Per l’amore di Pasolini: il nuovo fascismo europeo e gli intellettuali

di Andrea Muni

casa pound

Uno spettro si aggira per l’Europa… l’intellettuale sgomento. Un brutto mostro malvagio ha pizzicato il suo sedere sonnacchioso: la destra sociale, xenofoba e razzista. Francia (25%), Belgio (32% e partito di governo), Ungheria, Grecia, Regno Unito, Germania (dove gli ultrà della Bundesliga hanno creato una lega di picchiatori anti-islamici), Austria… ormai sono ovunque, lo sappiamo.Mentre l’Europa assiste impotente a questo dilagante fenomeno, gli intellettuali si ritrovano nei caffè, nelle biblioteche, nei circoli privati, nei talk-show (di solito non lavorano, non davvero, pare che sia a causa della disoccupazione e della malvagia crisi economica, prodotta dal nemico capitalista, di cui loro non sono in alcun modo corresponsabili).

Gli intellettuali si raccontano sgomenti quello che sta succedendo, parlano fitto tra loro, si scambiano profonde analisi socio-economiche, storico-politiche, attraverso le quali cercano di giustificare alla propria conturbata coscienza il nuovo fenomeno. Quanta ignoranza, si dicono, quanta malvagità, bestialità, cecità, mancanza di cultura storica, di coscienza di classe, di riflessione sociologica: questi nuovi fascisti sono come quelli vecchi, i fascisti sono tutti uguali, l’unico fascista buono è un fascista morto.

Questo 25% della popolazione europea è ignorante, violento; è stupido perché cattivo e anche cattivo perché stupido. Questi poveracci non conoscono la storia, non capiscono niente di economia, sono solo servi del padrone – che sfrutta la loro ignoranza per fomentare la guerra tra poveri accrescendo a dismisura il suo potere. Tutto ciò, tra l’altro, è tragicamente vero, ma non è il punto.

Insomma, seduti nei loro caffè, gli intellettuali di sinistra di tutta Europa concordano: la nuova destra sociale di ispirazione nazi-fascista è bocciata. Bisogna educare, integrare, raddrizzare questi poveri di spirito, dice qualcuno, qualcun altro dice che bisogna lasciarli nel loro brodo, altri ancora che bisogna picchiarli. Gli intellettuali di sinistra parlano della nuova destra sociale e nazionalista come se loro fossero l’intellighenzia di un aspirante partito di governo, di un Pci d’altri tempi, che non esiste più ormai da trent’anni.

Ma si sono accorti gli intellettuali che le gente li compatisce e li ritiene dei poveri illusi perdenti? Certo che se ne accorti, ed è anche per questo che loro, gli intellettuali, odiano la gente: si sono misantropizzati (ovviamente la chiamano società, invece di “gente”, che fa molto più chic). L’intellettuale di sinistra sembra aver rimosso un trauma devastante. Il suo trauma è che egli ha oggi l’impatto socio-culturale di un mimo in uno spettacolo per ciechi: li vede – dritti in faccia – non accorgersi della sua bravura, e li odia.

Con l’aiuto di un intellettuale che sentiva il peso e la vergogna di non aver mai lavorato in vita sua – un intellettuale che aveva ancora abbastanza rispetto della sua funzione sociale da vergognarsi francamente di non avere mai avuto i calli sulle mani a causa del lavoro (e non a causa di qualche raffinato hobby tipo lo ju jitsu) – vorrei provare a penetrare un po’ più a fondo le ragioni di questo ritorno di fiamma globale per le istanze tradizionalmente care alla destra sociale, nazionalista e xenofoba.

Mi sembra infatti che nessuno abbia voglia di affrontare davvero criticamente questo spinoso argomento, per il semplice fatto che richiederebbe un tipo di autocritica spiacevole, un tipo di sentimento che siamo sempre più abituati a rifrangere automaticamente sui nostri avversari (qualunque sia la nostra posizione di partenza): la vergogna.

