Perché riflettere sul discorso di Emma Watson mi ha fatto capire, meglio di un libro di Judith Butler, che il femminismo non è una questione di genere

di Arianna Marchente

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Mentre tutti si dedicano a tematiche più urgenti, quali ISIS, Ebola e Jobs Act, vorrei staccarmi per un attimo dal coro per tornare indietro a un piccolo evento accaduto sul finire dello scorso settembre : mi riferisco ad Emma Watson e al suo discorso in favore di una certa concezione del femminismo, quella sostenuta dalla campagna del movimento HeforShe che è stata presentata nientemeno che al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite. Per chi ha avuto di meglio da fare, o semplicemente ha ritenuto che la politica interna e internazionale fosse una questione più importante a cui dedicare la propria attenzione, farò un breve riassunto di quanto è accaduto.

Domenica 21 settembre la appena ventiquattrenne Hermione di Harry Potter, in qualità di ambasciatrice del settore UN dell’ONU (carica che ricopre da sei mesi), ha tenuto a New York un discorso della durata di poco più di 10 minuti in favore della campagna neo-femminista HeforShe. Diciamo pure che più che un discorso quello di Emma Watson è stato un vero e proprio outing: Emma ha deciso di dichiararsi apertamente e a gran voce “femminista”.

Ma cosa vuol dire “femminismo” oggi? Ha ancora senso questa parola oppure il suo significato si è frantumato in una miriade di sottosignificati identitari, sterili e dogmatici? la Watson sembra leggerci nel pensiero, rispondendo prontamente alla nostra domanda: “Per la cronaca – ci dice l’attrice inglese durante il suo intervento alle Nazioni Unite – il femminismo è fondamentalmente la convinzione che uomini e donne debbano avere uguali diritti e opportunità. È la teoria della parità dei sessi in ambito politico, economico e sociale”.

Il fatto di avere fin da subito a che fare con una definizione chiara e alla portata di tutti dovrebbe farci stare tranquilli, ma è sufficiente un minimo di coscienza storica per sapere che anche il femminismo, come tutte le ideologie del resto, ha conosciuto una sua evoluzione e complicazione in molte tipologie diverse, e spesso contrapposte. L’approccio watsoniano alla questione femminista – purtroppo per lei – è quanto di più desueto si potesse immaginare perché, come lucidamente osservato in un articolo apparso qualche giorno fa su Il Post esistono diversi tipi di femminismo, e quello sostenuto da Emma Watson non solo non è tra i più moderni, ma rappresenta anche un pericoloso boomerang socio-culturale (oltre che un’implicita omologazione e omologabilità dei sessi, contro cui si sono battute autrici importanti tra cui Luce Irigaray).

Concepire il femminismo semplicemente come gender equality singifica porre oggi, proprio nel bel mezzo del boom degli studi di genere, la questione femminile in un modo stantio, demagogico, vecchio, un modo che già delinea il femminile come qualcosa di subordinato al maschile. Il femminismo in sé non è una questione obsoleta, anzi. Come tutte le questioni dotate di radici profonde, in un momento delicato come quello attuale, occupa un ruolo importante e soprattutto rappresenta una sfida non solo teorica, ma anche politica. Con “politico” intendo qui riferirmi alla tendenza a ritenere vero un certo modo predominante di intendere un concetto e ad agire quindi nel senso di quella presunta verità. Politico inteso quindi come sinonimo di pratico, e di intersoggettivo. L’equazione femminismo uguale parità tra sessi è un’equazione politica datata, un porto sicuro, che tende a mantenere statiche le possibili controcondotte di nuove aspiranti formazioni politiche femministe.

Probabilmente è proprio questa staticità, che riduce – forse in buona fede – il femminismo a mera parola e niente più, la fonte dell’impazzare in America (paese tradizionalmente più sensibile di altri alle questioni di genere) dell’hashtag Women against feminism. Si tratta chiaramente di una presa di posizione provocatoria, autocritica e politica. La storia ci insegna che l’autocritica è l’unica via praticabile per raggiungere il cambiamento, per trasformarsi, per crescere in potenza e seduzione; ma siamo davvero sicuri che questo insegnamento valga ancora oggi e che non abbia esso stesso una natura politica? Certo, cambiare le cose non è mai semplice, il cambiamento non può più avvenire per opposizione, deve piuttosto svilupparsi lentamente a partire dalla crepe che si sono prodotte nella realtà. Le Women against feminism rappresentano un sintomo – consapevole e provocatorio – di queste crepe. Le loro parole ci dicono che qualcosa, nella modalità di comunicazione politica del femminismo tradizionale, non sta più funzionando.

