Non solo ferie

di Ruben Salerno

Sì, viaggiare! cantava Battisti, interpretando quel senso di libertà e spensieratezza che riempie l’anima di coloro che si apprestano ad affrontare un percorso, anche breve, per svago o vacanza. Un modo diverso di viaggiare, che poco ha a che fare con la necessità di spostarsi.

Il viaggio ha sempre fatto parte dell’essere umano. Un tempo si viaggiava su e giù per il globo per necessità: alla ricerca di cibo, di terre da conquistare, ricchezze da scoprire, oggi per riunioni aziendali, conferenze e quant’altro ma, ad eccetto di pochissimi fortunati, mai per svago o per andare in ferie. Questa tipologia di viaggio, ora numericamente quasi al pari dei viaggi di lavoro, si è sviluppata in modo esponenziale dal Secondo dopoguerra in poi, tanto da divenire un bisogno di massa, un diritto a cui è difficile rinunciare. Le agenzie turistiche e i tour-operators investono centinaia di milioni di dollari in studi di mercato e sociologici, allo scopo di individuare ogni sorta di vacanza possibile da poter inserire nelle proprie offerte e soddisfare le richieste della clientela. Le stesse apparenti ricerche libere su internet di chi vuole “fare da sé” sono in verità veicolate oppure orientate agli stessi obbiettivi. Perché mai l’uomo comune dovrebbe svenarsi nell’animo e nel portafoglio per qualche giorno fuori porta?

Le ragioni sono molteplici e sfaccettate: c’è chi invoca l’agognato relax, chi si lancia all’avventura con gli sport estremi, chi lo fa per potersi vantare, una volta tornato, con selfie scattati in luoghi ameni e meravigliosi, chi viaggia per sesso e chi per amore, chi rinuncia temporaneamente al libero arbitrio affidandosi in toto a un viaggio organizzato. Tanti aspetti, che riflettono forse un unico, malcelato bisogno: la fuga. L’essere umano ricerca nella vacanza un’astrazione temporanea, via di casa, fuori dal contesto quotidiano, qualunque esso sia. Reinterpretando un noto proverbio, l’erba del lontano è sempre più verde. Si è quindi disposti a sostenere notevoli sacrifici pur di ottenerne almeno un breve assaggio, sia la meta una città d’arte, una spiaggia affollata o la cima di un monte.

Me lo sono chiesto spesso, cosa spingesse i miei clienti-allievi, fossero essi impiegati romagnoli o super-manager londinesi di finanziarie internazionali, ad affrontare centinaia (se non migliaia) di chilometri per farsi insegnare i rudimenti dello sci, nella speranza di provare un giorno l’ebbrezza di guardare il mondo dall’alto e scendere lungo i pendii innevati. “Ne vale davvero la pena?”, mi chiedevo. Poi un pomeriggio, in cima a una seggiovia, mentre pensavo a me stesso pensante, guardando il tramonto riflettersi sulla neve lungo i versanti alpini, mi è tornato alla mente un brano che avevo studiato quasi a memoria per un’interrogazione in terza superiore, ovvero l’Ascesa al monte Ventoso di Petrarca, in cui il poeta cita a sua volta un passaggio delle Confessioni di S. Agostino:

E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e dimenticano se stessi.

Il momento di estasi, presunto o provato, basta a motivare le fatiche impiegate per raggiungerlo, perché proietta l’individuo fuori da sé, dal torpore della quotidianità, ma non basta risolvere il nodo esistenziale di chi lo ricerca. Prova ne sia che, una volta ritornato alla quotidianità, affiorano la nostalgia per il viaggio terminato e il tedio per la vita reale. Riparte così il progetto dei viaggi futuri, il fantasticare che riaccende il lume della speranza. La vacanza si carica di significato perché è la promessa di una meta felice, poco importa se quasi sempre non rispetti le aspettative, tramutandosi in un leopardiano sabato del villaggio. In fondo lo stesso termine “vacanza” deriva da vacuum, ovvero “vuoto”. In assenza di un contenuto profondo si origina così l’assioma per cui “il viaggio è bello poiché è viaggio”, indipendentemente dal fatto che includa valigie pesanti, attese in aeroporto, difficoltà di organizzazione, litigi, macchine sovraccariche, file in autostrada.

Perché quindi sacrificarsi in nome di un cambiamento che, per mezzo del viaggio, apparentemente non ha luogo? La risposta ci viene data da una delle più basilari leggi della fisica, ovvero che il moto dipende dal sistema di riferimento. Un individuo può viaggiare fino in capo al mondo e rimanere al tempo stesso fermo se osservato da un altro punto di vista, ugualmente proiettarsi oltre i confini dello spazio senza muovere un passo. Può avvenire così che una settimana di campeggio in laguna, assediati dalle zanzare tigre, possa ridare linfa a una famiglia in difficoltà, che un business-man carrierista e senza scrupoli si interroghi sull’esistenza osservando un crepaccio in alta quota, ma anche che un artista mediocre non impari niente o migliori in alcun modo la sua opera, pur avendo viaggiato a piedi da Sidney a Santiago. Per dirla con Montaigne:

A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, solitamente rispondo che so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco.

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