Per l’amore di Pasolini: il nuovo fascismo europeo e gli intellettuali

di Andrea Muni

casa pound

Uno spettro si aggira per l’Europa… l’intellettuale sgomento. Un brutto mostro malvagio ha pizzicato il suo sedere sonnacchioso: la destra sociale, xenofoba e razzista. Francia (25%), Ungheria, Grecia, Regno Unito, Germania (dove gli ultrà della Bundesliga hanno creato una lega di picchiatori anti-islamici), Austria… ormai sono ovunque, lo sappiamo.Mentre l’Europa assiste impotente a questo dilagante fenomeno, gli intellettuali si ritrovano nei caffè, nelle biblioteche, nei circoli privati, nei talk-show (di solito non lavorano, non davvero, pare che sia a causa della disoccupazione e della malvagia crisi economica, prodotta dal nemico capitalista, di cui loro non sono in alcun modo corresponsabili).

Gli intellettuali si raccontano sgomenti quello che sta succedendo, parlano fitto tra loro, si scambiano profonde analisi socio-economiche, storico-politiche, attraverso le quali cercano di giustificare alla propria conturbata coscienza il nuovo fenomeno. Quanta ignoranza, si dicono, quanta malvagità, bestialità, cecità, mancanza di cultura storica, di coscienza di classe, di riflessione sociologica: questi nuovi fascisti sono come quelli vecchi, i fascisti sono tutti uguali, l’unico fascista buono è un fascista morto.

Questo 25% della popolazione europea è ignorante, violento; è stupido perché cattivo e anche cattivo perché stupido. Questi poveracci non conoscono la storia, non capiscono niente di economia, sono solo servi del padrone – che sfrutta la loro ignoranza per fomentare la guerra tra poveri accrescendo a dismisura il suo potere. Tutto ciò, tra l’altro, è tragicamente vero, ma non è il punto.

Insomma, seduti nei loro caffè, gli intellettuali di sinistra di tutta Europa concordano: la nuova destra sociale di ispirazione nazi-fascista è bocciata. Bisogna educare, integrare, raddrizzare questi poveri di spirito, dice qualcuno, qualcun altro dice che bisogna lasciarli nel loro brodo, altri ancora che bisogna picchiarli. Gli intellettuali di sinistra parlano della nuova destra sociale e nazionalista come se loro fossero l’intellighenzia di un aspirante partito di governo, di un Pci d’altri tempi, che non esiste più ormai da trent’anni.

Ma si sono accorti gli intellettuali che le gente li compatisce e li ritiene dei poveri illusi perdenti? Certo che se ne accorti, ed è anche per questo che loro, gli intellettuali, odiano la gente: si sono misantropizzati (ovviamente la chiamano società, invece di “gente”, che fa molto più chic). L’intellettuale di sinistra sembra aver rimosso un trauma devastante. Il suo trauma è che egli ha oggi l’impatto socio-culturale di un mimo in uno spettacolo per ciechi: li vede – dritti in faccia – non accorgersi della sua bravura, e li odia.

Con l’aiuto di un intellettuale che sentiva il peso e la vergogna di non aver mai lavorato in vita sua – un intellettuale che aveva ancora abbastanza rispetto della sua funzione sociale da vergognarsi francamente di non avere mai avuto i calli sulle mani a causa del lavoro (e non a causa di qualche raffinato hobby tipo lo ju jitsu) – vorrei provare a penetrare un po’ più a fondo le ragioni di questo ritorno di fiamma globale per le istanze tradizionalmente care alla destra sociale, nazionalista e xenofoba.

Mi sembra infatti che nessuno abbia voglia di affrontare davvero criticamente questo spinoso argomento, per il semplice fatto che richiederebbe un tipo di autocritica spiacevole, un tipo di sentimento che siamo sempre più abituati a rifrangere automaticamente sui nostri avversari (qualunque sia la nostra posizione di partenza): la vergogna.

“Noi intellettuali tendiamo sempre a identificare la cultura con la nostra cultura; quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia” (tutte le citazioni di Pasolini, in questo articolo, sono tratte da Scritti corsari  ed evidenziate con le virgolette e il corsivo).

Pasolini ci ricorda, praticamente ad ogni sua parola, che l’intellettuale non è un soggetto di seria A, casomai il contrario. L’intellettuale, generalmente, capisce le cose dopo, non prima, ma soprattutto è profondamente razzista, vive immerso in un senso di superiorità agghiacciante, inquietante, grottesco, oscillante tra il paternalismo e la megalomania aristocratico-vanguardistica.