Sul Tumblr delle “antifemministe” vengono costantemente postati slogan del tipo “non ho bisogno del femminismo perché nessuna donna può dirmi cosa devo essere” o ancora “non ho bisogno del femminismo perché l’unica cosa che mi determina è la mia decisione.” Le autrici di questi slogan pretendono che il significato veicolato dal termine “femminismo” si trasformi radicalmente. Perché questo cambiamento possa davvero verificarsi c’è bisogno di un tipo di pratica che abbia al tempo stesso una portata singolare e universale, che riesca cioè ad investire tutti. Lo spazio di questo gesto politico non è di certo quello ristretto della sala delle Nazioni Unite, ma piuttosto quello dentro cui hanno iniziato appunto a muoversi le “antifemministe”, cioè lo spazio del web. Forse non abbiamo bisogno di troppe teorie, di discorsi, di argomentazioni e di paroloni. Forse – a volte, paradossalmente – ciò di cui abbiamo più bisogno è di prenderci un po’ meno sul serio. Abbiamo bisogno di leggerezza e di nuove vie.

Esistono in tal senso personaggi e progetti poco valorizzati in Italia, che andrebbero forse presi maggiormente in considerazione. È il caso ad esempio di Lena Dunham che, per quanto si sia dichiarata parzialmente a favore del discorso di Emma Watson, ha intrapreso una strada ben diversa da quella dell’attrice inglese. Figlia d’arte, Lena Dunham, a soli 28 anni ha già sceneggiato, diretto e interpretato non solo un film (Tiny forniture) ma anche un’intera serie televisiva (Girls). L’esordio come scrittrice risale invece allo scorso 30 settembre, quando in quasi tutte le librerie del mondo è uscito in contemporanea il suo libro, un’autobiografia femminista incentrata sul valore dell’imperfezione, che sembra essere casualmente una perfetta risposta al discorso della Watson. Tutta la produzione di Lena Dunham è tesa all’esigenza di rispondere, attraverso canali, strade e linguaggi diversi da quelli tradizionali, alla domanda “cos’è oggi il femminismo?”.

“Sono troppo impegnata a diventare ciò che sono” è una delle frasi di apertura delle show televisivo Girls, sentenza dal sapore nietzscheano che attraversa come un filo rosso tutte le puntate della serie (e la vita di tutte e quattro le protagoniste). Attraverso queste quattro ragazze, Lena porta avanti una lotta leggera e al tempo stesso profonda, acuta e sottile in favore della libertà individuale, sia essa maschile o femminile, eterosessuale, bisessuale o omosessuale. Corpi nudi e imperfetti, rapporti sessuali reali, a volte belli e a volte non troppo soddisfacenti; la rincorsa disperata verso la realizzazione dei propri sogni in un mondo che nel migliore dei casi ti costringe a lavorare gratis: la distesa infinita del desiderio femminile (che, attenzione, non appartiene solo alla donna, e che spaventa chi non riesce a stargli dietro) è il vero tema di Girls e Tiny furinture.

Chi è abitato da questo desiderio costitutivamente imperfetto è al contempo potente ed estremamente vulnerabile: non ha paura di ballare da solo perché sa che c’è sempre qualcun altro pronto a muovere dei passi – seppur diversi – insieme a lui. Questo passo di danza, solitario ma condiviso, diverso e al tempo stesso uguale, è forse la chiave di una nuova non reciproca concordia tra i generi, la cui importanza e attualità politiche non sono da meno di quelle dell’ISIS e dell’Ebola. Ripensare il femminismo, e la parità di genere, significa oggi iniziare a muoversi in direzione di una potente imperfezione, un pudore in grado di scavalcare ogni ragionamento per opposizione e capace piuttosto di valorizzare i rapporti umani in una nuova chiave: non tanto una desessualizzazione, quanto piuttosto una degenerizzazione.

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