Premio Amidei 2017 alla migliore sceneggiatura: vince il regista Gianni Amelio con “La tenerezza”

di Francesca Plesnizer

Nella mattinata di mercoledì 19 luglio, presso la Mediateca goriziana “Ugo Casiraghi”, si è svolta la conferenza stampa con il vincitore della 36a edizione del Premio Amidei, il regista Gianni Amelio, in concorso con il suo ultimo film La tenerezza, uscito nelle sale italiane lo scorso aprile. Con lui erano presenti la giurata Silvia D’Amico e la direttrice artistica Mariapia Comand.

Amelio si è subito detto felicissimo di ricevere questo premio, ma anche triste perché ha smesso di desiderarlo: questo riconoscimento ha infatti per lui una speciale importanza. “In passato, vedendo che non vincevo, mi sono molto arrabbiato con la mia amica Silvia D’Amico e con gli altri giurati; ora sono stato premiato per sfinimento, è stato un premio estorto subdolamente” ha detto sorridendo. “Quest’anno ho mandato ai giurati le mie analisi del sangue e loro, vedendo i valori dei trigliceridi e della glicemia, avranno detto: ora o mai più!” ha proseguito scherzando.

L’attaccamento di Amelio al premio nasce dalla sua sconfinata passione per Sergio Amidei, del quale è sempre stato un accanito fan. Egli ha raccontato di quando ebbe la fortuna di incontrarlo negli anni ’70: “Lo vidi camminare per strada e lo riconobbi, così lo fermai per presentarmi e fargli i miei complimenti. Lui era sorpreso del fatto che qualcuno lo avesse riconosciuto – capitava di rado – ma quando capì chi ero fu lui a complimentarsi con me per un mio lavoro televisivo, Il piccolo Archimede del ‘79. Per me, questo fu come un Oscar”.

Agli Oscar del ‘91 il suo lungometraggio Porte aperte con Gian Maria Volonté venne candidato come miglior film straniero. Amelio, tuttavia, non si recò a Los Angeles alla premiazione: “Non lo sentivo come ‘il mio ambiente’ e penso non sia il caso di andare in un luogo che potrebbe mutare il proprio modo di vedere le cose; anche se premi del genere rappresentano indubbiamente un avanzamento professionale” ha affermato, per poi aggiungere: “Al premio Amidei sono invece molto legato: non è una ricompensa occasionale, bensì un riconoscimento che uno sente di aver meritato. Amidei è stato una persona che ha ottenuto tutto ciò che ha avuto – e che ci ha dato – senza che nessuno gli abbia regalato nulla. Ha lavorato con una passione che oggi non c’è più, ma che bisognerebbe riconquistare: dobbiamo riappropriarci del diritto alla felicità di scrivere, ma anche alla sofferenza di scrivere”.

Il regista ha spiegato che scrivere non è propriamente un atto divertente, anzi: “scrivendo si attinge ad una miniera dentro di noi, che o viene scoperta quando si è ragazzini, o mai più; non la si acquista studiando a Roma: ce la si porta dentro dalla provincia dalla quale si viene”.

Amelio ha poi precisato che le affinità che sente con Amidei sono di natura spettatoriale: quando si siede davanti a uno schermo dove viene proiettato un film di Rossellini scritto da Amidei, assiste a qualcosa che, a suo avviso, non si è più ripetuto nel cinema italiano e straniero. Amidei aveva la capacità di esprimersi e di esprimere cose necessarie. Con coraggio, ha affermato, Amelio, egli “si espose alle incomprensioni, all’insuccesso, poiché il suo obiettivo non era quello di inseguire la carriera – chi la rincorre, lo fa infatti per se stesso e non lascia eredità”.

Nessuno sceneggiatore odierno, secondo Amelio, è in grado di produrre ciò che scrisse Amidei, tuttavia è possibile ritrovare le spinte morali da cui egli fu guidato. Non bisogna farsi travolgere dalla nostalgia dei tempi andati, però, bensì lavorare sui nostri tempi e con i mezzi che abbiamo – che è poi quello che fa Amelio stesso.

Silvia D’Amico ha affermato in seguito che negli anni passati ci sono stati talvolta accesi litigi, fra la giuria dell’Amidei (composta, oltre che da lei, da Doriana Leondeff, Francesco Bruni, Massimo Gaudioso, Giovanna Ralli e Marco Risi), per scegliere a chi assegnare il premio. Quest’anno invece «è andata molto liscia» e con serenità si è deciso per La tenerezza. Queste le motivazioni (lette al regista durante la premiazione avvenuta la sera di mercoledì 19 presso il Parco Coronini Cronberg): “Gianni Amelio è stato in grado di rappresentare le nostre vite quotidiane, riuscendo a trovare un equilibrio magico tra naturalezza e invenzione, un’impresa sostenuta da una scrittura di altissima qualità, da un’incredibile sensibilità registica e da straordinarie prove recitative”. Riceve il riconoscimento per la sua “capacità di esplorare e penetrare la realtà con acume documentario e [per] la sapienza narrativa nella costruzione di geometrie umane e psicologiche di rara raffinatezza, nel panorama cinematografico contemporaneo”.