“Quando Moravia mi parla di gente (cioè di quasi tutto il popolo italiano) che vive a un livello pre-morale e pre-ideologico, mi dimostra di esserci caduto in pieno, in questi errori. Il pre-morale e il pre-ideologico esistono solo in quanto si ipotizzi l’esistenza di una sola morale e di una sola ideologia storica giusta: che sarebbe poi la nostra borghese, la sua di Moravia, o la mia, di Pasolini. Non esiste invece pre-morale o pre-ideologico. Esiste semplicemente un’altra cultura (la cultura popolare) o una cultura precedente. E su queste culture si innesta una nuova scelta morale e ideologica: per esempio la scelta marxista, oppure la scelta fascista”.

La scelta di Pasolini è stata quella di un intellettuale che ha rifiutato di vivere la propria “vita reale” tra gli intellettuali borghesi come lui, esponendosi così coraggiosamente all’accusa di essere un moralizzatore di intellettuali. Pasolini è stato – sicuramente anche grazie alla sua grande passione per i giovinetti dei ceti poveri – l’unico intellettuale italiano di spicco ad aver avuto un rapporto diretto e non paternalistico con quel popolo italiano che, nello stesso periodo, gli altri grandi intellettuali si preoccupavano di “pedagogizzare” dalle colonne dei maggiori quotidiani nazionali.

Le critiche più aspre ricevute da Pasolini, come ad esempio quelle di Moravia e di Calvino, riguardavano infatti proprio il suo presunto nostalgico desiderio di un ritorno a un’italietta bucolica e puramente immaginaria. Ciò di cui lo si accusava, banalmente, era di desiderare che il popolo restasse bestia, perché – a lui, a Pasolini, l’esteta borghese – il popolo piaceva così com’era. Quello che Moravia e Calvino proprio non potevano capire era che Pasolini, diversamente da loro, quell’italietta degli scaltri, dei sorridenti, degli idioti, dei fascisti ignoranti, lui, la viveva davvero; la sentiva nel corpo e nelle emozioni, la condivideva, ne era avvinto, affascinato: lui la amava.

Questo trasporto emotivo, questa identificazione, poiché l’amore è una forma di identificazione, è proprio ciò ha permesso a Pasolini di rinunciare al suo diritto-dovere di intellettuale che si considera razzisticamente superiore al popolo ignorante. In quella arretratezza – istintivamente disprezzata da ogni intellettuale borghese – Pasolini non vedeva alcuna superiore bontà, né tanto meno un nostalgico mondo bucolico o moralmente superiore; in quella arretratezza e in quella stupida allegria Pasolini aveva piuttosto intravisto un fascinum, un incredibile segreto, che lo avvinceva, lo soggiogava: quel senso di inattaccabile superiorità, quell’allegria immotivata tipica del perdente senza prospettive di riscatto sociale, del confuso e felice, di chi vive in mezzo a noi portando avanti con gioia un altro condiviso sistema di valori.

[parlando del fattorino prima della mutazione antropologica] Al mondo della ricchezza egli aveva da opporre un proprio mondo altrettanto valido. Giungeva alla casa del ricco con un riso naturaliter anarchico, che screditava tutto: benché egli fosse magari rispettoso. Ma era appunto il rispetto di una persona profondamente estranea. E insomma, ciò che conta, questa persona, questo ragazzo, era allegro”

Pasolini, in questo popolo italiano “altro da lui”, scopriva qualcosa che lo sconvolgeva: questo popolo gli gridava allegro e docile nelle orecchie: “io godo più di te!”, “io godo più di te che sei ricco, che sei intelligente, che sei borghese, che sei importante”. E lui, Pasolini, lo amava per questo, ne era sedotto, avvinto, anche eroticamente.

La mutazione antropologica non ha cancellato questo popolo “altro”, lo ha semplicemente omologato ai valori capitalistici neo-liberali globalizzati e internazionali; la mutazione consumistico-capitalistica ha prodotto la rimozione (e l’inibizione) di quella popolare, amorale, allegra e superiore capacità della gente comune di soddisfarsi con niente (o con poco). Ma questo popolo “altro” non è mai morto, noi lo siamo, sempre, tutti. Il problema è che non lo vediamo più gli uni negli altri; il problema è che tutti pensiamo che tutti siano stati omologati e resi meschini dalla macchina capitalista, tranne noi stessi (e forse alcuni di quei pochi che dicono di pensarla come noi): ci sentiamo soli, senza radici, senza prospettive, senza identità né futuro – neofascisti in primis. Questa è la sensazione che ha intaccato anche lo stesso Pasolini verso la fine della propria vita. Non aver colto questa seconda fase della mutazione antropologica, che pur egli stesso aveva diagnosticato con finezza ineguagliabile, è stata forse la sua vera colpa (in primo luogo nei confronti di se stesso); una colpa che ha prodotto la sua tragica e terminale torsione nichilistica. Pretendere che Pasolini comprendesse questa svolta, questo barlume di speranza nella mutazione antropologica, o che almeno lo prefigurasse, sarebbe stato veramente chiedergli troppo. Nonostante questo infatti, egli ha saputo riconoscere qualcosa del popolo italiano che gli altri grandi intellettuali critici dell’epoca, semplicemente, non avevano mai incontrato: le persone.

