Non di solo pane…

di Ruben Salerno

Rat-Man: un dio terribile

La vita è un gioco delle parti, proprio come in drammaturgia. Non c’è teatro senza conflitto, postulò Ibsen quasi un secolo fa. L’interazione pacifica tra i personaggi non basta però a rendere una storia interessante, ci vuole un episodio che crei scompiglio, problematiche, movimento. Senza conflitto non si genera energia e senza energia non c’è vita. Ben consci di questo semplice assioma, i registi e gli sceneggiatori della cosa pubblica hanno mosso per secoli le folle e il senso comune, inventando di sana pianta i nemici della patria, dei costumi e di Dio.

Dicesi: “estremismo islamico”, intendesi: “l’ennesimo spauracchio di un potere arrugginito che costruisce cortine di ferro e abusa dell’antico motto romano divide et impera”. Il nemico d’Occidente, fatta salva la parentesi in cui andava di moda l’orso russo, è sempre stato l’Islam. “Mamma, li turchi!” gridavano i nostri antenati quando le navi ottomane si avvicinavano alle coste della penisola. La sconosciuta minaccia mediorientale ha sempre spaventato e fatto inorridire l’opinione pubblica: il feroce Saladino, l’impero selgiuchide, lo stato teocratico iraniano, i terroristi palestinesi, talebani, libanesi, iracheni, yemeniti, Boko Haram e, last but not least, l’Isis. Le donne a volto coperto, il proibizionismo alimentare, le esecuzioni e l’integralismo religioso sono fattori inaccettabili e difficili da sopportare.

Eppure, nella Babele dei consumi e della morte di Dio, dove il vuoto spirituale regna incontrastato, il fascino tenebroso degli assassini del deserto ammalia alcune giovani menti, restituendo loro uno scopo, una bandiera da seguire. “Allah è grande e Maometto è il suo Profeta…”, recita l’adhãn, la chiamata islamica alla preghiera, e tanto basta ai novelli miliziani per andare al massacro. Sembra quasi che uno slogan, per quanto ben recitato, possa racchiudere in sé ogni trascendenza, il senso della vita o il mistero della fede. Come se Dio, patria e nazione fossero un tutt’uno e, dalle coste meridionali del Mediterraneo alle pendici dell’Himalaya, vigesse un’unica cultura, scorresse un solo sangue e si vivesse allo stesso modo. Invece, anche l’Islam ha avuto le sue crisi politiche (l’invasione ottomana), il suo Lutero (Alì), le sue correnti (sunniti, sciiti, kharigiti, alawiti) e le sue eresie (ismailismo, zaydismo, baha’i, ecc.). Così come nel Cristianesimo, la parabola divina dei testi sacri è stata manipolata, interpretata e adattata. Invece di editti e concilî però, ha generato la “Sunna”: libro di codici, precetti e leggi che regola la vita del fedele, basandosi sulle gesta di Maometto e i suoi compagni. In nome di essa sono state educate le masse, combattute guerre, costruite e distrutte nazioni.

Così simili, eppure così diversi. Alla caduta degli idoli religiosi occidentali, infatti, è corrisposta in medioriente una crescita esponenziale del dogmatismo più becero. Tuttavia, finché l’eresia capitalista garantiva una casa, una donna e un lavoro, il sogno americano contagiava gli animi più deboli, in cerca di verità da inseguire, pronti a scannarsi per quel po’ di soldi, quel po’ di celebrità. Ora invece, che insieme alle torri è crollata anche quell’illusione, la scelta tra il dollaro e la vita eterna (nei giardini pensili di Babilonia, in compagnia delle bellissime Uri) non è più scontata. Con buona pace di Feuerbach e Marx, il bisogno di risposte ultraterrene sta risorgendo e non c’è scienza che possa cancellare quel desiderio di immortalità che alberga in ogni essere umano, spingendolo a desiderare di essere stato creato con uno scopo, a Sua immagine e somiglianza… Sulla base di quest’enorme incertezza sguazzano i falsi profeti, catalizzando consensi e raccogliendo adepti alla propria causa che, paradossalmente, è molto più terrena. Mentre le masse di nuovi fedeli si scannano a colpi di mortaio sulle montagne del Sinai e dintorni, i leader dei vari schieramenti commerciano in petrolio e armamenti, spartendosi terre e bottini. Ignorando tutto ciò, i protagonisti dell’intreccio continuano a recitare la proprie parti, come da sceneggiatura. I buoni (la Nato, la democrazia, ecc.) invocano nuove crociate, Poitiers o Lepanto; i cattivi (i terroristi islamici) minacciano l’equilibrio e lo status quo; poi ci sono i traditori (i giovani di cui sopra), i rinnegati (i musulmani occidentalizzati), le vittime (donne e bambini), gli eroi e i martiri. Insomma, tutte le premesse per una grande performance, dal testo alla regia, dalla scenografia al trucco ed ai costumi. Il pubblico, grazie a Internet, è sconfinato, per la gioia dei produttori.

L’unico rischio però, nel giocare ad essere Dio, sta nel farsi sfuggire di mano la Storia ed essere travolti dagli eventi, costringendo gli attori a recitare a soggetto, o come in una piéce d’avanguardia, ad improvvisare. Accade così che le vicende prendano pieghe inaspettate: personaggi secondari, ritenuti prima inoffensivi, diventano principali; la distinzione tra il bene e il male si affievolisce e armi apocalittiche finiscono per essere imbracciate da mani inadatte… Il resto è silenzio.

Sipario.

Applausi.

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