Pinguini al bar, umani sui social. Luoghi e non-luoghi della pandemia

di Francesco Papa

La terra presenta ormai pochi luoghi non antropizzati. Tra l’altro i paesaggi nei quali non si riscontra nemmeno un elemento umano sono tali perché in essi la presenza dell’uomo è impossibile o difficilissima. Solo nelle vette delle grandi montagne, in alto mare, negli abissi degli oceani o nelle vicinanze dei poli geografici si possono osservare paesaggi totalmente scevri da segnali di umanità. Al netto di questi luoghi “difficili”, l’uomo ha impresso la sua orma su tutto il resto del pianeta. Non sono solo gli agglomerati urbani a portare il segno dell’antropizzazione, ma anche porzioni di territorio con densità di popolazione trascurabili che però vengono attraversati da opere umane (strade, elettrodotti, oleodotti, piattaforme petrolifere ecc.). Così è diventato difficile per un uomo (come individuo) osservare un paesaggio senza avvertire la presenza dell’uomo (come collettività). Arrivano però in questi giorni su tutti i media immagini di paesaggi antropici in cui l’uomo non è contemplato. Video di città vuote, di strade deserte, finanche immagini satellitari da cui si evince una riduzione del 90% del traffico aereo sul pianeta, finiscono sui nostri device e ci suggeriscono che il mondo nella sua consistenza fisica va avanti anche senza di noi.

Questa immagine potente e insieme ridimensionante per l’umanità, dà la percezione di quanto l’essere umano abbia nei millenni condizionato e modificato l’ambiente che ha colonizzato. Soprattutto per quel che concerne il consumo del suolo. All’affacciarsi dei primi ominidi sulla Terra, infatti, il suolo era utilizzato prevalentemente come territorio di caccia. Successivamente divenne la base per una produzione agricola e zootecnica che garantisse il sostentamento di piccole tribù. Oggi invece il suolo è al centro di un sistema di relazione tra l’uomo, i cicli naturali e l’economia. Tale sistema di relazione si regge su un delicato equilibrio che gli eventi degli ultimi mesi ci suggeriscono possa rompersi facilmente. Lo dimostra il fatto che le regioni italiane più colpite dalla pandemia da Covid-19 (la Lombardia, il Piemonte e il Veneto) sono anche quelle che presentano un indice di consumo del suolo più alto. Al contrario, quelle meno colpite, sono proprio le regioni a vantare un indice più basso. La Lombardia ha una percentuale di suolo consumato rispetto alla superficie regionale totale del 12,2%, mentre il Molise, la regione meno colpita, fa registrare un 4,7% (dati aggiornati al 2013 dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Appare dunque chiaro che l’urbanizzazione diffusa, concentrata o dispersa che sia, non solo produce perdita di paesaggi, suoli e relativi ecosistemi, ma si è rivelata un modello insediativo energivoro e potenzialmente dannoso in caso di epidemia.

La pandemia che stiamo vivendo è vista da alcuni come una reazione della natura all’antropizzazione aggressiva. La natura, dunque, cercherebbe di riprendersi i suoi spazi, a scapito dell’urbanizzazione. È una tesi sulla quale conviene riflettere e che pare avvalorata dalle tante immagini a cui stiamo assistendo negli ultimi giorni. A Roma, l’erba ha ripreso a coprire Piazza Navona, non succedeva da secoli. A Città del Capo, un gruppo di pinguini è stato immortalato mentre attraversava una via del centro. A Llandudno, in Galles, un gregge di capre ha imperversato per le strade della città attratto dalle siepi e dai prati lasciati incustoditi dagli uomini. In realtà questo fenomeno, oggi eclatante, è sempre accaduto, basti pensare ai pavimenti dei marciapiedi delle nostre città divelti dalle radici degli alberi che crescono oltre le aiuole o ai cinghiali che saccheggiano le pattumiere di periferia. La narrazione della pandemia fatta dai media, però, ci consegna lo storytelling di una natura non più leopardianamente matrigna, ma ribelle davanti al totalitarismo imperante di un’umanità rifugiata temporaneamente nelle sue dimore private. Ma cosa succede all’interno delle nostre case? Mentre fuori imperversa la pandemia si realizza la metafora montaliana dell’uomo-formica? È dunque l’umanità in un letargo fuori stagione, chiusa come un insetto dentro un formicaio in attesa di un’anelata primavera?

Quello che gli uomini stanno vivendo in questa emergenza è tutt’altro che un letargo. La stasi del corpo non corrisponde a una quiete. C’è lo smart working, ma non solo. L’uomo si muove restando fermo. La tecnologia, che egli stesso ha creato e che vive dell’antropizzazione totalitaria, gli consente di lavorare, di mantenere relazioni, di imparare. La pandemia 2020 non è paragonabile a nessun altra epidemia scoppiata prima sul pianeta. In primo luogo perché la globalizzazione negli ultimi decenni ha avvicinato gli uomini come mai prima nella storia. In secondo luogo perché la popolazione mondiale non è mai stata così numerosa, e quindi il Coronavirus ha a disposizione circa otto miliardi di individui in cui proliferare. Infine, terzo punto, l’attuale tecnologia permette agli uomini di mantenere contatti sociali nonostante la distanza fisica imposta dalle norme anticontagio. Grazie ai social network infatti miliardi di uomini (gli iscritti a Facebook sono oltre due miliardi) possono entrare in relazione tra loro. Il problema è stabilire se tale relazione sia reale o illusoria.