“Infine, caro Calvino, vorrei farti notare una cosa. Non da moralista, ma da analista. Nella tua affrettata risposta alle mie tesi, sul Messaggero (18 giugno1974) ti è scappata una frase doppiamente infelice. Si tratta della frase «i giovani fascisti di oggi non li conosco e spero di non aver occasione di conoscerli». Ma: 1) Certamente non ne avrai mai occasione, anche perché se nello scompartimento di un treno, nella coda di un negozio, per strada, in un salotto, tu dovessi incontrare dei giovani fascisti, non li riconosceresti; 2) augurarsi di non incontrare mai dei giovani fascisti è una bestemmia, perché, al contrario, noi dovremmo far di tutto per individuarli e per incontrarli. Essi non sono i fatali e predestinati rappresentanti del Male: non sono nati per essere fascisti. Nessuno – quando sono diventati adolescenti e sono stati in grado di scegliere, secondo chissà quali ragioni e necessità – ha posto loro razzisticamente il marchio di fascisti. È una atroce forma di disperazione e nevrosi che spinge un giovane a una simile scelta; e forse sarebbe bastata una sola piccola diversa esperienza nella sua vita, un solo semplice incontro, perché il suo destino fosse diverso”.

Quello che sta accadendo in Europa, sotto il nome di destra sociale, nazionalismo, xenofobia, è una perversa forma di canalizzazione politica del rifiuto radicale che i cittadini europei stanno opponendo all’impianto liberal-capitalistico-democratico delle nostre società. Questo rifiuto nasce dai ceti più poveri della società, è solo parzialmente pilotato dalle lobby del potere capitalista e si presenta sempre (anche se forse solo propagandisticamente) come radicale alternativa alla destra neo-liberale.

Se solo gli intellettuali che contano frequentassero un po’ di più (non dico amassero, come Pasolini) questi ceti, se solo ricominciassero a sospettare di avere qualcosa da imparare da tutti gli altri; se solo ogni tanto andassero davvero nei quartieri arabi delle grandi metropoli, nei locali notturni dei coatti, o si facessero un giro tra gli immigrati di seconda generazione, essi scoprirebbero (con il consueto disgusto) che le persone sanno benissimo che spesso consumano per colmare un vuoto; scoprirebbero che i fascisti sanno benissimo di avere paura della diversità, che molti figli di immigrati sono nazionalisti, e che molti cittadini francesi di origine algerina o tunisina votano Front National per paura dell’immigrazione dall’Est Europa.

Il volto strategico-propagandistico delle nuove destre sociali – razzista, sociale e anti finanziario – ha conquistato in meno di un decennio tutta quella porzione dell’elettorato europeo tradizionalmente orbitante intorno alla sinistra e all’estrema sinistra. Questo è un dato talmente evidente che bisognerebbe quasi proibirsi di ricordarlo, se non fosse che, stupefacentemente, nessun intellettuale cosiddetto di sinistra ha ancora ritenuto che esso dovesse rappresentare lo spunto per una seria autocritica. “Perché le bestie non sono più di sinistra, perché non mi ascoltano più?” Si chiede l’intellettuale sgomento. “Ah, di certo è colpa della crisi, del capitalismo, del fascismo, e prima ancora del blocco occidentale, della Nato, ecc ecc”. Tutte cose effettivamente verissime e inattaccabili. Ma e se invece, solo per una volta, provassimo a rovesciare il piano e a chiederci banalmente “Abbiamo forse noi, da qualche parte, sbagliato qualcosa?”.

Era forse sbagliato sonnecchiare in un narcisistico e beato autocompiacimento delle nostre posizioni ideologiche, bollando a priori come nemici tutti quelli che – dandoci ancora credito – ci facevano notare delicatamente che, a volte, il capitalista gli sembrava più felice e che, ogni tanto, il fascista gli sembrava avere più senso della fedeltà o della famiglia?

