più) lati e che chi ha la forza dalla sua è in grado anche di determinare per sé e per gli altri la gerarchia di valori fondante: l’idea di giustizia, innanzitutto, ma anche quella di salute, di rispetto,… È importante sapere che anche noi, in questo momento, agiamo in difesa dei nostri privilegi e che combattiamo la nostra guerra, come gli altri combattono la loro e tutto ciò si fa con dei racconti, prima ancora che con le armi. Ma è proprio sul piano delle nostre narrazioni che qualcosa dal 2001 in poi si è rotto. È su questo punto che il nostro ordinamento di valori, la narrazione che l’occidente fa di se stesso subisce una potente battuta d’arresto. La storia raccontata non è più quella raccontata soltanto dai vincitori (da noi insomma) ma anche da quelli che perdendo, uccidendo, sacrificandosi e scomparendo, vincono.

Nel nostro gioco di narrazioni la figura dei fratelli di morte e nella morte uniti, costituisce un punto di rottura, un’incrinatura, forse anche una vera e propria spaccatura del tessuto immaginario delle nostre società e questo per un fatto semplicissimo: queste persone, giovani, vengono dalla stessa società da cui proveniamo “noi”, quelli che hanno ricevuto un’istruzione, che sanno comunicare più o meno bene, che si divertono, sono spensierati, pensano alle ragazze e così via. I fratelli discotecari fino a sei-otto mesi prima di darsi a tutt’altre attività. Nei primi giorni di aprile la stampa ha puntato molto a delineare il profilo criminale, e quindi pericoloso, di questi fratelli, come se questa tendenza alla delinquenza potesse rassicurarci di fronte all’enormità del fatto che queste persone si sono fatte esplodere.

Credo che il vero problema in questa nuova fase del terrorismo non sia il fatto di subire un atto di guerra, ma che gli autori siano in fondo indistinguibili da “noi”. Questo e solo questo fa problema e non una vaga “ideologia di morte”. Non si tratta di islamici fanatici, non si tratta di disperati, nel senso tradizionale del termine, cioè gente senza casa, reduci da guerre combattute sopra le loro teste, profughi, espatriati o altro. No, sono la seconda generazione degli immigrati. Gli attentati di Parigi e di Bruxelles sono stati messi in atto da cittadini francesi o belgi provenienti da famiglie immigrate dalla Siria o altri paesi dell’area. Per di più spesso erano parenti come nel caso dei fratelli El Bakraoui, Khalid e Ibrahim, oppure di Abaaoud, considerato il “cervello” dell’attentato a Bruxelles, morto per mano della polizia come sua cugina Hasna Aitboulahcen.

Olivier Roy, su Le Monde, ha perfettamente diagnosticato questa “stranezza”: non siamo di fronte al tentativo dell’Islam di conquistare l’occidente, ma di un’islamizzazione interna all’occidente stesso. Anche se i termini potrebbero essere precisati meglio, la cosa rende bene l’idea. Infatti, con le parole di Roy identificheremmo l’Islam ancora una volta con un elemento minaccioso e foriero di sciagure, mentre dovremmo dire, a costo di essere meno efficaci, che ci troviamo di fronte a un diffuso processo di precarizzazione e destabilizzazione della società nel suo complesso. Da questo punto di vista gli immigrati di seconda generazione in ascesa sociale e i nostri giovani che continuano a cadere ‘fuori’ dal tessuto della socialità (da intendersi non soltanto in senso economico, ma in senso più ampio come luogo di cura e umanizzazione dei soggetti, degli individui) si incontrano e si incrociano in una sempre più vasta area grigia su cui insistono le più diverse forme istituzionali: la psichiatria, l’ospedale, il carcere, la scuola, i tribunali e così via.

Chi mantiene i privilegi e un’ampia possibilità di mobilità sociale e anche geografica, rappresenta una fetta di popolazione che è destinata inesorabilmente ad assottigliarsi. Da questa area grigia, provengono segnali di ribellione e di ribellismo, di disperazione e di rancore. Essa a mio avviso è caratterizzata da qualcosa che legittima l’aggettivo “grigio”, e cioè dall’impossibilità di rappresentarsi socialmente: è la zona in cui le soggettività vengono disperse, dove la caduta verticale di riferimenti valoriali non ha contrappesi culturali (è inevitabile pensare all’impotenza della scuola), una zona in cui la minaccia di morte è rappresentata, non dalla sparizione del corpo, ma dalla cessazione di una riconoscibilità effettiva.