Agli albori di internet le relazioni intrattenute attraverso la rete erano o la conferma e la continuazione di rapporti reali, o preliminari alla costruzione di una relazione nel senso comune del termine. In pratica la rete era solo un mezzo di comunicazione tra un emittente e un ricevente. Con l’avvento dei social network, invece, la costruzione di relazioni è divenuta qualcosa di autonomo, qualcosa di esplicitamente finalizzato alla creazione di un’altra realtà. Una realtà virtuale in cui, tra l’altro, si può costruire un’immagine di sé alternativa a quella reale con una semplicità disarmante. Così la rete ha abbandonato la sua originaria funzione di mezzo, per diventare un luogo, o meglio un non-luogo. Quando Marc Augé ha definito i suoi “non-luoghi”, lo ha fatto descrivendo tre categorie di spazio: quelli di circolazione, quelli di consumo e quelli di comunicazione, rappresentati rispettivamente dall’aeroporto, dall’ipermercato e dalla televisione. In realtà il fattore comune a queste tre categorie di spazi è soprattutto il consumo, poiché sia la circolazione di beni e servizi, sia la comunicazione, sono in ultima istanza dei beni di consumo.

Secondo Augé: «nell’antropologia architettata dalla società dei consumi l’essere umano è già dipendente dalle protesi che lo investono: bisogna consumare per esistere e il culmine dell’esistenza è riuscire a passare dall’altra parte dello schermo, farsi immagine». La necessità di questo passaggio all’immagine ha ormai prodotto una “società del consumo delle immagini”. Lo dimostra il successo crescente di social network fondati sull’impatto visivo come Instagram e Tik Tok, che in questo senso sono profondamente diversi da a Facebook e da Twitter (fondati invece prevalentemente su contenuti testuali). Il passaggio a piattaforme di tipo “visivo” ha ridotto ancor più le interazioni che vanno oltre il “like” lasciato di sfuggita. Questo ha accentuato ancora di più il senso di solitudine che – come le radici degli alberi sotto il cemento – si dibatte al di sotto del numero di follower che un utente riesce a vantare.

Potremmo allora distinguere due forme di solitudine: quella tradizionale e quella legata alla pratica sistematica e illusoria dei social network. La distinzione in questo particolare momento storico è ancor più evidente, vista la solitudine imposta dal distanziamento sociale. Queste due solitudini gravano oggi entrambe e in maniera sovrapposta sugli individui, rivelando in modo inequivocabile che l’uomo ha bisogno di rapporti reali, rapporti iscritti nello spazio e nel tempo; che l’uomo ha bisogno di luoghi. I social network, luoghi virtuali, con il loro ideale di ubiquità e istantaneità, si sono rivelati incapaci di costruire rapporti tra gli individui proprio perché la loro istantaneità non consente ai rapporti di maturare davvero nello soezio e nel tempo, divenendo qualcosa di reale.

Il lockdown fisico tra qualche settimana, speriamo il più presto possibile, finirà. Occorrerà allora riflettere sugli effetti dell’isolamento prodotto dalla spersonalizzazione dei rapporti sociali e dall’emergere di nuove forme di solitudini dovute all’uso dei social network e delle tecnologie digitali in generale. Il digitale produce inesorabilmente una perdita di un “pezzetto di realtà”, non riesce a riprodurre tutte le sfumature del reale. Lo spiega con un esempio Baricco nel suo “The Game”: «la lancetta sull’orologio del campanile si muove di un moto continuo, colma ogni micro istante del tempo […] ma il vostro orologio digitale non lo fa, magari vi conta i secondi, magari anche i decimi o i centesimi, ma poi a un certo punto smette di contare e salta alla cifra dopo: lì in mezzo c’è una porzione di mondo (infinitesimale) che il sistema digitale si perde per strada».

Così le strade vuote, viste in questi giorni, sono una sfumatura della realtà che stiamo perdendo. Certo ne abbiamo notizia, vediamo le immagini di Piazza Navona con l’erba alta, i pinguini che attraversano Città del Capo, capre che pasteggiano lungo i prati gallesi – ma queste non sono che porzioni di una realtà che continua senza l’uomo, mentre l’umanità è tutta presa e impegnatissima a costruirsene un’altra attraverso i social network. Le nostre città, le nostre piazze, i nostri luoghi al tempo della pandemia sono diventati non-luoghi, perché in essi manca il requisito essenziale della relazione: l’uomo. Il rischio è che la paura di questi giorni, il distanziamento sociale e la preponderante dittatura della società dell’immagine e del consumo producano una società nuova, più virtuale che reale, in cui l’uomo esiste solo come consumatore tecnologico. Non possiamo che sperare, al contrario, che la pandemia sia invece un’occasione offerta a ognuno di noi per ripensare il rapporto con noi stessi, i nostri rapporti umani reali e il nostro modo di stare dentro a un modello di sviluppo e di progresso che si è rivelato più causa, che soluzione, di conflitti e disastri di ogni sorta.

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