Pisciare sul fuoco. Freud e L’Anti-Edipo

di Davide Pittioni

Richard Lindner - Boy with Machine

Quando pensiamo ai tabù non può che venirci in mente Freud e il suo celebre saggio Totem e Tabù. Ma anche un’altra pietra miliare scritta dal padre della psicanalisi: il Disagio della civiltà, la civiltà come disagio. Capitoli di quella che Freud definiva psicologia delle masse, che trattava sempre in una forma ipotetica, come tentativo, fino a intenderla come estensione alle società di quei principi e di quegli insegnamenti che aveva tratto dallo studio del materiale inconscio individuale. In fondo era lo stesso Freud ad avvertire che la “psicologia individuale era anche, fin dall’inizio, psicologia sociale”. Perché, notava ancora, “solo raramente, in determinate condizioni eccezionali, la psicologia individuale riesce a prescindere dalle relazioni del singolo con gli altri”. Argomenti che evidentemente non bastarono ad arginare la furia demolitrice (nel senso migliore dell’espressione, come di un’orda che decodifica e sgretola i confini) dell’Anti-Edipo: per Deleuze e Guattari, anche quando si apre al campo sociale, Freud resta impastoiato con l’Edipo, la messa in scena, la famiglia. Un teatro antico e non una fabbrica, una rappresentazione e non la produzione. La scoperta – il desiderio – è subito misconosciuta: tutto viene edipizzato, proibito, castrato, nevrotizzato. Non ci può essere desiderio se non c’è legge (e in fondo non è quello che sostiene da un po’ di tempo Recalcati?). La psicanalisi è guastata dall’inizio: “è come la rivoluzione russa, non si sa quando comincia ad andare male”.

Data, comunque, per inconsistente – o quasi – la distinzione tra individuale e sociale, la questione certo non sparisce, anzi semmai prolifica. C’è ancora da notare come Freud lavorasse su “storie” singolari, dati empirici che con grandi sforzi poi cercava di generalizzare. Singolarità sfuggenti, che andavano smussate, ripiegate come asciugamani perché entrassero – sempre un po’ in disordine – all’interno di qualcosa come degli armadi teorici. Basta porsi alla fine, ad Al di là del principio di piacere (e non solo come testo), per vedere come quella che dovrebbe essere la teorizzazione di una pulsione di morte (così almeno passa), è in realtà un cantiere che continuamente va a pezzi, senza per questo rendersi meno interessante. Anzi mostra nelle sue pieghe ciò che conta. Lo scarto. “L’es funziona ovunque, ora senza sosta, ora discontinuo. Respira, scalda, mangia. Caca, fotte”: con queste parole si apre l’Anti-Edipo.

Ed è proprio su una forma poco frequentata – si spera solo teoricamente – di scarto che vorrei porre l’attenzione, con un interessante nota che Freud riporta in Disagio della civiltà. Freud sta parlando dei primi atti di civiltà e tra questi – scrive – l’addomesticamento del fuoco spicca come una conquista straordinaria e senza precedenti. Rimando in nota e colpo di genio:

Il materiale psicanalitico, per quanto incompleto e di difficile interpretazione, permette almeno una congettura (che sembra fantastica) sull’origine di questa impresa umana. Si direbbe che il maschio primitivo fosse abituato, quando incontrava il fuoco, a soddisfare su di esso un desiderio infantile spegnendolo con il suo zampillo d’orina. Sull’originaria interpretazione fallica delle fiamme che guizzano e si levano in alto, stando alle leggende che possediamo, non ci può essere dubbio alcuno. L’atto di spegnere il fuoco orinando – cui tuttora si rifanno quei tardi giganti che sono Gulliver a Lilliput e Gargantua di Rabelais – fu dunque una specie di atto sessuale con un uomo, un dilettarsi della potenza virile in competizione omosessuale. Colui che per primo rinunciò a questo piacere e generò il fuoco, poté portarlo con sé e piegarlo al suo servizio.

Qui Freud dice tutto. Non è importante che la storia che racconta trovi o meno riscontro negli studi antropologici. Si tratta della tesi che ad una rinuncia pulsionale corrisponde un atto di civiltà. È la nascita del principio di realtà, che non può che determinare un circolo nevrotico. Disagio della civiltà, per Freud. Edipizzazione, nevrosi, famiglia, per l’Anti-Edipo, perché il tabù – in fondo – è il monito di un padre. Mentre, invece, notano Deleuze e Guattari, prima di tutto c’è un reale, produzione, produzione di produzione, desiderio: “la produzione sociale è unicamente la produzione desiderante stessa”. Come a dire che prima della famiglia, molto prima di una scena intima, di un nevrotico disteso su un lettino, c’è produzione sociale. In fondo Edipo uccide il padre perché non gli lascia il passo, e nient’altro. La famiglia è già attraversata da parte a parte da un socius più ampio: “c’è sempre uno zio d’America, un nonno anarchico, una nonna all’ospedale, pazza o rimbecillita”. È competizione, anche: come nel passaggio in cui Freud indica un originario atto omosessuale (altro che contro-natura!).

Rimaniamo in un campo insidioso, dove si incontrano singolarità e giochi del caso, come l’“atto di civiltà” che Freud riporta in nota. Non è solo un esercizio di scetticismo ribadirlo – un po’ come dire con Hume che qualunque inferenza induttiva è precaria e sempre passibile di essere falsificata. Serve, infatti, a mostrare il valore dell’irregolarità (contrariamente ai termini che lo stesso Freud utilizza, il “regolarmente” che chiude il passo, per esempio). Sembra proprio un evento del tutto casuale, un incontro fortuito tra diverse direttrici: un uomo qualunque, un giorno, incrociando un fuoco (?) decide di non pisciare sulle fiamme e di addomesticarle. La teoria è abbastanza lontana da non sorprenderci: in una singolarità, non individuale, ma semplicemente particolare, sembrerebbe formarsi la civiltà. “Qualcosa si produce: effetti di macchine, e non metafore”.

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