Premio Amidei per la migliore sceneggiatura: incontro con il critico Brunetta

di Francesca Plesnizer

Gian Piero Brunetta, figura fondamentale nel panorama della critica cinematografica italiana e della storia del cinema, ha presentato giovedì 13 luglio alle 18 il suo ultimo libro Attrazione fatale. Letterati italiani e letteratura dalla pagina allo schermo. Una storia culturale presso il Palazzo del Cinema di Gorizia, durante il primo giorno del Premio Internazionale Sergio Amidei alla migliore sceneggiatura cinematografica. Non è un caso che la sua ultima fatica, ancora inedita, sia stata presentata proprio in questo contesto: l’associazione Sergio Amidei e il Palazzo del Cinema collaborano infatti alla sua pubblicazione, che sarà curata da Mimesis Edizioni. Inoltre, l’idea del tema scelto quest’anno per il festival goriziano, “Arcipelago”, viene direttamente da una sezione del libro di Brunetta, che lo intende come il luogo dove le varie espressioni cinematografiche trovano unità.

Con il critico ha dialogato il docente Andrea Mariani, curatore della retrospettiva “Arcipelago”. La tavola rotonda è iniziata con un doveroso rimando allo sceneggiatore Sergio Amidei (triestino di nascita e scomparso nel 1981, scrisse per registi del calibro di De Sica – Sciuscià –, Rossellini – Paisà, Germania anno zero, Roma città aperta –, Bolognini – Gran bollito –, Monicelli – Vita da cani –, Loy – Detenuto in attesa di giudizio –, Sordi – Fumo di Londra –, Germi – Gelosia – e tanti altri. Vinse due David di Donatello per la migliore sceneggiatura nell’82 – per Storie di ordinaria follia di Ferreri – e nell’83 – per Il mondo nuovo di Scola – ed ebbe anche quattro nomination all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale) e al Premio a lui dedicato, arrivato quest’anno alla sua 36a edizione: “Parlai di Amidei proprio alla 1a edizione di questo festival, dove ebbi l’occasione di conoscere parecchia gente del cinema” ha detto Brunetta. “Amidei lo conobbi di sfuggita, ma me ne parlò Ettore Scola: fu lui a farmi conoscere la sua bravura” ha continuato. Brunetta ha infatti collaborato con Scola (al quale ha dedicato un capitolo del suo libro, scritto a caldo subito dopo la sua morte avvenuta nel 2016) in qualità di consulente durante le riprese di Splendor nell’88, intessendo poi con lui una corrispondenza. Il regista e Amidei lavorarono invece insieme per due film, La più bella serata della mia vita (1972) e Il mondo nuovo (1982). Scola narrò a Brunetta che Amidei, per prepararsi a scrivere il copione per quest’ultimo film incentrato sulla tentata fuga a Varennes di Luigi XVI durante la Rivoluzione Francese, lesse circa 170 libri storici. Da qui lo spunto per iniziare a raccontare del rapporto tra letteratura e sceneggiatori e registi italiani del ‘900, tema centrale nel libro di Brunetta, che vuole essere una mappatura del cinema italiano del XX° secolo.

Il critico ha parlato della formazione degli operatori cinematografici del primo ‘900 e di chi, fra gli intellettuali del periodo, era attratto dal mondo della celluloide. La sua opera – suddivisa in capitoli dedicati ciascuno a uno sceneggiatore o a un critico cinematografico dagli anni ‘20 in poi – si apre con Gozzano, a Torino: il poeta crepuscolare fu uno dei primi letterati a voler fare film e firmarli, infatti si presentò a una casa di produzione per potervi lavorare. Il fatto che volesse autografare i film da lui realizzati, può essere considerato come una sorta di contro-tendenza: “Molti letterati si vergognavano di fare cinema, pensavano equivalesse a prostituire la loro arte. Sapevano che scrivendo per il cinema avrebbero guadagnato molto di più, ma la maggior parte di coloro che lo facevano, volevano restare anonimi”, ha spiegato Brunetta. Anche Pirandello, Verga, Capuana e tanti altri, furono attratti dal cinema, tanto che la contro-tendenza si mutò in tendenza: “Gli intellettuali italiani del primo ‘900 si spostarono come una grande proletaria verso il cinema”, ha continuato il critico. Il cinema diventò uno spazio dove si intrecciavano relazioni e collaborazioni, suscitando anche un forte interventismo da parte di esponenti culturali europei (Musil, Kafka, Apollinaire). Anche se, ha chiarito Brunetta, i letterati italiani furono quelli che corsero di più verso la settima arte, poiché ne erano maggiormente affascinati – da qui il titolo scelto per il suo libro, Attrazione fatale.

Nel volume il critico cesenate parla anche della scrittura sul cinema, ossia della nascita della teoria e della critica cinematografica in Italia. Negli anni ‘20 emersero singole figure, estremamente acculturate, che da zero si inventarono come critici cinematografici, spinti dalla voglia di saperne di più sul cinema – anche se il materiale scritto reperibile era esiguo. Uno di questi fu Antonello Gerbi, che fin da adolescente tenne un diario dei film visti, per poi cominciare a scrivere di cinema su una rivista socialista edita da suo zio, il giornalista Claudio Treves. Gerbi, pur avendo un’intelligenza acuta e una grande capacità interpretativa, si considerava un dilettante in materia, ha detto Brunetta – anche se, rileggendolo oggi, si può ancora imparare molto da lui. Sono stati citati anche i critici e sceneggiatori Margadonna e Pasinetti.

