Ritornare bambini: Rilke e l’esigenza dello spirito

di Francesco Bercic

Uscito quest’anno per i tipi di Adelphi, Del paesaggio è una raccolta fondamentale per comprendere la poesia del poeta tedesco e una visione sul mondo che, a un secolo di distanza, parla alle nostre vite molto più di quanto lasci intravedere.

Secondo Nietzsche il gusto dell’assoluto è la peggiore delle preferenze possibili, che rende «piuttosto solo» chi lo coltiva e lo costringe alla scrittura, l’unico metodo possibile per arginare la solitudine. In effetti, è difficile trovare una personalità più lontana dalle teorie del filosofo dell’Übermensch di quanto lo sia stata quella di Rainer Maria Rilke. Lontana dal punto di vista intellettuale e probabilmente anche da quello personale: Lou von Salomè, la «giovane e affascinante russa» che ispirò Così parlò Zarathustra, ignorò ripetutamente le avances di Nietzsche, per poi intraprendere una lunga relazione proprio con Rilke. Ciononostante, la citazione nietzscheana, con la vena impavida e pungente che contraddistingue i testi del filosofo tedesco, aiuta nel difficile compito di inquadrare anche il poeta suo rivale.

Rilke è conosciuto oggigiorno principalmente per le sue Elegie duinesi, ma delineare con nettezza la traiettoria ondivaga del pensiero rilkiano è compito arduo, oltre che complesso. La sua fama è stata spesso tradita da una forza ispiratrice principale, la Natura, che – involontariamente s’intende – ha reso il poeta un baluardo degli ambientalisti, sminuendone la profondità di pensiero e i contenuti. Ci si muove su strade che possono essere facilmente banalizzate e stereotipate. L’amara considerazione di Nietzsche potrebbe, a un primo sguardo, valere per la maggior parte dei poeti ma il «gusto dell’assoluto» in Rilke assume invece un significato ben preciso, che lo rende unico e lontano dai canoni di inizio ‘900. L’assoluto per il poeta tedesco non è qualcosa di lontano, di inarrivabile o di percepibile soltanto in specifiche situazioni, ma è talmente vicino che arriva a fondersi con la nostra stessa essenza, ossia l’essenza della Natura in toto. In questo, va detto, Rilke non è molto lontano dai valori della mistica universale, secondo cui nella Natura si nasconderebbe un assoluto che va riscoperto e rivalutato, cantato con le parole della poesia. Questa è la premessa principale da cui partire per comprendere Rilke e dunque affrontare una delle sue opere cosiddette «minori», ovvero Del paesaggio.

Come si è visto, la strada di Rilke è personalissima e irriducibile a canoni preconfigurati. Tale si presenta anche nell’ultima raccolta, che fa da seguito alle Lettere a un giovane poeta del 1908 (pubblicate postume nel ‘29). Sicuramente dissimile dallo stile delle Elegie, fosse anche solo per la scrittura in prosa, non per questo diventa minore da un punto di vista qualitativo. Leggere Del paesaggio assume uno scopo ben più proficuo del dilettarsi con produzioni secondarie. Non è un metodo con il quale avvicinarsi a Rilke, quanto un percorso che giunge al punto focale della sua visione. Il poeta spazia tra gli argomenti esistenziali ed estetici, dal fine ultimo della poesia all’importanza della scuola come «palestra di vita», dall’evoluzione della pittura all’imperscrutabilità dei gatti – con buona pace di Spotify -. La strada tracciata nel testo rimane però una sola, parallela alla mente affascinante del suo autore. La partenza siamo noi, che in questo momento lo leggiamo; la destinazione è meno prevedibile perché, paradossalmente, l’abbiamo già vissuta. Rilke ci vuole portare indietro, cullandoci con la sua poesia, fino alla nostra fanciullezza, un’epoca d’oro in cui, noncuranti delle pressioni della «vita di città», non venivamo distratti dalla sua insignificanza. Il nostro vivere si soddisfaceva con la pura e genuina contemplazione del «tutto».

Rilke traccia in Del paesaggio una sorta di Grand Tour che, grazie alla traduzione brillante di Giorgio Zampa, diventa riassumibile in tre punti:

  • (Ri)scoprire la sensibilità

Va specificato un po’ meglio il «noi» punto di partenza. C’è un’unica caratteristica imprescindibile che deve possedere chiunque si approcci alla strada di Rilke, nel libro se ne parla una sola volta. Lontano dal costringerci, il poeta si limita a porgerci l’invito, ad attirarci discretamente. Lo fa definendo il ruolo dell’arte, ed il valore dell’artista.