E se supponessimo addirittura, solo per un attimo, solo per gioco e iperbolicamente, che la colpa di questa ondata neo-fascista sia di tutti quelli che, mentre il mondo si trasformava sotto i loro occhi, hanno macchinalmente continuato a pensare “Oh, che matto mondo, che mondo stupido, che mondo ignorante”? Se la colpa fosse di tutti quelli che, ancora oggi, come se niente fosse accaduto, moralizzano e insegnano la “vera vita” dalle colonne dei giornali a gente che, palesemente, si soddisfa da tempo molto meglio di loro, che non li ascolta, che gli ride dietro, che del loro chiacchiericcio non percepisce più nient’altro che la pingue stanchezza, l’invidia e la sconfitta?

“Non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era l’indignazione, più tranquilla era la coscienza”.

La verità, sembra suggerici amaramente Pasolini, è che la colpa di questa nuova “barbarie” non è da imputare a coloro che non hanno mai fatto niente per cambiare le cose, la colpa non è di quel popolo ignorante che si lascia trasportare come una vacca per i pascoli – e che però, stranamente, trova sempre una via propria alla soddisfazione. La vera colpa, vertiginosamente e provocatoriamente, è invece di quelli che – pur desiderandolo ardentemente – non sono stati capaci di far nascere negli altri – cioè in quel popolo che segretamente disprezzano e pedagogizzano – il loro stesso desiderio di cambiamento. Mancanza di fascino rovesciata in odio, un grande narcisistico amore non corrisposto… così riassumerebbe questa tragicommedia politica un superficiale e patinato osservatore .

Ma c’è ancora speranza… quel che è certo è che siamo all’ultimo giro di giostra: o si cambia o si muore. Non siamo più cattolici, vero? L’autocritica ci serve – chiunque noi siamo – per diventare più autoironici, più scaltri, più seducenti, più forti… non per crogiolarci nell’attesa onanistica di una redenzione impossibile.

22 comments

  • carla boscato

    Ciao Andrea,
    ottimo l’articolo. mi è piaciuto molto il finale, un po’esasperati i toni iniziali sui neofascisti mentre mi è piaciuto molto il pezzo in cui dici che questi giovani se avessero avuto l’opportunità di confrontarsi con esperienze diverse magari si sarebbero potuti ricredere. Ma è già pubblicato su carta sporca?

  • giulio debelli

    Come al solito, sono quasi totalmente d’accordo con te, mi chiedo che cosa hanno fatto o quale sia stato il contributo sociale di questi radical-chic. i popoli devono essere sempre sovrani, la gente deve sempre decidere e credo che in questo periodo di idiozia assoluta qualsiasi reazione del popolo sia giustificabile. non credo nel neo fascismo, non credo alla xenofobia, credo che la gente sia stanca di lavorare per niente e di mantenere i debiti delle banche fatti su misura per politicanti inadeguati. credo che l’unione europea sia una gran cazzata e credo che possiamo abbattere i confini e andare di comune accordo senza una moneta unica dato che siamo (fortunatamente) molto diversi per ragioni molto diverse. non mi sono mai arricchito conoscendo persone uguali a me anzi, tutto il contrario. non vorrei pero’ impoverirmi ulteriormente nell’imbecille tentativo di omologarmi ad altri.

  • andreamuni

    Ti ringrazio Giulio. Il pezzo è prima di tutto autocritico, oltreché volutamente parodistico e provocatorio. Credo che tutti gli intellettuali critici degni di questo nome, come era Pasolini, abbiano provato almeno una volta la vergogna di cui parlo, oltre ad un senso di intimità verso chi sembrerebbe essere così radicalmente diverso da loro – per formazione, storia e cultura. La maggior parte delle persone che hanno studiato, oggi, fanno parte di un popolo disoccupato e senza prospettive, e io vorrei tanto costruire un dialogo e un dibattito intorno al rapporto tra i cosiddetti intellettuali e la cosiddetta gente – perché siamo tutti nella stessa merda. Ci sono stati molti esempi virtuosi e incoraggianti ultimamente, come quello dell’anno scorso, per esempio, della Scuola di filosofia di Trieste, dove persone cosiddette comuni sono venute ad ascoltare – e a volte sputtanare gioiosamente – intellettuali coraggiosi che si sono esposti coraggiosamente a questo contatto e confronto, che è stato veramente importante, utile e costruttivo per entrambe le parti .
    Credo sia importantissimo costruire un dialogocostruttivo, ospitato proprio qui su Charta sporca, su queste due questioni, attuali e importanti:
    1) perché – anche se sembra di no – rimangono presenti una barrira e una reciproca avversione tra le persone che hanno una “cosiddetta” cultura e quelle che non ce l’hanno per grazia di un pezzo di carta? Di chi è colpa? Come si può fare per accorciare questa distanza e attutire questa reciproca diffidenza?
    2) Cosa si può fare, davvero, a parte lamentarsi, per arginare il fenomeno dei nuovi fascismi, e inoltre, se ci sono neo-fascisti tra i lettori di Charta sporca, sarebbe bello che ci spiegassero (non propagandisticamente) le loro ragioni, saranno ascoltati e non insultati.

