Il punto di svolta

di Giuseppe Nava

 

Ostile ti sarà sempre quel piano
e questa linea che da nessun luogo,
di nessun orizzonte l’occhio include,

(Riccardo Held, Non hai finito)

Qual é a história desta terra?
É o medo
Ali mesmo

(Madredeus, Os senhores da guerra)

Mio nonno Pietro era un tipo meticoloso. Teneva un catalogo dei libri e dei dischi che acquistava, e scriveva una didascalia per ogni foto che metteva in un album. Tra queste ce n’è una in particolare che lo ritrae davanti a una grande parete, sulla quale è possibile vedere quello che pare un elenco di nomi. Il nonno sfoggia un sorriso da un orecchio all’altro, e con un dito indica un punto preciso sulla parete. La didascalia dice: “…e lì avrebbe dovuto esserci il mio nome”.

Pietro aveva combattuto in nord Africa durante la Seconda Guerra Mondiale, e aveva partecipato alla tremenda e decisiva battaglia di El Alamein, dove fu fatto prigioniero dagli inglesi. Negli anni ’80, da pensionato, tornò in Egitto a visitare i luoghi della battaglia e il sacrario dei caduti italiani, dove appunto venne scattata la foto.
Nel suo sorriso in quella foto c’è tutto un mondo. C’è la prigionia e il ritorno a casa, in nave, a piedi; ci sono gli occhi di Rina, c’è la carriera nelle scuole, ci sono mio zio e mia mamma che nascono e crescono, ci sono traslochi da una regione all’altra, ci sono i nipotini, ci sono anch’io. C’è tutta una vita ripresa e tenuta con tenacia, come per tanti altri che ebbero la fortuna di sopravvivere alla guerra. In quel sorriso c’è l’amarezza per i compagni che non sono più tornati, e la gioia animale di averla scampata. C’è la paura e l’urlo di quella volta in cui saltò dentro una buca, un attimo prima che un carro armato lo travolgesse. La volta decisiva.

Per quel che ne so, la fuga dal carro armato poteva anche essere stata meno eroica. Lui me la raccontava così, suscitando le ire della nonna; io avevo quattro o cinque anni e ne rimanevo fortemente impressionato. Avrebbe potuto allo stesso modo scampare da una mina, un bombardamento, un “banale” proiettile. D’altronde parliamo di tempi in cui la vita umana era particolarmente precaria. E credo che per ogni persona che li abbia vissuti, si possa individuare un momento decisivo, un momento in cui tutte le possibilità si riducono a due: essere vivi o meno.

Chissà quante volte Pietro deve aver ripensato al suo momento decisivo; chissà quante volte si è domandato: e se non ce l’avessi fatta? Se il mio nome fosse davvero tra quelli dei caduti? Di sicuro io non posso fare a meno di domandarmelo, da quando ho compreso la portata enorme di quel momento per la mia famiglia e la mia vita.

Provare a immaginare una simile storia alternativa è quantomai difficile. Tutto mi si riduce sempre a un film di fantascienza di serie Z, in cui il nome del nonno compare dal niente sulla parete del sacrario di El Alamein, e la mia figura qui e ora inizia a scomparire con un pacchianissimo effetto di sfocatura sempre più marcato. Il mio nome scompare dai documenti, la mia immagine dalle foto, il mio ricordo dalla memoria di chi mi ha conosciuto. E così per mia sorella, mia madre, i miei cugini, a ritroso fino al 1942. Si vedono scene tremende: mio padre che va a ballare con una ragazza che non è mia madre; questo articolo che si trasforma in un omaggio ai Padri della Patria, sempre con quell’orribile effetto blurred; mia moglie che sposa un altro uomo ma che a un tratto si ferma, lievemente turbata, a guardare un passante che mi assomiglia tantissimo. Questa di solito è l’ultima scena. Forse è meglio lasciar perdere.

In letteratura, molti autori hanno affrontato simili questioni con maggiore fortuna del mio sci-fi movie mentale. Lo stratagemma retorico – “cosa sarebbe successo se quella volta fosse andata diversamente” – è noto già ai latini, ma è a partire dagli anni ’50 del secolo scorso che si delinea una sorta di sottogenere della narrativa fantastica/fantascientifica, ovvero l’ucronia. In realtà, anche autori non necessariamente “di genere”, come per esempio Nabokov, hanno scritto romanzi ucronici o di alternate history, per dirla all’inglese. Philip Roth, fresco di premio Nobel, in Il complotto contro l’America immagina la sua infanzia in un’America in cui le elezioni presidenziali del 1940 sono state vinte non da Roosevelt ma da Charles Lindbergh, il famoso aviatore, notoriamente antisemita e politicamente vicino alla Germania nazista. Quello di Roth è uno dei tanti esempi di come il secondo conflitto mondiale, in particolare nell’opposizione al nazismo, sia visto come un momento decisivo della storia, un punto di svolta per l’intera umanità, messa di fronte al male assoluto. Infatti anche quello che è forse il più famoso romanzo ucronico, ovvero La svastica sul sole di Philip K. Dick, si svolge in un mondo in cui le forze dell’Asse hanno vinto la guerra e si sono spartite il controllo del pianeta.

Il presente alternativo di Dick è un incubo che va a braccetto con le peggiori distopie futuristiche. L’effetto di inquietudine è tanto più forte perché sappiamo cosa è stato il nazismo, conosciamo l’ideologia e la follia che ne è derivata, e possiamo farci un’idea ben più precisa di ciò che avrebbe potuto diventare. La vicinanza dell’evento rende poi ancora più efficace l’impatto del romanzo, uscito nel 1963. Ma mentre questi lavori romanzano vicende all’interno del ciclo temporale alternativo, Guido Morselli in Contro-passato prossimo tenta un passo diverso, ovvero spiegare come tale storia alternativa si sarebbe verificata. In questo caso il punto di svolta che viene ribaltato è nel contesto della Prima Guerra Mondiale, e l’autore prova a immaginare cosa sarebbe successo se avessero vinto gli imperi centrali. L’opera comincia sui toni del romanzo, per poi trasformarsi in un trattato di storia di taglio divulgativo. Dopo un intermezzo critico in forma di “dialogo con l’editore”, in cui l’autore difende la validità di una simile scelta al tempo stesso antirealistica e antiromanzesca, si procede con capitoli molto prossimi alla manualistica storica (un po’ pesanti, a dirla tutta) per tornare gradatamente alla narrativa, con una gustosa trovata per cui questa storia alternativa non conoscerà il nazismo. Morselli è stato davvero un outsider della letteratura italiana del ‘900, e ha pagato cara questa sua marginalità diventando un caso esemplare di riconoscimento postumo. Contro-passato prossimo, scritto verso la fine degli anni ’60, vedrà la luce solo dopo la morte per suicidio del suo autore (così come tutti gli altri suoi romanzi, prima della chiusura forzata dell’Adelphi).

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