“Noi intellettuali tendiamo sempre a identificare la cultura con la nostra cultura; quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia” (tutte le citazioni di Pasolini, in questo articolo, sono tratte da Scritti corsari  ed evidenziate con le virgolette e il corsivo).

Pasolini ci ricorda, praticamente ad ogni sua parola, che l’intellettuale non è un soggetto di seria A, casomai il contrario. L’intellettuale, generalmente, capisce le cose dopo, non prima, ma soprattutto è profondamente razzista, vive immerso in un senso di superiorità agghiacciante, inquietante, grottesco, oscillante tra il paternalismo e la megalomania aristocratico-vanguardistica.

“Quando Moravia mi parla di gente (cioè di quasi tutto il popolo italiano) che vive a un livello pre-morale e pre-ideologico, mi dimostra di esserci caduto in pieno, in questi errori. Il pre-morale e il pre-ideologico esistono solo in quanto si ipotizzi l’esistenza di una sola morale e di una sola ideologia storica giusta: che sarebbe poi la nostra borghese, la sua di Moravia, o la mia, di Pasolini. Non esiste invece pre-morale o pre-ideologico. Esiste semplicemente un’altra cultura (la cultura popolare) o una cultura precedente. E su queste culture si innesta una nuova scelta morale e ideologica: per esempio la scelta marxista, oppure la scelta fascista”.

La scelta di Pasolini è stata quella di un intellettuale che ha rifiutato di vivere la propria “vita reale” tra gli intellettuali borghesi come lui, esponendosi così coraggiosamente all’accusa di essere un moralizzatore di intellettuali. Pasolini è stato – sicuramente anche grazie alla sua grande passione per i giovinetti dei ceti poveri – l’unico intellettuale italiano di spicco ad aver avuto un rapporto diretto e non paternalistico con quel popolo italiano che, nello stesso periodo, gli altri grandi intellettuali si preoccupavano di “pedagogizzare” dalle colonne dei maggiori quotidiani nazionali.

Le critiche più aspre ricevute da Pasolini, come ad esempio quelle di Moravia e di Calvino, riguardavano infatti proprio il suo presunto nostalgico desiderio di un ritorno a un’italietta bucolica e puramente immaginaria. Ciò di cui lo si accusava, banalmente, era di desiderare che il popolo restasse bestia, perché – a lui, a Pasolini, l’esteta borghese – il popolo piaceva così com’era. Quello che Moravia e Calvino proprio non potevano capire era che Pasolini, diversamente da loro, quell’italietta degli scaltri, dei sorridenti, degli idioti, dei fascisti ignoranti, lui, la viveva davvero; la sentiva nel corpo e nelle emozioni, la condivideva, ne era avvinto, affascinato: lui la amava.

Questo trasporto emotivo, questa identificazione, poiché l’amore è una forma di identificazione, è proprio ciò ha permesso a Pasolini di rinunciare al suo diritto-dovere di intellettuale che si considera razzisticamente superiore al popolo ignorante. In quella arretratezza – istintivamente disprezzata da ogni intellettuale borghese – Pasolini non vedeva alcuna superiore bontà, né tanto meno un nostalgico mondo bucolico o moralmente superiore; in quella arretratezza e in quella stupida allegria Pasolini aveva piuttosto intravisto un fascinum, un incredibile segreto, che lo avvinceva, lo soggiogava: quel senso di inattaccabile superiorità, quell’allegria immotivata tipica del perdente senza prospettive di riscatto sociale, del confuso e felice, di chi vive in mezzo a noi portando avanti con gioia un altro condiviso sistema di valori.

[parlando del fattorino prima della mutazione antropologica] Al mondo della ricchezza egli aveva da opporre un proprio mondo altrettanto valido. Giungeva alla casa del ricco con un riso naturaliter anarchico, che screditava tutto: benché egli fosse magari rispettoso. Ma era appunto il rispetto di una persona profondamente estranea. E insomma, ciò che conta, questa persona, questo ragazzo, era allegro”

Pasolini, in questo popolo italiano “altro da lui”, scopriva qualcosa che lo sconvolgeva: questo popolo gli gridava allegro e docile nelle orecchie: “io godo più di te!”, “io godo più di te che sei ricco, che sei intelligente, che sei borghese, che sei importante”. E lui, Pasolini, lo amava per questo, ne era sedotto, avvinto, anche eroticamente.