    Charta sporca ha la presunzione di poter essere un crocevia per molte persone diverse, un luogo di incontro costruttivo, un laboratorio politico e culturale a cui tutti sono invitati, purché il dialogo sia davvero costruttivo e non degeneri nella classica “rissa da social”.

  • davidepittioni

    Io non vedo poi questa netta contrapposizione tra intellettuali e popolo. Se c’è un avversione alla “chiacchiera”, e c’è ed è evidente, mi sembra dovuta ad altri motivi, a quella classificazione in caste che domina il discorso pubblico per esempio. In fondo parlare di separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale è del tutto anacronistico. Il sapere, anzi diciamola meno enciclopedica, i saperi sono ormai diffusi capillarmente nei rapporti sociali e di produzione tanto che è impossibile separarli dal contesto grezzo. Non sto dicendo che non esistano operai, anzi, dico semplicemente che questi operai non solo subiscono, ma producono cultura. I social network, la scuola, la rete, hanno cambiato radicalmente l’accesso ai saperi. Se guardiamo poi alle condizioni materiali di vita le differenze – come dice anche Andrea nei commenti – si appianano sempre più. Cosa resta della contrapposizione? Una diversa coscienza? Una presunzione di posizione sociale, ormai persa?
    Mi sembra che riproporre una contrapposizione del genere porti di nuovo a pensare il “popolo”, la gente, come ignorante (perchè altrimenti dove starebbe il discrimine?), un informe concentrato a cui dare forma attraverso l’educazione, nella missione pedagogica di una borghesia – qua lo dico, e qua lo nego – che ha perso persino la sua esclusività illuministica.
    Tutto questo lo dico con molti dubbi per arrivare a un punto: e cioè la possibilità di produrre un discorso diverso, magari già sentito, ma potenzialmente ancora fertile. Cioè quello di pensare il giudizio politico, anche sui nuovi fascismi, sulla base di una considerazione… di classe. Ops, m’è scappato. C’è una grande intuizione in questo passaggio: evitare la condanna “morale” sulle persone per occuparsi della loro posizione sociale. Non sei “meno” di me, più “cattivo”, più “stupido” se hai diverse opinioni politiche, o se sei un imprenditore, o se sei un neo fascista, o se occupi una posizione sociale diversa dalla mia. Hai semplicemente interessi diversi, altri bisogni, altre prospettive. Tutti qui. Da cui il conflitto, da cui la lotta. Sana, produttiva lotta di classe.
    Si potrà obiettare che i neofascisti vengono dal “popolo”, che gli imprenditori vivono felici, che il popolo consuma (ma và?). Tutto vero, si può discutere fino alla noia. Però almeno ci saremo sbarazzati di quello stigma di passività appiccicato alle masse (quali poi?), per cui elettrodomestici e porno su internet sono sottili e furbette intuizioni del potere.

  • andreamuni

    Ma davide, la classe alla quale, penso, entrambi sentiamo di appartenere, oggi, non vota comunista… è questo il problema… bisognerà pur iniziare a chiedersi perché…. magari senza dire sempre che ci sono dei cattivoni che ci castrano e che quelli che non la pensano come noi sono a turno o stronzi o ignoranti…

  • andreamuni

    Ti ringrazio molto tra l’altro per partecipare e fare un po’ discussione perché trovo questi temi di un importanza davvero cruciale… e ti posso giurare che, te lo può confermare anche giulio, che lavora in porto (oltre ad essere una rock-star decaduta…:) ), per esempio io quando faccio la stagione e lavoro parlo con le persone, colleghi, gente qualunque che non ha studiato che si lamenta continuamente dei toni, del vocabolario e della saccenza dei presunti intellettuali… a volte ne sono anche affascinati, ma vogliono vedere che chi “sa più cose”, davvero, non si sente meglio di loro, né più intelligente… hanno bisogno di vedere che siamo più felici!!! Sono daccordo con te sul pedagogizzare, come ho anche scritto, ma sedurre non è pedagogizzar, sedurre significa che ritieni che anche l’altro abbia qualcosa da insegnarti: sedurre è “io non voglio che tu sia come me, io ti sbatto in faccia che essere come sono, anche se perdo, mi rende più soddisfatto di te…:)

