“Richard II”, il verbo del potere perduto

di Livio Cerneca

I destini dei popoli e delle nazioni, così pieni di eventi imprevedibili, di tragiche sorprese e strane fatalità, vengono in gran parte determinati da individui corrotti e instabili che detestano agire in prima persona perché non ne sono capaci. È un promemoria amaro, non ci piace, lo esorcizziamo dicendo che è scontato. Tanto scontato che poi ci ricaschiamo sempre proprio perché lo abbiamo ignorato.

E lo spettacolo Richard II, in scena al Rossetti per la regia di Peter Stein, è la messa in scena di una statica tragedia dove, nella pressoché assenza di accadimenti, tutto scaturisce dalle parole. La traduzione di Alessandro Serpieri rende accessibile il testo che ci appare diretto, senza fronzoli pur nell’aulicità dell’ambientazione.

Affidare il ruolo del protagonista a una donna è un espediente intrigante, anche se già utilizzato in un’edizione inglese di una ventina di anni fa.

Il Riccardo II della tradizione teatrale era stato spesso interpretato mettendo l’accento su certi tratti istrionici, suggeriti da Shakespeare attraverso i registri di linguaggio del sovrano, vibrante e solenne, beffardo e cinico, disperato e inconsolabile, i suoi sbalzi d’umore e un’omosessualità non dissimulata ma neanche ostentata. In tempi più recenti si è data maggiore importanza ai toni politici del dramma, osando accostamenti anche troppo facili con avvenimenti dei giorni nostri.

A nessuno dei due filoni appartiene questa produzione con tutti interpreti di alta levatura e Maddalena Crippa nei panni di Richard. L’intenzione qui sembra piuttosto quella di eseguire un esercizio di tecnica teatrale classica, reso ancora più acrobatico da un soggetto difficile e da una trama popolata da tanti personaggi a loro volta ben caratterizzati. Protagonisti assoluti sono però il verbo e lo stile, le cose dette ma anche quelle sottintese.

Richard ci appare così quasi equilibrato e magnanimo all’inizio, quando vuole dirimere, evitando spargimenti di sangue, il rabbioso confronto tra suo cugino Bolingbroke e Mowbray, duca di Norfolk. Ma sprofonda in tutta la sua miseria, il re, quando viene deposto e piange come un bambino capriccioso, non si dà pace, si rammarica, non per il disprezzo di cui il popolo lo ha ricoperto, ma per i privilegi e le ricchezze a cui dovrà rinunciare. È infine devastato mentre, attendendo il suo fato nella Torre di Londra dove è stato rinchiuso, si pone interrogativi su questioni di cui neanche conosceva l’esistenza: nel mondo in cui era vissuto fino a poco prima non era concepibile che un re subisse una perdita.

In una scenografia pulita ed essenziale, questa cronaca drammatizzata di fatti storici che erano già antichi ai tempi in cui Shakespeare la scrisse forse non ci dà indicazioni utilissime per comprendere l’attualità, ma offre all’attualità l’occasione per osservare se stessa senza farsi illusioni.

Richard II, con la regia di Peter Stein, è al Politeama Rossetti di Trieste dall’8 novembre al 12 novembre 2017.

 

Trieste, 1965 –

(La nota biografica minima sopra riportata potrebbe essere soggetta a lievi rettifiche nell’evenienza di inaspettate e disdicevoli circostanze)

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