Rivivere l’orrore: “U – July 22” di Erik Poppe

di Francesco Ruzzier

Il 22 luglio 2011 centinaia di ragazzi che si trovavano ad un campus organizzato dalla sezione giovanile del Partito Laburista Norvegese sull’isola di Utøya furono attaccati da un terrorista di estrema destra. I soccorsi arrivarono 72 minuti dopo il primo sparo. Persero la vita 69 persone.

È sempre un’operazione piuttosto complessa provare a tradurre in immagini e in narrazione episodi di cronaca così folli e lontani dal poter essere compresi. E ancor più difficile è provare a non banalizzarli, a non spettacolarizzarli, a non rendere giustizia. Per ridare vita a quell’incubo, Eric Poppe ha deciso di affidarsi, prima di ogni altra cosa, al tempo, ricostruendo – con il suo U – July 22 – gli interminabili ed incomprensibili 72 minuti vissuti da quei 500 ragazzi attraverso un unico, lunghissimo, piano sequenza. Non ci sono stacchi, non ci sono pause o ellissi temporali, solo la volontà di far rivivere allo spettatore un’idea di ricordo in tempo reale di cosa possa aver significato trovarsi sull’isola di Utøya la mattina del 22 luglio 2011.

U – July 22 inizia, in realtà, facendo un piccolo passo indietro, aprendo con le immagini d’archivio dell’esplosione di un’autobomba, sempre ad opera di Breivik, nei pressi del palazzo del governo di Oslo che avvenne pochi minuti prima della strage. Poi, lo sguardo in camera di una ragazza che avverte lo spettatore dell’incomprensibilità di ciò che sta per vivere: non esistono immagini di repertorio che possano spiegare una follia come quella; per capirci qualcosa è necessario ritrovarsi immersi in mezzo a quei ragazzi impauriti, al rumore degli spari, all’interminabile attesa di soccorsi.

Per poter fare questo con la massima libertà d’azione, per poter creare quasi da zero un’esperienza cinematografica capace di portare lo spettatore per mano dentro la strage, Eric Poppe ha deciso di non affidarsi ad una ricostruzione dei fatti minuziosa popolata da persone e fatti realmente esistiti. Il regista danese ha infatti scelto di ricreare l’episodio ovviamente partendo dai racconti dei superstiti, ma trasformandolo in una sorta di percorso a tappe calibrato con precisione – una via crucis verso il baratro – durante il quale la paura, lo smarrimento, la ricerca di aiuto, l’azione, la quiete e la speranza si susseguono regalando allo spettatore una serie di stimoli e suggestioni su cosa possa aver significato, anche lontanamente, essere uno di quei ragazzi.

Una macchina da presa che ogni tanto segue uno dei protagonisti, ogni tanto si fa sguardo autonomo, e che forse proprio grazie all’assenza di un unico punto di vista riesce a mettere spesso e volentieri lo spettatore al centro del terrore, a renderlo più partecipe e coinvolto: una presenza costante all’interno di un incubo impossibile da spiegare. E non è di certo un caso che, come ogni film dell’orrore che si rispetti, il mostro venga praticamente sempre lasciato fuori campo; se ne percepisce costantemente la presenza, attraverso il rumore degli spari e le urla dei ragazzi che scappano, ma non si vede mai.

Se da una parte questa scelta registica di costruire un’esperienza super controllata svela forse troppo spesso la scrittura alla base dell’operazione e rischia ogni tanto di scivolare in una spettacolarizzazione della strage – le similitudini con un disaster movie come Cloverfield sono davvero tante –, dall’altra ha senza dubbio il merito di provare a rappresentare un orrore irrappresentabile per suggellarlo nell’immaginario collettivo. Perché probabilmente solo capendo meglio cosa sia davvero l’orrore, solo (ri)vivendolo, sarà possibile, un giorno, riuscire ad evitarlo.

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