  • davidepittioni

    Sono perfettamente d’accordo con te, tranne forse quando mi dici che il problema è il mancato voto ai comunisti. Non possiamo ridurre tutto il discorso a un’elezione. C’e’ dell’altro, non siamo – come spesso crediamo e contribuiamo a far credere – “nella notte in cui tutte le vacche sono negre”, per dirla intellettuale 🙂

  • andreamuni

    abbiamo creduto per vent’anni che chi votava per berlusconi – come sai anche molti operai – fosse semplicemente o uno stupido o un furbo, e probabilmente era proprio così, ma questi stupidi e questi furbi ce l hanno messa nel culo per vent’anni e la vera cosa, l’unica vera cosa che li univa tutti era l’odio per la saccenza, il moralismo e il senso di superiorità di un intellighentia di sinistra pedagogica e moralista… nessuno si è mai accorto che segretamente il voto per berlusconi era un voto profondamente ideologico… un voto – ricordi? – anticomunista. Ed è inutile dire che i voti che ha perso Berlusconi li ha presi Renzi, che è il suo degno erede, centro destra e centro sinistra sono ormai una cosa sola… penso che su questo siamo tutti d’accordo…purtroppo…

  • andreamuni

    Hai ragione il mancato voto è il sintomo superficiale di una serie di errori che gli stanno a monte.

  • andreamuni

    ma purtroppo, o per fortuna – ti propongo uno scambio hegel-schumpeter – la democrazia non è che il gioco di una grande concertata operazione di marketing, e per cambiare le regole di questa democrazia, dobbiamo prendere la maggioranza dei voti in questa democrazia, dobbiamo imparare a giocare un po’ con le regole del gioco che ci sono, e quando e se mai, riusciremo a vincere, allora potremo cambiarle, altrimenti a volte sembra che ci godiamo a metterci fuori gioco da soli… il che andrebbe anche bene, se solo questo almeno ci rendesse davvero felici e soddisfatti… 🙂

  • davidepittioni

    Mi sembra che tu parli ad un livello di diffusione del consenso. Pero’ ammetterai che c’e’ anche un problema di “contenuto”.
    Ma poi di quali intellettuali parlano, o parliamo? Io e te, se anche fossimo intellettuali in quanto laureati in filosofia o redattori di un blog, siamo veramente così snob da non parlare, da non ascoltare, da non condividere esperienze con i non intellettuali in quanto non laureati e non redattori di un blog?
    Poi il tono e il linguaggio: penso che qualunqur persone sia in grado di distinguere un linguaggio, anche ricercato, ma “vero”, da un linguaggio chiacchierato, vuoto, privo di parola.

    Leggo ora il resto dei commenti e capisco meglio la questione – importante – che sollevi. Riguarda Berlusconi e quel voto contro un certo moralismo. Se e’ a quella intelleghenzia a cui ti riferisci, hai ragione. Aggiungo che per beghe moralistiche la stessa intelleghenzia ha semplicemnte mancato il bersaglio delle politiche dell’ultimo ventennio.
    Detto questo, non sono cosi’ sicuro che la strada possa essere quella di ridursi a quel gioco “democratico”. C’erano una volta gli extra-parlamentari…

    • Andrea

      Extra parlamentari sì, ma contenti, gioiosi, non incazzati perché il mondo non ci ama, o perché siamo disoccupati o abbiamo lavori “di merda” perché non ci pieghiamo ai “compromessi della alla macchina capitalista”. Extraparlamentari che hanon voglia di stare con la gente, nei posti da non extraparlamentaril con rispetto, con ironia, con autoironia, extraparlamentari che sanno di non essere in missione per conto del bene né della verità. O mi stavi parlando di prendere in mano i fucili…? 🙂 E poi, chi sarebbero gli extra-parlamentari oggi? I no global? E ieri, lotta continua?… mi sembra che mai come oggi sia evidente che tutte queste persone non si sono mai accorte di essere (e di essere state) quel che si dice un vaccino: una pilotata, controllata e ben dosata iniezione di virus, che non ha fatto altro che rinforzare le difese immunitarie e la paura della famosa maggioranza silenziosa – o come direbbero i wu ming, dell’armata dei sonnambuli… faccio anch’io un po’ l’intellettuale comunista…hahahah 🙂

      • Andrea

        La mia domanda, ovviamente provocatoria, è questa: ma vogliamo provare a vincere, o ci piace così?:) E se ci piace così, perché siamo/sembriamo – specialmente agli altri – tutti così incazzati, delusi, inviperiti?:)