Artista è colui che «ama l’enigma». Tutto qua. Non chi dipinge, né chi scrive poesie. O meglio, «possono» esserlo anche loro. Così come può esserlo un operaio, un finanziere, qualsiasi persona ci venga in mente. La condizione è una sola: amare l’enigma della vita. Ecco spiegato il senso delle allusioni alla fanciullezza. L’infante, anche etimologicamente, è colui che non sa (ancora) parlare. Perché non serve. Gli basta avere la sufficiente sensibilità – e un bambino ce l’ha – per amare. Il Grand Tour potrebbe dunque finire qua. La nostra stessa esistenza, per Rilke, potrebbe concludersi con queste brevi parole, che sanno di definitive, nonostante in sé appaiano ermetiche, esoteriche. Tutto potrebbe risolversi, compiersi, laddove ci si apra all’amore per l’enigma. Laddove si diventa, si incarna l’ideale rilkiano dell’artista.

Tuttavia, la «definizione» di artista data da Rilke è un’arma a doppio taglio. Si manifesta nell’istante, nel secondo in cui essa ci sembra perfetta, completa e, paradossalmente, banale. Ha il grande potere di impressionarci, di illuminarci e sbalordirci, ma anche il grande limite di essere dimenticata e sommersa dal quotidiano. In sostanza, la sensibilità, il nostro amore per l’enigma, vanno allenati. E bisogna farlo proprio nel caotico susseguirsi di eventi che compongono la vita di ogni giorno.

  • (Ri)scoprire la vita

O splendore che una finestra, nell’aprirsi, getta nel mattino sospeso, o acqua che precipita, o aria, o sguardi. Sguardi casuali di passanti, occhi alzati di donne che cuciono vicino alla finestra, fino allo sguardo indicibilmente inquieto e sollecito che lancia intorno a sé il cane nell’atto di rannicchiarsi, dall’espressione che tanto ricorda quella degli scolari. Quale accordo non permea la più meschina vita d’ogni giorno, per evocare la grandezza!

Amando l’enigma, ricordandoci di amarlo, riscopriamo la gioia di vivere. L’arte che Rilke insegna è una delle più difficili, poiché sensibilizza all’ascolto. Ascoltare è per il poeta la percezione delle «vibrazioni», da quelle più appariscenti degli sguardi, fino al quotidiano rannicchiarsi del cane. Amando l’enigma impariamo a sentirlo ovunque.

Le straordinarie doti di Rilke si riconoscono anche nel comprendere il pubblico a cui si rivolge e il contesto storico in cui scrive (l’intero corpus testuale risale al periodo tra il 1899 e il 1926). Un pubblico che parte da presupposti idealmente a lui molto lontani, in cui prospera una concezione della realtà nella sua accezione più pragmatica, mondana, figlia del suo tempo. Una visione della vita, oltre che della realtà, dilatatasi spasmodicamente nel corso di un secolo fino a ciò che oggi chiameremmo consumismo. Per questo Rilke sa che la sfida che attende il lettore-ascoltatore è fra le più ardue, nei primi anni del ‘900 come oggi.

E del resto vale anche in questo caso la riserva che sempre deve essere premessa là dove si tenta di seguire la vita di un uomo vaticinandone il futuro: dovremo spesso arrestarci dinanzi all’ignoto.

Tra noi e l’ignoto il principale ostacolo è quello stato dove si «ondeggia in qua e in là senza trovare un luogo in cui lasciarsi cadere», quell’insignificanza spirituale che inevitabilmente ci attira, e che noi oggi chiameremmo normalità. Affrontare gli ostacoli, anzi sfruttarli per evolverci interiormente, sono tutti compiti che soltanto un’unica forza può affrontare, la poesia.

  • Scoprire la poesia

Questa creatura trattata senza riguardi avrà giusto lo spazio in cui esistere, una striscia tra i due mondi, fino a quando, improvvisamente, un piccolo avvenimento neutrale non inondi di innocenza la sua paurosa posizione. Questo è l’istante in cui, a equilibrare con fermezza la bilancia sopra la quale è il suo cuore carico di responsabilità infinite, scende la grande poesia.

La poesia è la bilancia della vita. La posizione che si è creata è «paurosa» eppure la poesia non solo ci riporta nel «giusto», che non è un destino commisurato a priori bensì il puro «peso del nostro cuore», ma costringe a rivalutarci, a ridisegnare questi stessi tre punti, a «vedere lontano», al di là dei limiti e delle insicurezze.

Del paesaggio è un’esperienza che emana questo percorso in ogni suo frammento. Verrebbe da dire che è il classico libro da comodino, da rileggere la sera prima di dormire dopo una giornata storta. Giuliano Baioni, uno dei massimi esperti di Germanistica, ha definito Rilke «il grande consolatore». Potrebbe quasi suonare riduttivo parlarne in questi termini ma il consolatore è un mestiere particolarmente complicato e indispensabile. L’anima esige consolazione. Proprio per questo la strada di Rilke diventa decisiva. Imparare a riconoscere un’esigenza è il primo passo per superarla. Rilke ci insegna a guardarla in faccia, e a valorizzarla.

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