S-legami. Appunti su un anno in SPDC

di Francesca Ruina

“Sento già la nostalgia di quel momento in cui sentirò la nostalgia di questo momento”, scriveva Borges, con la penna attaccata all’ultima sillaba come una foglia su un ramo d’autunno. Lo strazio della separazione, di quel minuscolo attimo che precede un’inesorabile caduta. Quel non voler lasciare andare, quell’ostinato voler restare in bilico tra il passato e il futuro, nel puro istante che precede l’oblio.
Sono gli ultimi giorni in reparto, tra poco chiuderò dietro di me la porta della corsia per l’ultima volta. Bisogna tirare forte per un paio di secondi affinché i pazienti non possano uscire e poi si sente quel “clac” che decreta la chiusura e allora si lascia la maniglia, ci si gira a dare un ultimo sguardo distratto a chi è rimasto dall’altra parte del vetro e si torna a casa.

Sono giorni che immagino il momento in cui farò questa mossa per l’ultima volta, immagino il “clac” e la maniglia fredda, mi chiedo quale sguardo incrocerò per ultimo, chi incarnerà, per caso, il volto della mia separazione.

È stato un anno difficile. Entrare in un reparto di Psichiatria è come stare dentro un vaso di Pandora che non doveva essere aperto ma che una folata di vento ha scoperchiato all’improvviso. All’inizio è uno schiaffo, un vortice di non senso che si appiccica alla pelle, un turbinio di domande destinate a restare senza risposta. Com’è possibile che un’esistenza si possa disgregare fino a diventare un soliloquio delirante, senza argini, senza uscita? Come si arriva a quel punto e perché? E come si può – noi, i cosiddetti sani, gli operatori, a vario titolo, della salute mentale – entrare lì dentro ogni giorno, come soldati che combattono senza armi la battaglia di qualcun altro?

Il primo paziente che ho incontrato era un ragazzo poco più che trentenne; doppia diagnosi – come si usa dire – schizofrenico e tossicodipendente. Biascicava a tal punto che le parole gli si impastavano in bocca tanto da risultare, una volta sbavate fuori dalle labbra, del tutto incomprensibili. Gli occhi semi chiusi, la testa bassa a fissare il pavimento sotto i suoi piedi. Dei calzini troppo sporchi per sembrare ancora bianchi. Ricordo che mi è venuto un conato di vomito, seguito da un immediato senso di colpa per quelle mie maledette budella contorte. Sono uscita dalla stanza con un senso di vertigine e con la certezza che non avrei mai retto un intero anno lì dentro. Quel giorno ricordo di aver chiuso la porta senza girarmi, di avere sperato che quel corridoio scomparisse magicamente alle mie spalle, con tutto il suo portato di angoscia e di sofferenza.

Ma il giorno seguente, e tutti quelli a venire, uscita dall’ascensore me lo ritrovavo ancora lì, con i suoi volti che iniziavano a sorridermi mentre inserivo la chiave per entrare. È così che ho cominciato a sentirmi come in una strana casa, una specie di bunker antiatomico abitato da rifugiati che tentavano di ricomporsi, e io con loro. Più le settimane passavano e più mi rendevo conto, con mia grande sorpresa, di aver voglia di tornare lì, in quell’isola sconnessa e frammentata, ad annodare le loro storie con la mia impotenza.

“Riconoscere la follia là dove essa ha origine, nella vita”, diceva Franco Basaglia. Ho pensato molto a lui in questo anno, alle sue parole sulla follia e al rapporto tra questa e le istituzioni. Ho pensato a Marco Cavallo che, dopo avere sfondato il suo muro, se ne va in giro per l’Italia, mentre io ogni giorno mi accerto che, uscendo dal reparto, la porta faccia il suo bel “clac”. Mi sono chiesta se se ne possa fare a meno, così come della contenzione, tema altrettanto spinoso. Ricordo di aver pensato a Basaglia quando ho assistito alla contenzione di una ragazzina, poco più che ventenne, che non riusciva a smettere di prendere a testate il muro. Mi è sembrato un atto di indicibile violenza, che andava ad aggiungersi a quella che lei già da sola si stava procurando; ma, al tempo stesso, mi sono chiesta: cosa fare laddove la parola non arriva, laddove il dolore raggiunge un acme talmente forte da non poter essere calmato nemmeno con i farmaci?

Ancora una volta non sono riuscita a darmi una risposta e forse questo anno passato in reparto mi ha confermato che il giusto e lo sbagliato sono due concetti che si sgretolano ogniqualvolta gli si voglia affibbiare una lettera maiuscola. Niente funziona sempre e con tutti, nemmeno i farmaci. Il soggetto, la persona con la sua storia, con il suo modo unico e irripetibile di amare, di soffrire, di desiderare, non è replicabile, non è adattabile ad altri. E anche quei contenitori che si chiamano diagnosi – pur certamente utili e necessari per impostare un corretto piano terapeutico – vanno abitati, personalizzati, umanizzati. Altrimenti diventano etichette, che si attaccano addosso come un’identità sostitutiva e annichilente – “io sono bipolare” è spesso la carta di presentazione dei pazienti, la prima cosa che dicono di sé. C’è un nome proprio, prima della diagnosi, che non andrebbe dimenticato ma riempito.

Rattoppare frammenti di nomi, forse è stato questo quello che ho cercato di fare lì dentro – maldestramente, con strumenti di fortuna, un po’ a tentoni, a inciampi – quello che, nei mesi, mi ha fatto desiderare di trovare ancora, ogni giorno, quel corridoio fuori dall’ascensore. Ho ascoltato le loro storie, il modo singolare con cui ciascuno mi ha portato i cocci della propria vita; gli errori, le cadute, le paure, i fallimenti, le speranze, le angosce, le voci, i silenzi. Ogni persona che ho tentato di aiutare nel rattopparsi, ha rattoppato un po’ anche me.

E ora che l’autunno, con le sue foglie ancora caducamente ma ostinatamente appese ai rami, avanza inesorabile facendo ticchettare il mio tempo in reparto, ripenso a tutti i volti, a tutte le storie che mi sono state donate. Ripenso ai nomi perché non li voglio dimenticare. E questo scritto è un po’ un modo per tenerli con me, per permettermi di chiudere tra pochi giorni quella porta, rendendo quel “clac” non un addio, ma un saluto pieno di gratitudine.

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