A tutto ciò la risposta può essere una rassicurante familiarità, il legame di sangue che impegna in un’impresa disperata. Non sarebbe forse possibile tracciare una linea di giuntura tra i fratelli assassini e gli amici Foffo e Prato accomunati nella spedizione di morte contro Varani? Si dirà del “passatempo” assassino dei ragazzi della Roma bene che non si sono uccisi uccidendo. Ma se allarghiamo un pochino lo sguardo, non è possibile non individuare nell’assassinio ludico un nihilismo che investe gli stessi soggetti che lo hanno messo in atto e che, specie in questi casi, l’omicidio ha anche un forte valore suicidario.

Se questa saldatura, caratterizzata da atti ‘insensati’, è possibile, allora tutte le elucubrazioni su rifugiati, islamici religiosi e fanatici cadono in secondo piano o addirittura mostrano la loro vacuità e il volto di una demagogia che ha il doppio scopo di creare un nemico, sempre utile in momenti di crisi e di occultare l’impotenza a svolgere una riflessione radicale sul nostro presente, sulla nostra decadenza e sul nostro nihilismo. L’orrore, lo spavento e la totale incomprensione che avvolgono il terrorismo di “matrice islamica” e l’omicidio Varani (è solo un esempio possibile tra tanti altri) ci dicono qualcosa della loro similitudine e della loro assimilabilità. Di fronte all’inquietudine che questi fatti provocano, le categorie politiche, sociologiche e antropologiche sembrano vacillare.

Allora è il momento delle scienze psi: psicoterapeuti, psicologi e psichiatri vengono interpellati per spiegare l’inspiegabile. Nella diagnosi di psicosi troviamo per un momento sollievo, come nel caso dell’intervento di Crepet sulle pagine dell’Huffington post. Si, certo, “non sono persone normali quelle che…”, ma il punto non sta lì, il punto è sapere come due fratelli mediamente integrati e scolarizzati in sei mesi si trasformano in agenti dell’autodistruzione e della distruzione. Utilizzare la categoria della psicosi, anche in senso sociale, non può rendere conto della premeditazione, dell’organizzazione, anche militare, che atti del genere comportano. Il fatto che abbraccino una causa, anche estrema, non fa problema: quello che fa problema è entrare in un’organizzazione e farsi trasformare in kamikaze. Fa problema passare dalla discoteca, o anche dai furti o dallo spaccio di droga, al cinturone di esplosivi e infine fa problema che questo progetto è condiviso tra fratelli, il luogo della protezione, della solidarietà incondizionata, ma anche dell’invidia e del rancore.

C’è il rischio di “radicalizzazione”. Già, ma cosa significa questa parola? Cosa significa radicalizzare la propria vita? Anche qui con una parola ben confezionata passiamo sopra l’essenziale. Ho sempre pensato al delinquente, al desiderio di trasgredire le regole sociali come rappresentazioni di una vitalità e di un vitalismo indomabili, che si rovesciano nel contrario, cioè nella morte, come momento, sì inevitabile, ma non pianificato. La morte, nel vitalismo che passa agli atti, è e deve rimanere il lato oscuro della vitalità, la zona non in discussione, non dialettizzabile. Invece in questi casi avviene proprio questo, l’orizzonte di morte diviene il motore stesso di un’azione che ridarebbe speranza alla vita. I fratelli, i congiunti, entrano in una spirale di reciproco rinforzo in cui nessuno mantiene la bussola della ragionevolezza e riesce a trattenere l’altro da decisioni estreme; i congiunti diventano congiurati che si congiungono per sempre al riparo della frammentazione e atomizzazione sociale, attraverso la morte, in una sorte di martirio allargato.

La radice della violenza collettiva sta in una questione di onore: tirarsi indietro dall’azione è più spregevole della morte. Con ogni probabilità è questo meccanismo di rinforzo a spirale crescente che vincola due o più parenti ad un gesto così estremo, che presuppone in ogni caso una qualche forma di isolamento spinto, un senso di isolamento che permea tutta l’area grigia cui accennavo prima, caratterizzata dall’assenza di riferimenti sociali reali. Gli intellettuali e i politici più avveduti e responsabili hanno sempre insistito che leggere il terrorismo alla luce di uno scontro di civiltà sia fuorviante. Questa posizione, in parte condivisibile implicitamente, pone due cose: le altre religioni non sono, nella loro essenza, aggressive e l’occidente laico è tollerante. Ma anche questa è una posizione ideologica in quanto non è possibile radicalizzare e rendere così astratto il tema. Inutile rivangare i trascorsi anche recenti della Chiesa Cattolica. Ma quella doppia affermazione ideologica corrisponde a una doppia elisione che permette di mantenere in ombra che la laicità, nella sua forma attuale, non può espellere il religioso e che il capitalismo, in quanto religione senza dogmi, sovverte inesorabilmente l’ordine sociale.