In quegli anni furono fondamentali i centri culturali ed editoriali (come la rivista milanese “Il Convegno”, edita dal ‘20 al ‘39) dove cominciò ad entrare il cinema, che Brunetta ha definito “luogo della storia novecentesca, dove ci sono frammenti di vita reale e immaginaria, che in altre arti non si trovano”.

Negli anni ‘20 in Italia si raggiunsero alti picchi qualitativi, per quanto riguarda la scrittura, ha proseguito Brunetta: “ci fu la poesia di Montale, la scoperta di Svevo, e arrivarono in traduzione i grandi della letteratura straniera, come Joyce e i russi”. In questa cornice, si capì che urgeva fondare una critica cinematografica che non fosse inferiore a quella letteraria.

Nel suo libro Brunetta dà spazio anche al fenomeno delle “officine”, citando il saggio del ‘34 Officina ferrarese, del critico d’arte Roberto Longhi. Tra arte figurativa e cinema c’è sempre stata contaminazione, essendo le immagini centrali in entrambi. Di Longhi Brunetta ha ricordato come detestava i dati storiografici e positivistici: preferiva porsi domande, cercare collegamenti. Questo è anche, in fin dei conti, il lavoro del critico cinematografico: connettere e capire le diverse espressioni estetiche che confluiscono nei lungometraggi, nonché le diverse figure artistiche che, nel cinema, si ritrovano unite come “i fili di un tappeto persiano”, per citare Brunetta.

Si è tornati poi sulla figura di Amidei: “egli, col suo lavoro, voleva ricreare la bottega rinascimentale”, ossia concepiva la scrittura come un’attività artigianale da svolgere come esercitazione. Un artigiano della scrittura fu ad esempio Zavattini: egli, grafomane, passava le giornate a scrivere lettere, sceneggiature, soggetti – per lui la scrittura era un esercizio ininterrotto, non a caso sceneggiò un’enorme quantità di film, soprattutto per De Sica.

Artigiano della letteratura e del cinema fu anche Pasolini, del quale Brunetta ha ricordato un soggetto sui Promessi sposi, scritto con De Concini (sceneggiatore Premio Oscar nel ‘63 per Divorzio all’italiana), mai realizzato né concluso, che il critico ha avuto la fortuna di visionare.

Durante l’epoca aurea e primo-novecentesca di Cinecittà – perché, ha detto Brunetta, “Roma è la nostra Hollywood” – anche i liceali che arrivavano lì presentando i loro primi tentativi letterari-artistici, venivano presi a lavorare per i grandi. Era questo l’apprendistato, ossia il lavoro “a negro”: si scrivevano battute e scene che poi avrebbero recato la firma di sceneggiatori famosi; qualche soldo lo si riceveva, ma la cosa più importante era l’orgoglio di aver partecipato – seppur anonimamente – a una grande produzione. Fu così che molti mostri sacri del cinema entrarono nell’ambiente, facendosi strada sul campo.

Brunetta ha poi parlato di quanto oggi tutto sia molto diverso, per sceneggiatori e registi, anche dal punto di vista formativo: i DAMS sono un trampolino di lancio, ma è bene frequentare anche i centri sperimentali, e sarebbe a suo avviso auspicabile riportare in auge la pratica della “bottega” della scrittura. Inoltre, le chances lavorative si sono spostate in direzione delle serie e dei film per la televisione – basti pensare alla enorme popolarità di Netflix, ai contenuti di sempre più alta qualità che offre e a come tanti grandi registi e attori si siano mossi verso questa direzione.

Ho avuto la possibilità di porre un quesito a Brunetta relativamente alla figura del critico cinematografico: in che situazione si trova egli oggi, rispetto al passato, e che tipo di percorso formativo sarebbe opportuno seguisse? La risposta è stata perspicace: “Un tempo il critico era una figura autorevole, quasi mitica, in grado di indirizzare i gusti del pubblico; la stampa dava ampio spazio al cinema, basti pensare che, ai tempi in cui scrivevo per Repubblica, ben nove pagine erano dedicate a recensioni teatrali e cinematografiche. Oggi invece si guarda al critico con antipatia, poiché si pensa voglia imporre la sua opinione dall’alto. Attualmente è il pubblico stesso ad aver assunto il ruolo di critico cinematografico: chiunque può aprire un blog e recensire film, ma senza essere pagato per farlo. Tuttavia – ha aggiunto – ciò non significa che sia impossibile diventare critico oggi, né che si debba desistere dal provarci: la strada è più in salita, i posti sono diminuiti, dunque è necessario reinventarsi, essere intelligenti, adattarsi alla nostra epoca e a parlare attraverso canali diversi”.

Brunetta ha concluso con un monito: “Oggi non si vuole dare lavoro né spazio agli operatori culturali, ma di loro c’è, al contrario, estremo bisogno”, affinché connettano tante piccole realtà, tratte da politica, storia, fantasia, unendole in un unico tessuto culturale in grado di dare risposte e – soprattutto – di porre domande.

Il Premio Internazionale Sergio Amidei alla migliore sceneggiatura cinematografica si svolge dal 13 al 19 luglio, presso il Palazzo del Cinema/Hiša Filma e il Parco Coronini Cronberg, a Gorizia.

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro anche con le riviste “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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