Dopo aver ricevuto il premio, Amelio ha dichiarato di aver avuto una straordinaria accoglienza a Gorizia, città che ha visto per la prima volta e che gli è molto piaciuta. Facendo dell’ironia e suscitando l’ilarità del pubblico, ha citato gli Oscar vinti da Meryl Streep e ha chiesto: “Perché io non posso vincere tanti Amidei? Promettetemi, voi giurati, che questo non sarà l’ultimo, fatemi tornare a Gorizia!”.

Gli è stato poi domandato di raccontare quale tema del romanzo La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone (Longanesi), da cui ha liberamente tratto il film, lo ha ispirato. Il regista ha risposto: “Vedrete sui titoli di testa che il soggetto e la storia sono miei; dal libro ho preso non uno spunto, ma un’occasione. La tenerezza è nato da una telefonata di un produttore che mi ha detto di aver comprato i diritti di questo romanzo e mi ha chiesto se volevo farne un film. Io ho risposto di sì, ma a patto di avere libertà di lavoro. Questa libertà mi è stata data, e allora ho cominciato a scrivere un’altra storia. Film e libro camminano parallelamente ma non si somigliano assolutamente”. La sceneggiatura è stata scritta, oltre che da Amelio, anche dallo sceneggiatore e regista Alberto Taraglio.

La pellicola racconta di un anziano avvocato napoletano malato di cuore, Lorenzo, interpretato da Renato Carpentieri. Egli vive solo e ha chiuso ogni rapporto con i suoi due figli ormai adulti, Elena e Saverio (Giovanna Mezzogiorno e Arturo Muselli). Proprio nel suo palazzo incontra sulle scale Michela (Micaela Ramazzotti), una donna vitale, una “forza della natura” che però ha la testa fra le nuvole – infatti dimentica sempre le chiavi di casa in cucina, rimanendo chiusa fuori. Lorenzo va in suo soccorso e impara a conoscere lei, i suoi due figli piccoli e il marito Fabio, uomo tormentato che ha il volto di Elio Germano – che ci regala qui una delle sue migliori interpretazioni. Lorenzo si affeziona a questa famiglia come fosse la sua, la ‘adotta’, e instaura in poco tempo un legame profondo e intimo con Michela. Tuttavia, l’avvocato soffrirà in prima persona quando un’inaccettabile tragedia colpirà la famiglia, e ciò lo porterà a riconsiderare il suo passato, gli atti – compiuti e mancati – che lo hanno reso la persona che è, ma, soprattutto, la travagliata relazione con sua figlia Elena.

La tenerezza è un film vertiginoso che si guarda con un groppo in gola e che scombussola lo spettatore. È una storia a incastri, un puzzle in cui ogni personaggio rappresenta un tassello di ‘vita’: vita tolta, vita disgraziata fatta di solitudine e inadeguatezza, vita di sorrisi semplici che celano abissi di dolore, vita di egoismi, tradimenti, rapporti spezzati. Alla fine del film tutti i pezzi trovano una loro collocazione e il quadro si completa proprio con un inaspettato gesto di tenerezza che è riscoperta, ritorno a casa, perché, come dice Giovanna Mezzogiorno nel film, citando un poeta arabo «la felicità è dietro, non davanti». La pellicola ha il pregio di mostrarci che degli incontri e dei legami casuali possono indicare a volte la via di casa, spingendoci indietro, a sbrogliare la matassa di rabbia e peccati non espiati che ci siamo lasciati alle spalle, prima che sia troppo tardi. Amelio mette in questo suo ultimo lavoro una sconfinata delicatezza, che si legge negli sguardi dei personaggi e che travolge brutalmente lo spettatore proprio perché è estrapolata dalle pagine della nostra realtà – tetra, sciagurata, ma anche gloriosa e benedetta dall’amore. Il cineasta ha saputo registrare magistralmente il nostro tempo e le complesse dinamiche familiari di persone all’apparenza comuni, sottolineando quanto le rimozioni, le teste voltate dall’altra parte, i silenzi forzati, portino alla creazione di mostri interiori che potremmo non essere in grado di tenere a bada, che potrebbero prendere il sopravvento bruciando furiosamente la purezza sacra, l’innocente bellezza, la comprensione e la solidarietà disinteressate – la tenerezza, quella che non c’è stata, quella che meriteremmo tutti.

Gli altri film in concorso al Premio Amidei alla migliore sceneggiatura cinematografica internazionale erano: Io, Daniel Blake di Ken Loach, La ragazza del mondo di Marco Danieli (David di Donatello 2017 come miglior regista esordiente), L’ora legale di Ficarra e Picone, L’altro volto della speranza del finlandese Aki Kaurismäki, Il cliente di Asghar Farhadi (Premio Oscar 2017 come miglior film straniero) e Lasciati andare di Francesco Amato.

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro anche con le riviste “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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