  • davidepittioni

    Dovremmo allora rileggere quella storia con la stessa gioia, no? Far emergere quelle aperture, quelle possibilità, quei salti che la rendono un processo dinamico, dall’esito non scritto. O con “obiettività da apocalisse” (Foucault) ne vediamo solo la necessità, tutto fagocitato da uno spaventoso intestino (o destino?:)) che si immunizza tramite vaccini controllati? Mi sembra un pò sospetto considerare le lotte del passato come banali incidenti di percorso. Certo, la “macchina” reagisce, para il colpo, rimette la catena sull’ingranaggio dopo il salto, però si modifica nel farlo, migliora (?), è costretta a riformarsi. Non è più nemmeno questione di vittoria (c’è anche quello, vero) e anche il riflusso suonerebbe tipo: “le abbiamo prese, ma per un pò li abbiamo tenuti per le palle”. E sì, abbiamo goduto.

  • davidepittioni

    Il caso dei WuMing è molto interessante. Le storie che raccontano sono storie di sconfitta eppure sempre attraversate da un ottimismo paradossale, da un rilancio possibile, una diversa necessità della ribellione e della resistenza, piegata, ma giusta, come se al fondo si depositasse un residuo, un giusto motivo per farlo di nuovo.

    Ma soprattutto, Andrea, toglici una curiosità: perchè hai scelto quella foto?

    • Andrea

      Ricorderai sicuramente che quella frase di Foucault è provocatoriamente diretta anche verso un certo storicismo vetero-marxista, che concepisce la storia come una serie di eventi (positivi e negativi) che condurranno “inevitabilmente” alla rivoluzione…:)
      Tu pensi davvero che li abbiamo mai, finora, tenuti per le palle?:) quando? quando le br hanno ammazzato moro? al g8 di genova?… “loro” non hanno dovuto far altro che dire ai sonnambuli…”guardateli godere”… e si sono assicurati che mai avremmo potuto vincere. Io cero all’apertura del cpt a gradisca, ormai a occhio una decina di anni fa, o forse nove. Ero con tanti amici no-global in un corteo che da pacifico si è trasformato – per primo – in violento… con gli sbirri che non aspettavano altro e che hanno menato, forte, tutti, con padri che scappavano coi bambini in passeggino, e i miei “amici” tutti contenti di aggredire i loro vecchi nemici, che si preparavano con le pietre, il filo spinato e tirandosi su le kefie. Non mi diverto mica a dire queste cose, sai? Le dico perché vorrei che provassimo a ripartire, a ripartire davvero diversamente, perché siamo scomparsi, scomparsi… dieci anni fa non era così, e lo sai bene anche tu… e se siamo scomparsi un po’ deve essere anche colpa nostra… soffro a dire queste cose… ma vorrei provare veramente a ripartire… Finché c’è stata una falce e un martello da qualche parte sulla scheda elettorale io l’ho sempre votata, lei è scomparsa… io non ancora. Mi piacerebbe che mettessimo – io per primo – anche solo un millesimo delle energie spese finora ad odiare moralizzare e pedagogizzare, al servizio di una vita quotidiana che faccia desiderare gli altri – i sonnambuli – di essere come noi. Questo non è mai stato davvero provato, e secondo me è l’unica via… Ti ringrazio davvero molto perché mi stai aiutando a far affiorare una sensazione che davvero in me è ancora nebulosa, la sensazione che forse dovremmo imparare a “godere” altrimenti del nostro essere perdenti… come sai anch’io apprezzo molto quello che stanno facendo i wu ming, e personalmente trovo che il loro approccio sia uno dei più fecondi e creativi che siano emersi negli ultimi tempi. Ci si provoca e ci si critica, tra amici, con affetto, per confonderci e per far emergere qualcosa che non c’era…

      • Andrea

        ho messo quella foto per far saltare la mosca al naso a un po’ di gente, perché ormai si riesce a far parlare le persone solo per reazione… e perché non credo in dio padre onnipotente (o negli altri nomi che gli si da a seconda della propria ideologia). il voto neo-fascista in Europa è un voto di protesta, di gente che fino a un po di anni fa non avrebbe mai votato così, c’è stata un crisi mondiale e chi portava avanti valori genuinamente comunisti non è stato in grado di affascinare nessuno… di chi è la colpa? Se vuoi sentirmi dire che disprezzo il fascismo lo faccio volentieri.. non c’è niente di più lontano dai miei “valori” e dalla mia vita, in particolare mi fa ridere il bisogno di identità forte che – come ogni ideologia – il fascismo (e il neo-fascismo) portano con sé. Sai tu dirmi perché un giovane disoccupato immigrato di seconda generazione, in Francia, vota Front National e non il partito anticapitalista?… possibilmente senza dire che è colpa della “macchina”, perché la “macchina” c’è e ci sarà sempre, finché non la trasformeremo dal di dentro facendo venire la voglia a tante altre persone, persone tanto diverse tra loro e diverse da noi, di essere diversamente.