La mutazione antropologica non ha cancellato questo popolo “altro”, lo ha semplicemente omologato ai valori capitalistici neo-liberali globalizzati e internazionali; la mutazione consumistico-capitalistica ha prodotto la rimozione (e l’inibizione) di quella popolare, amorale, allegra e superiore capacità della gente comune di soddisfarsi con niente (o con poco). Ma questo popolo “altro” non è mai morto, noi lo siamo, sempre, tutti. Il problema è che non lo vediamo più gli uni negli altri; il problema è che tutti pensiamo che tutti siano stati omologati e resi meschini dalla macchina capitalista, tranne noi stessi (e forse alcuni di quei pochi che dicono di pensarla come noi): ci sentiamo soli, senza radici, senza prospettive, senza identità né futuro – neofascisti in primis. Questa è la sensazione che ha intaccato anche lo stesso Pasolini verso la fine della propria vita. Non aver colto questa seconda fase della mutazione antropologica, che pur egli stesso aveva diagnosticato con finezza ineguagliabile, è stata forse la sua vera colpa (in primo luogo nei confronti di se stesso); una colpa che ha prodotto la sua tragica e terminale torsione nichilistica. Pretendere che Pasolini comprendesse questa svolta, questo barlume di speranza nella mutazione antropologica, o che almeno lo prefigurasse, sarebbe stato veramente chiedergli troppo. Nonostante questo infatti, egli ha saputo riconoscere qualcosa del popolo italiano che gli altri grandi intellettuali critici dell’epoca, semplicemente, non avevano mai incontrato: le persone.

“Infine, caro Calvino, vorrei farti notare una cosa. Non da moralista, ma da analista. Nella tua affrettata risposta alle mie tesi, sul Messaggero (18 giugno1974) ti è scappata una frase doppiamente infelice. Si tratta della frase «i giovani fascisti di oggi non li conosco e spero di non aver occasione di conoscerli». Ma: 1) Certamente non ne avrai mai occasione, anche perché se nello scompartimento di un treno, nella coda di un negozio, per strada, in un salotto, tu dovessi incontrare dei giovani fascisti, non li riconosceresti; 2) augurarsi di non incontrare mai dei giovani fascisti è una bestemmia, perché, al contrario, noi dovremmo far di tutto per individuarli e per incontrarli. Essi non sono i fatali e predestinati rappresentanti del Male: non sono nati per essere fascisti. Nessuno – quando sono diventati adolescenti e sono stati in grado di scegliere, secondo chissà quali ragioni e necessità – ha posto loro razzisticamente il marchio di fascisti. È una atroce forma di disperazione e nevrosi che spinge un giovane a una simile scelta; e forse sarebbe bastata una sola piccola diversa esperienza nella sua vita, un solo semplice incontro, perché il suo destino fosse diverso”.

Quello che sta accadendo in Europa, sotto il nome di destra sociale, nazionalismo, xenofobia, è una perversa forma di canalizzazione politica del rifiuto radicale che i cittadini europei stanno opponendo all’impianto liberal-capitalistico-democratico delle nostre società. Questo rifiuto nasce dai ceti più poveri della società, è solo parzialmente pilotato dalle lobby del potere capitalista e si presenta sempre (anche se forse solo propagandisticamente) come radicale alternativa alla destra neo-liberale.

Se solo gli intellettuali che contano frequentassero un po’ di più (non dico amassero, come Pasolini) questi ceti, se solo ricominciassero a sospettare di avere qualcosa da imparare da tutti gli altri; se solo ogni tanto andassero davvero nei quartieri arabi delle grandi metropoli, nei locali notturni dei coatti, o si facessero un giro tra gli immigrati di seconda generazione, essi scoprirebbero (con il consueto disgusto) che le persone sanno benissimo che spesso consumano per colmare un vuoto; scoprirebbero che i fascisti sanno benissimo di avere paura della diversità, che molti figli di immigrati sono nazionalisti, e che molti cittadini francesi di origine algerina o tunisina votano Front National per paura dell’immigrazione dall’Est Europa.