Se così è, dovremmo allora pensare che la questione religiosa ha effettivamente un ruolo, ma in senso diverso da quello che possiamo pensare normalmente. E se ci ritrovassimo a fare i conti con una perturbazione di quanto di più acquisito e scontato nella nostra cultura secolarizzata, e cioè la dismissione di ogni forma di teologia metafisica? E se i valori dell’illuminismo avessero molto di più a che fare con la religione di quanto non pensassimo? Se la laicità stessa non fosse in grado di mantenere la sua promessa? Allora il massimo dell’irrazionalità sarebbe la pretesa di considerare la razionalità il valore supremo e questo per il fatto che tale ‘programma’, di tradizione illuministica, non sta più in piedi, sembra arrivato al capolinea. E se fosse questo il nihilismo interno alle nostre società, un nihilismo che per noi forse è qualcosa di assolutamente necessario?

Credo che la religione c’entri, ma in un modo molto diverso da come pensano Cacciari e altri intellettuali laici. Non si tratta di confessioni, di scontro di tradizioni ben acquisite, digerite e riconosciute, ma dell’assenza del sacro in quanto tale, senza nome e senza patria. Per noi europei la lotta alla credenza metafisica è un dato dal quale non possiamo retrocedere, anche volendolo; forse questo è l’unico valore che unisce ‘di fatto’ l’orizzonte europeo. È un dato che possiamo solo attraversare interamente. Sul percorso di questo attraversamento lasciamo a terra una scia di sangue, che sia il nostro o quello di chi viene per essere ospitato. I fatti di Bruxelles, di Parigi, ma anche di New York ci insegnano che una società secolarizzata può stare in piedi, ma una società desacralizzata invece no.

È sul versante della desacralizzazione che prolifera la narrazione, ipocrita e mielosa, della democrazia, della giustizia e dei diritti. E lo stato laico, nella forma che ancora, in modo precario, mantiene, non è in grado di favorire né tanto meno di lasciare lo spazio alla formazione spontanea di quella struttura basica della società che assicura una convivenza effettiva tra gli uomini. Qui bisogna essere chiari e non farsi ingannare dalle retoriche delle ultime marionette politiche che appaiono sulla scena: la socialità sopravvive non grazie allo Stato, ma nonostante lo Stato. E questa sopravvivenza, nei suoi aspetti estremi prende il volto del terrore. Il terrore è l’ultima, estrema ed impossibile risposta allo sradicamento totale prodotto da quella religiosità senza sosta che è il capitalismo finanziario. Ma anche questa non può essere l’unica rappresentazione: la società effettiva sta mettendo in atto negli ultimi anni pratiche ed esperienze sociali e di convivenza, rispetto alle quali le istituzioni sono costantemente in ritardo, tentando di farle proprie, di assimilarle e di gestirle a fini quasi esclusivamente di consenso. Tra queste pratiche dobbiamo contemplare anche gli estremi come un dato. In tutte le pratiche dal basso c’è il tentativo di uscire da quella zona grigia di anonimato e di schiavizzazione cieca della vita.

L’essenziale è che la frammentazione sociale, che appare come l’accesso o la promessa di accedere a sempre maggiori quantità di beni, è una nuova forma di totalitarismo, rispetto alla quale la seconda generazione di immigrati cova un profondo risentimento, come un profondo risentimento è la tonalità emotiva delle nuove generazioni che si affacciano alla società e che da questa sono in definitiva rifiutate. A questa zona grigia manca la parola e gli strumenti narrativi per identificarsi e rappresentarsi. È sul brulicare di questi muti disperati che possono far leva i demagoghi, gli strumentalizzatori e anche i manipolatori professionisti delle coscienze, gli oscuri galoppini degli interessi inconfessabili dei grandi poteri. Ma attenzione a dare la colpa a questi ultimi, perché dobbiamo sempre ritornare alla fucina in cui un’estrema debolezza del tessuto sociale viene mantenuta costantemente in vita. Cerchiamo quindi di essere all’altezza del nostro nihilismo, perché solo questa attitudine ci può dare, paradossalmente, un filo di speranza e farci immaginare un futuro praticabile.

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