  • Cristiano Carchidi

    Salve ragazzi,
    “Scusate” l’intrusione, ma vorrei provare ad inserirmi nella discussione non tanto per cercare di risolverla quanto con l’intenzione di complicarla.
    Sono d’accordo in larga parte con ciò che Andrea ha espresso brillantemente nell’articolo, soprattutto quando parla della “mutazione consumistico-capitalistica” che ha inibito (o alterato) la capacità di una soddisfazione popolare “semplice”.
    Mi trovo diversamente d’accordo quando si tenta, a mio parere, di categorizzare le ragioni di un certo risentimento all’interno di un blocco che essendo trans-nazionale è anche trans-ideologico.
    Rispetto alle vostre opinioni, espresse nei commenti, mi trovo vicino alla parte critica. Sono in maggiore difficoltà nel comprendere la strada per la quale si cerca un “miglioramento”. Ora, senza rendere il discorso più complicato di quanto già sia, mi chiedo se, e come, pensate che una “essere diversamente” che si esprime attraverso la “presa del potere politico” o la “lotta di classe” possa davvero accadere e funzionare nell’ottica di un pro-grammare. Ciò che intendo dire è: siamo sicuri che esprimendo un’idea indicata come la “nostra” idea non si rischi di ricadere nel giochetto dei ruoli indicato così efficacemente da Pasolini, che si rischi cioè di assemblare altre “forme dominanti”, che non fanno che bloccare la reale possibilità di un cambiamento e cristallizzarla in un sempre uguale?

  • andreamuni

    Hai perfettamente ragione cristiano, e ti ringrazio molto di essere intervenuto, io e davide siamo entrambi parte del gruppo di charta sporca, ci conosciamo, e forse abbiamo dato per scontate tutta una serie di condivise posizioni politiche. Credo che quello che dici sia profondamente corretto, e questa discussione/dibattito esiste anche proprio nella speranza di poter costruire insieme un “noi” alternativo a tutti i precedenti. Chiedo anche a te, considerato che vivi all’estero e giri molto, qual’è la ragione politica della ascesa dei neo-fascismi europei e della scomparsa dei partiti comunisti (o anticapitalisti), ad esempio in un paese come l’olanda, dove le frange xenofobe sono forse minoritarie, ma molto agguerrite.

  • Cristiano Carchidi

    Grazie Andrea, è un piacere poter partecipare a discussioni così interessanti.
    Prima di rispondere alla tua domanda, vorrei precisare che con il mio precedente commento non intendevo contestare le vostre posizioni specifiche su un possibile “noi” alternativo, ma tentare di pensare la possibilità di non cercare di costruire un qualsiasi Noi (che rischierebbe di rinchiudere le potenzialità di esprimersi in una struttura già edificata). Con ciò non vorrei indicare la via per una dissoluzione di ogni possibile soluzione, ma riflettere, e indurre a farlo, sulla possibilità che le “soluzioni” emergano e che il “nostro” ruolo possa essere quello di fare in modo che l’emergenza di una molteplicità di soluzioni sia resa possibile. In senso figurato direi: cercare di aprire degli spazi vuoti.

    • Cristiano Carchidi

      Per quanto riguarda l’ascesa dei neofascismi o di movimenti di tendenza xenofoba, credo che le cause non andrebbero ricercate in una certa idiosincrasia umana comune in tutti i casi (mi trovo particolarmente in accordo con te quando dici che è sbagliato pensare che sia un fatto di stupidità o di altre caratteristiche che rendono colpevoli coloro i quali si avvicinano a posizioni che trovo infinitamente tristi). Penso al contrario che andrebbe fatto un discorso specifico riguardante ogni caso nazionale. Uno spunto interessante però, penso possa essere quello di ipotizzare nella morfologia di tali movimenti varie cause che sono legate ad una certa im-potenza, che non potendosi estrinsecare come suo contrario e trovare una soddisfazione si rivolge all’esterno e, se ben indirizzata, diventa aggressiva (seppur in senso reattivo). Per questo, ad esempio, credo che la crisi economica (similmente all’inflazione violenta che ha colpito la Germania pre-Hitleriana) possa essere una causa scatenante di istinti che in alcuni casi aspettano solo di essere scatenati.

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