Il volto strategico-propagandistico delle nuove destre sociali – razzista, sociale e anti finanziario – ha conquistato in meno di un decennio tutta quella porzione dell’elettorato europeo tradizionalmente orbitante intorno alla sinistra e all’estrema sinistra. Questo è un dato talmente evidente che bisognerebbe quasi proibirsi di ricordarlo, se non fosse che, stupefacentemente, nessun intellettuale cosiddetto di sinistra ha ancora ritenuto che esso dovesse rappresentare lo spunto per una seria autocritica. “Perché le bestie non sono più di sinistra, perché non mi ascoltano più?” Si chiede l’intellettuale sgomento. “Ah, di certo è colpa della crisi, del capitalismo, del fascismo, e prima ancora del blocco occidentale, della Nato, ecc ecc”. Tutte cose effettivamente verissime e inattaccabili. Ma e se invece, solo per una volta, provassimo a rovesciare il piano e a chiederci banalmente “Abbiamo forse noi, da qualche parte, sbagliato qualcosa?”.

Era forse sbagliato sonnecchiare in un narcisistico e beato autocompiacimento delle nostre posizioni ideologiche, bollando a priori come nemici tutti quelli che – dandoci ancora credito – ci facevano notare delicatamente che, a volte, il capitalista gli sembrava più felice e che, ogni tanto, il fascista gli sembrava avere più senso della fedeltà o della famiglia?

E se supponessimo addirittura, solo per un attimo, solo per gioco e iperbolicamente, che la colpa di questa ondata neo-fascista sia di tutti quelli che, mentre il mondo si trasformava sotto i loro occhi, hanno macchinalmente continuato a pensare “Oh, che matto mondo, che mondo stupido, che mondo ignorante”? Se la colpa fosse di tutti quelli che, ancora oggi, come se niente fosse accaduto, moralizzano e insegnano la “vera vita” dalle colonne dei giornali a gente che, palesemente, si soddisfa da tempo molto meglio di loro, che non li ascolta, che gli ride dietro, che del loro chiacchiericcio non percepisce più nient’altro che la pingue stanchezza, l’invidia e la sconfitta?

“Non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era l’indignazione, più tranquilla era la coscienza”.

La verità, sembra suggerici amaramente Pasolini, è che la colpa di questa nuova “barbarie” non è da imputare a coloro che non hanno mai fatto niente per cambiare le cose, la colpa non è di quel popolo ignorante che si lascia trasportare come una vacca per i pascoli – e che però, stranamente, trova sempre una via propria alla soddisfazione. La vera colpa, vertiginosamente e provocatoriamente, è invece di quelli che – pur desiderandolo ardentemente – non sono stati capaci di far nascere negli altri – cioè in quel popolo che segretamente disprezzano e pedagogizzano – il loro stesso desiderio di cambiamento. Mancanza di fascino rovesciata in odio, un grande narcisistico amore non corrisposto… così riassumerebbe questa tragicommedia politica un superficiale e patinato osservatore .

Ma c’è ancora speranza… quel che è certo è che siamo all’ultimo giro di giostra: o si cambia o si muore. Non siamo più cattolici, vero? L’autocritica ci serve – chiunque noi siamo – per diventare più autoironici, più scaltri, più seducenti, più forti… non per crogiolarci nell’attesa onanistica di una redenzione impossibile.

