Quando la linea non c’è

di Lilli Goriup

ferretti

Non fare di me un idolo mi brucerò,
se divento un megafono m’incepperò,
cosa fare non fare non lo so,
quando dove perché riguarda solo me,
io so solo che tutto va ma non va…
Sono un povero stupido so solo che
Chi è stato è stato e chi è stato non è
Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è

C.S.I. – A tratti

Scena prima

Auditorium Manzoni, Bologna, 8 maggio 2015. Teatri vuoti e inutili potrebbero affollarsi, se tu ti proponessi di recitare te, Emilia paranoica. È quanto accade stasera, ma a raccontare se stesso nel teatro emiliano è Giovanni Lindo Ferretti, sul palco assieme a Ezio Bonicelli al violino e Luca A. Rossi al basso. L’atmosfera è minimal, con la formazione ridotta all’osso così come le scenografie. Sessant’anni suonati, mani in tasca, camicia sbiadita e cresta ancora punk, Ferretti se ne sta in piedi, composto, davanti al pubblico adagiato sulle poltrone. Tra il pubblico c’è Giorgio Canali, che poco prima ha fatto la fila in biglietteria come tutti gli altri. Gli anni della performance e della provocazione sono lontani da tempo, ma nonostante questo l’aria è tesa di aspettativa; la controversa fama di questo cantore – o salmodiante, come egli si definirebbe – degli ultimi trent’anni di storia italiana lo precede. Attacca con Pons tremolans, brano tratto dal suo ultimo album da solista (Saga. Il canto dei canti, 2013).

Ferretti è un personaggio inafferrabile. Militante di Lotta continua fino alla sua fine, operatore psichiatrico nell’età della transizione basagliana, cantante punk filosovietico negli anni del tramonto del socialismo reale, paroliere – qualcuno direbbe poeta, per operare infine una svolta, che egli riassume in maniera ironica: “da vecchio sono diventato cattolico, stronzo e reazionario“. Ed ecco le simpatie a destra, la collaborazione con Avvenire, i rapporti con Giuliano Ferrara – l’intervista a Otto e mezzo è disponibile su youtube, vale la pena guardarla se non altro per il confronto, inquietante nei suoi risvolti lombrosiani, tra i due: l’uno grasso e tronfio davanti la telecamera, l’altro scavato nel volto, umile nell’esporsi. Considerato un traditore da molti fan, osannato da altrettanti, Ferretti sostiene di essere semplicemente tornato a casa. Cerco le qualità che non rendono in questa razza umana che adora gli orologi e non conosce il tempo. A casa, a Cerreto Alpi, piccola frazione nel cuore dell’Appennino, dove è nato e adesso conduce un’esistenza ritirata. E a casa in seno alla chiesa, dopo una tortuosa ricerca interiore, pur essendosi rapportato con l’idea di dio da sempre, come ha avuto modo di dichiarare. Cerco le qualità che non valgono in questa età di mezzo.

Giovanni_Lindo_Ferretti

Scena seconda

Palazzetto dello sport, Mosca, 23 marzo 1989. I CCCP si esibiscono davanti ai soldati dell’Armata Rossa. Non tutti possono tendendo le braccia afferrarle la sorte, schiaffeggiarle la faccia. Quando la band emiliana esegue A ja ljublju SSSR, rifacimento dell’inno sovietico, i militari si alzano in piedi e tendono il pugno sinistro. Onore al braccio che muove il telaio, onore alla forza che muove l’acciaio. È l’apice e l’inizio della fine, per il gruppo. Come racconta Ferretti stesso, “Era l’apoteosi della storia dei CCCP: a me, uscito di lì, i CCCP non avrebbero dato più nulla. Dopo aver cantato a Mosca, con i postumi di una sbronza colossale, nel mezzo di uno spettacolo secondo me straordinario, con i militari in piedi durante A Ja Ljublju SSSR: che altro potevo chiedere?”. Di lì a breve l’Unione Sovietica si scioglierà parallelamente ai CCCP, mentre dalle ceneri di questi ultimi sorgeranno il Consorzio Suonatori Indipendenti (abbreviato in C.S.I.) e in un secondo momento i PGR – Per Grazia Ricevuta: l’evoluzione artistica di Ferretti è infatti inscindibile da quella esistenziale.

Sono principalmente i brani delle prime due formazioni – oltre che i suoi pezzi da solista – che Ferretti ripropone durante il tour A cuor contento: siamo di nuovo a Bologna, oggi, ma la suggestione continua. Tomorrow, scritta assieme ad Amanda Lear, Mi ami, virtuosismo che riadatta alcuni titoli di Frammenti di un discorso amoroso del semiologo francese Roland Barthes in forma di canzone, ma anche brani più propriamente punk come Per me lo so o Spara Jurij offrono una breve panoramica della scaletta. Introduce la toccante versione di Cupe vampe, dedicata all’assedio di Sarajevo, ricordando come il brano è nato dal violino acquistato per poche lire in una bottega cinese da Giorgio Canali: “Dev’esserci anche Giorgio Canali qui da qualche parte, e lo abbraccio con tutto il cuore. L’unico vero rocker italiano”. “CCCP! Ortodossia! Madre Russia! Fedeli alla linea, anche quando la linea non c’è!”, urla verso la fine del concerto, parafrasando una delle canzoni-manifesto dei CCCP. Il pubblico nel frattempo ha abbandonato le poltrone per accalcarsi ai piedi del palco.

CCCP-1

Scena terza

In un’intervista a Slavoj Zizek, nella sua casa a Lubiana, un giornalista di Vice gli chiede perché mai tenga un ritratto di Stalin appeso alla parete. Il filosofo sloveno risponde: “per dare fastidio agli idioti”. Spesso gli artisti sanno cogliere le idiosincrasie di un’epoca prima che esse siano descritte dalle nottole dei filosofi che, come è noto, si alzano in volo al tramonto. Vent’anni fa Ferretti commentava così la parabola del gruppo: “Il filosovietismo ce lo siamo spiegati con il passar del tempo, via via che da fascinazione estetica si è trasformato in visione del mondo (…) che non aveva non aveva niente a che fare con la politica: l’unico slogan politico era il no future del punk”.

Ortodossia! Madre Russia! Fedeli alla linea… La Russia di oggi è quella di Vladimir Putin, indubbiamente ortodossa, mentre Ferretti dal canto suo è fedelissimo. In maniera intenzionale o meno, evocando quel testo, vi ha aggiunto un’ulteriore stratificazione di significato, una sfumatura farsesca che eccede il contenuto letterale della citazione. Autore dell’ennesimo gioco postmoderno? Figura di soglia che incarna lo spirito del tempo e le sue contraddizioni? Non ho una risposta a simili quesiti e non m’interessa cercarla. Giovanni Lindo Ferretti sembra accennare un sorriso mentre ripete quei versi. A me, mentre ascolto i vecchi cavalli di battaglia dal vivo, piace chiudere gli occhi e pensarlo ancora fedele alla linea, assieme a Massimo Zamboni e gli altri. Anche solo per questo gli voglio bene. So poi che esiste una sconfitta pari al venire corroso che non ho scelto io ma è dell’epoca in cui vivo. Per questo motivo, invece, spero che davvero abbia ricevuto la sua grazia.

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