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22 Commenti on "Per l’amore di Pasolini: il nuovo fascismo europeo e gli intellettuali"

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carla boscato
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Ciao Andrea,
ottimo l’articolo. mi è piaciuto molto il finale, un po’esasperati i toni iniziali sui neofascisti mentre mi è piaciuto molto il pezzo in cui dici che questi giovani se avessero avuto l’opportunità di confrontarsi con esperienze diverse magari si sarebbero potuti ricredere. Ma è già pubblicato su carta sporca?

giulio debelli
Ospite
Come al solito, sono quasi totalmente d’accordo con te, mi chiedo che cosa hanno fatto o quale sia stato il contributo sociale di questi radical-chic. i popoli devono essere sempre sovrani, la gente deve sempre decidere e credo che in questo periodo di idiozia assoluta qualsiasi reazione del popolo sia giustificabile. non credo nel neo fascismo, non credo alla xenofobia, credo che la gente sia stanca di lavorare per niente e di mantenere i debiti delle banche fatti su misura per politicanti inadeguati. credo che l’unione europea sia una gran cazzata e credo che possiamo abbattere i confini e andare… Leggi di più »
Davide Pittioni
Amministratore
Io non vedo poi questa netta contrapposizione tra intellettuali e popolo. Se c’è un avversione alla “chiacchiera”, e c’è ed è evidente, mi sembra dovuta ad altri motivi, a quella classificazione in caste che domina il discorso pubblico per esempio. In fondo parlare di separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale è del tutto anacronistico. Il sapere, anzi diciamola meno enciclopedica, i saperi sono ormai diffusi capillarmente nei rapporti sociali e di produzione tanto che è impossibile separarli dal contesto grezzo. Non sto dicendo che non esistano operai, anzi, dico semplicemente che questi operai non solo subiscono, ma producono cultura.… Leggi di più »
Davide Pittioni
Amministratore

Sono perfettamente d’accordo con te, tranne forse quando mi dici che il problema è il mancato voto ai comunisti. Non possiamo ridurre tutto il discorso a un’elezione. C’e’ dell’altro, non siamo – come spesso crediamo e contribuiamo a far credere – “nella notte in cui tutte le vacche sono negre”, per dirla intellettuale 🙂

Davide Pittioni
Amministratore
Mi sembra che tu parli ad un livello di diffusione del consenso. Pero’ ammetterai che c’e’ anche un problema di “contenuto”. Ma poi di quali intellettuali parlano, o parliamo? Io e te, se anche fossimo intellettuali in quanto laureati in filosofia o redattori di un blog, siamo veramente così snob da non parlare, da non ascoltare, da non condividere esperienze con i non intellettuali in quanto non laureati e non redattori di un blog? Poi il tono e il linguaggio: penso che qualunqur persone sia in grado di distinguere un linguaggio, anche ricercato, ma “vero”, da un linguaggio chiacchierato, vuoto,… Leggi di più »
Andrea
Ospite
Extra parlamentari sì, ma contenti, gioiosi, non incazzati perché il mondo non ci ama, o perché siamo disoccupati o abbiamo lavori “di merda” perché non ci pieghiamo ai “compromessi della alla macchina capitalista”. Extraparlamentari che hanon voglia di stare con la gente, nei posti da non extraparlamentaril con rispetto, con ironia, con autoironia, extraparlamentari che sanno di non essere in missione per conto del bene né della verità. O mi stavi parlando di prendere in mano i fucili…? 🙂 E poi, chi sarebbero gli extra-parlamentari oggi? I no global? E ieri, lotta continua?… mi sembra che mai come oggi sia… Leggi di più »
Andrea
Ospite

La mia domanda, ovviamente provocatoria, è questa: ma vogliamo provare a vincere, o ci piace così?:) E se ci piace così, perché siamo/sembriamo – specialmente agli altri – tutti così incazzati, delusi, inviperiti?:)

Davide Pittioni
Amministratore
Dovremmo allora rileggere quella storia con la stessa gioia, no? Far emergere quelle aperture, quelle possibilità, quei salti che la rendono un processo dinamico, dall’esito non scritto. O con “obiettività da apocalisse” (Foucault) ne vediamo solo la necessità, tutto fagocitato da uno spaventoso intestino (o destino?:)) che si immunizza tramite vaccini controllati? Mi sembra un pò sospetto considerare le lotte del passato come banali incidenti di percorso. Certo, la “macchina” reagisce, para il colpo, rimette la catena sull’ingranaggio dopo il salto, però si modifica nel farlo, migliora (?), è costretta a riformarsi. Non è più nemmeno questione di vittoria (c’è… Leggi di più »
Davide Pittioni
Amministratore

Il caso dei WuMing è molto interessante. Le storie che raccontano sono storie di sconfitta eppure sempre attraversate da un ottimismo paradossale, da un rilancio possibile, una diversa necessità della ribellione e della resistenza, piegata, ma giusta, come se al fondo si depositasse un residuo, un giusto motivo per farlo di nuovo.

Ma soprattutto, Andrea, toglici una curiosità: perchè hai scelto quella foto?

Andrea
Ospite
Ricorderai sicuramente che quella frase di Foucault è provocatoriamente diretta anche verso un certo storicismo vetero-marxista, che concepisce la storia come una serie di eventi (positivi e negativi) che condurranno “inevitabilmente” alla rivoluzione…:) Tu pensi davvero che li abbiamo mai, finora, tenuti per le palle?:) quando? quando le br hanno ammazzato moro? al g8 di genova?… “loro” non hanno dovuto far altro che dire ai sonnambuli…”guardateli godere”… e si sono assicurati che mai avremmo potuto vincere. Io cero all’apertura del cpt a gradisca, ormai a occhio una decina di anni fa, o forse nove. Ero con tanti amici no-global in… Leggi di più »
Andrea
Ospite
ho messo quella foto per far saltare la mosca al naso a un po’ di gente, perché ormai si riesce a far parlare le persone solo per reazione… e perché non credo in dio padre onnipotente (o negli altri nomi che gli si da a seconda della propria ideologia). il voto neo-fascista in Europa è un voto di protesta, di gente che fino a un po di anni fa non avrebbe mai votato così, c’è stata un crisi mondiale e chi portava avanti valori genuinamente comunisti non è stato in grado di affascinare nessuno… di chi è la colpa? Se… Leggi di più »
Cristiano Carchidi
Ospite
Salve ragazzi, “Scusate” l’intrusione, ma vorrei provare ad inserirmi nella discussione non tanto per cercare di risolverla quanto con l’intenzione di complicarla. Sono d’accordo in larga parte con ciò che Andrea ha espresso brillantemente nell’articolo, soprattutto quando parla della “mutazione consumistico-capitalistica” che ha inibito (o alterato) la capacità di una soddisfazione popolare “semplice”. Mi trovo diversamente d’accordo quando si tenta, a mio parere, di categorizzare le ragioni di un certo risentimento all’interno di un blocco che essendo trans-nazionale è anche trans-ideologico. Rispetto alle vostre opinioni, espresse nei commenti, mi trovo vicino alla parte critica. Sono in maggiore difficoltà nel comprendere… Leggi di più »
Cristiano Carchidi
Ospite
Grazie Andrea, è un piacere poter partecipare a discussioni così interessanti. Prima di rispondere alla tua domanda, vorrei precisare che con il mio precedente commento non intendevo contestare le vostre posizioni specifiche su un possibile “noi” alternativo, ma tentare di pensare la possibilità di non cercare di costruire un qualsiasi Noi (che rischierebbe di rinchiudere le potenzialità di esprimersi in una struttura già edificata). Con ciò non vorrei indicare la via per una dissoluzione di ogni possibile soluzione, ma riflettere, e indurre a farlo, sulla possibilità che le “soluzioni” emergano e che il “nostro” ruolo possa essere quello di fare… Leggi di più »
Cristiano Carchidi
Ospite
Per quanto riguarda l’ascesa dei neofascismi o di movimenti di tendenza xenofoba, credo che le cause non andrebbero ricercate in una certa idiosincrasia umana comune in tutti i casi (mi trovo particolarmente in accordo con te quando dici che è sbagliato pensare che sia un fatto di stupidità o di altre caratteristiche che rendono colpevoli coloro i quali si avvicinano a posizioni che trovo infinitamente tristi). Penso al contrario che andrebbe fatto un discorso specifico riguardante ogni caso nazionale. Uno spunto interessante però, penso possa essere quello di ipotizzare nella morfologia di tali movimenti varie cause che sono legate ad… Leggi di più »
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